Freddie Mercury. 20 anni dopo

Vecchie fotografie. Vecchi filmati. Vecchi dischi. Tutte queste cose “vecchie” pare che non lo siano affatto, quando riguardano Freddie Mercury. Altri grandi miti del rock, che a loro volta sono scomparsi anzitempo, portano in modo irrimediabile il segno della loro appartenenza a epoche ormai trascorse. Ormai lontane. Ormai perdute. Gli anni Cinquanta per Elvis. I Sessanta per Jim Morrison.

Li osservi oggi, nelle immagini di archivio, e non hai il benché minimo dubbio: sono figure del passato. Bagliori che la tecnologia ha avuto il potere di catturare, ma non di preservare. Fantasmi che si possono solo rievocare, ma che mai e poi mai danno l’impressione di essere meno che ombre. Ombre affascinanti, certo. Ricordi precisi, magari. Ma solo questo: ricordi.

Freddie Mercury no. Lui sembra uno che per qualche motivo si è allontanato dalle scene, ma solo per un po’. È evidente: la sua energia è troppo prorompente, e troppo consapevole, e troppo armoniosa, per essersi dissolta per sempre, nel vuoto della morte. Non vedi? La sua magia è lì, racchiusa in un involucro perfetto che non si può spezzare e andare in frantumi. Non è cristallo, sia pure del più pregiato. È una specie di diamante. Di un tipo sconosciuto che non sprigiona solo una luce purissima, ma troppo chiara e sempre uguale a se stessa. Un diamante che di volta in volta, chissà come, si infiamma di rosso rubino. Si colma di verde smeraldo. Si addolcisce di azzurro acquamarina. Possiede il segreto dell’arcobaleno. Ci gioca, come un bimbo. Gli si affida, come un amante. Lo celebra come un giovane mago ai suoi primi incantesimi, pieno di talento e di meraviglia.

I Queen sono il castello. Lui il principe. I Queen (gli altri Queen) sono gli artigiani che sanno come si fa a fortificare ogni cosa, e ad arricchirla dei dettagli che trasformano la semplice robustezza in un’affermazione di potenza. Messer Brian May – nobiltà di rango minore, ma meritevole di un proprio stemma – alla chitarra, con la sua monetina da sei pence al posto della solita penna. Mastro Roger Taylor e mastro John Deacon – degni rampolli di solidi clan senza grilli per la testa, e tuttavia ingegnosi – rispettivamente alla batteria e al basso. Lui, Sir Mercury, a impugnare lo scettro e a farlo balenare nel modo che vorrà, secondo estro e circostanze. Pronto a discutere tutto, per gentilezza d’animo e bisogno di amicizia. Determinato a decidere da solo, per superiorità di ispirazione e per quell’intima, istintiva, assoluta sicurezza che il meglio resta il meglio, anche quando gli altri non sono d’accordo.

Il nome della band, per esempio. Ne stavano parlando insieme e andavano a ruota libera. «A me piace Queen», dice Freddie. Brian fa una smorfia. Pensa che non è abbastanza originale. Come gli accordi maggiori. Chiaro che suonano bene. Vero anche, purtroppo, che suonano risaputi, se non sei proprio uno sprovveduto totale. Brian scrolla la testa. Ha già pronta un’alternativa. Ci ha riflettuto su. L’ha soppesata quanto basta. E adesso la scodella con un certo compiacimento. Questo sì che è un nome particolare. «Build your own boat», scandisce.

Freddie è incredulo. Build your own boat? Costruisciti la tua barca? Sembra il cartello promozionale di un negozio specializzato, settore navigazione da diporto. Prova a immaginarsi il logo, da quell’ottimo disegnatore che è: due martelli da carpentiere incrociati? Un albero di maestra e una vela al vento? Una poderosa ancora da veliero? O un modesto, ironico, ancorotto di emergenza?

D’accordo. Che sia inconsueto è innegabile. Ma anche vestirsi da palombaro lo è. Solo che non è per niente attraente. I palombari stanno bene in fondo al mare, dove non li vede nessuno. Sulla scena non farebbero mica una grande impressione. No davvero. Freddie prende tempo. Lo sa benissimo che è un’idea sballata. Ma siccome è presente anche la sua fidanzata dell’epoca (Mary Austin, quella che resterà il grande amore della sua vita, nonostante tutto ciò che è di là da accadere e che al momento non si può nemmeno ipotizzare), lo domanda a lei. «Tu cosa preferisci, Mary?»

Incredibile. Dà ragione a Brian. Le piace quell’orrore: Build your own boat. Pazienza, si dice Freddie. Pazienza. Si sbagliano tutti e due, ma non importa. La band non si chiamerà mai in quel modo assurdo. La band si chiamerà come ha detto lui. Queen. Tanto breve quanto suggestivo. Tanto autorevole (ehi, Sua Maestà la Regina) quanto malizioso (beh, gli omosessuali travestiti). Lo scrivi in un attimo. Lo memorizzi in un lampo. E si adatta facilmente a ogni tipo di grafica. La copertina di un disco. Il manifesto di un concerto. Le t-shirt promozionali. Queen. QUEEN!

Il monosillabo che per un verso dice tutto, e per l’altro è solo l’inizio di un lungo discorso. La singola parola che vale un sigillo. Ma il sigillo non è la storia. La storia è in attesa di essere scritta, ed è bene non saltare alle conclusioni. Non giurare che il prosieguo sarà tutto in linea con le prime scene. Non è una vicenda circoscritta. È una saga dagli sviluppi imprevedibili. Così come, in quel 1971, non è possibile prevedere che nel giro di cinque o sei anni esploderà la rivolta del punk, e che dopo, all’ingresso negli Ottanta, il mondo della musica, e della politica, e della società, sarà tutto diverso.

Tutto più chiaro, nel venir meno di qualunque pressione a mostrarsi migliori di quello che si è davvero. Tutto più oscuro, nell’ebbrezza di un materialismo ritrovato e arrogante. Eccitante, e autodistruttivo, come la droga. Entusiasta di se stesso e felicissimo di essere sempre meno obbligato a giustificarsi.

Freddie Mercury cambierà molto, a cominciare dal look, ma attraverserà la scena con lo stesso incedere seducente. Il carisma è innato. Il carisma si innesta su quello che trova. Lo “spirito dei tempi” non te lo devi mica sposare. Basta averci una relazione. Stare al gioco finché dura. E sperare che alla fine ne sia valsa la pena, anche se il prezzo da pagare sarà una morte precoce, come quella per Aids che si è portata via Freddie il 24 novembre 1991, a soli 45 anni.

Federico Zamboni

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