L’arte dell’insulto ai tempi della sobrietà…

All’inizio e per decenni, l’insulto massimo che si poteva rivolgere a qualcuno era “fascista”. Si usa ancora ma è sostanzialmente in liquidazione. Nell’ormai deposta epoca berlusconiana, vigeva l’uso di insultare gli avversari di Silvio Re con l’epiteto di “comunista”. Chiunque avanzasse delle critiche al suo operato era comunista. La magistratura era comunista. Fini era comunista. Il Pd era comunista. I giornali e i giornalisti di opposizione erano ovviamente comunisti. Comunista, quasi quasi, era pure la Chiesa cattolica se solo si azzardava ad alzare un sopracciglio di biasimo per la condotta morale del premier italiano. Il benché minimo accenno critico era, insomma, un atto di lesa maestà meritevole del massimo insulto: comunista, appunto.

Voltata pagina, come si sa, cambia anche il linguaggio. E siccome sulla pagina ancora bianca c’è solo la parola d’ordine “sobrietà”, mi sarei aspettato anche la dismissione della voga dell’insulto. Di qualsiasi insulto. Invece, no: cambia l’epiteto ma non la sostanza. Adesso, chi non trova del tutto aurorale l’avvento di Mario Monti al Governo è un “estremista”.

Dici che le modalità con le quali gli è stato affidato l’incarico di Governo è di fatto un ribaltone contro la volontà espressa dal popolo, sbagliata certo ma legittima, e una sospensione, ancora di fatto, della democrazia? Sei un estremista.

Ti viene il dubbio che Giorgio Napolitano sia andato oltre i suoi poteri? Sei un estremista che vilipende il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue prerogative.

Noti che Mario Monti e Mario Draghi sono uomini legati alla banca d’affari americana Goldman Sachs, incriminata di frode per il crac finanziario che dal 2008 affligge l’intero pianeta? Sei un estremista e pure un complottologo (forse anche un complottista).

Osservi che in un governo che si vuole tecnico, di tecnici veri ce ne sono pochi e che uno dei pochi è il comandante del Comitato Militare della Nato, e che, nella storia della Repubblica italiana, è la prima volta che un militare in servizio va proprio al dicastero della Difesa ? Sei un estremista, nemico delle Forze Armate.

Ti chiedi come sia possibile che un’intera classe politica commissariata applauda il commissario che la mette sotto tutela? Sei un estremista che non capisce il senso di responsabilità di deputati e senatori.

Pensi che una maggioranza parlamentare, pressoché totale, quando si troverà a confrontarsi sui provvedimenti reali si spaccherà naturalmente mettendo a rischio l’azione del governo? Sei un estremista e porti pure sfiga…

Ironizzi sul fatto che qualcuno dopo aver dato dei “fascisti siete e fascisti resterete” a certi ex amici se li ritrova nella stessa identica maggioranza? Sei un estremista scemo…

Ora, è tanta la facilità con cui si usa l’insulto che sembrerebbe l’unica arma rimasta a un’esigua minoranza per reagire ad un’aggressione di falangi armate di estremisti in forze soverchianti. Invece, è vero l’esatto opposto: chi critica, chi osserva, chi semplicemente dubita del Governo Monti sono pochi, pochissimi. Lo dicono i numeri del parlamento e lo dicono i sondaggi popolari.

E, allora, perché questa verve di spregio da parte di chi per scelta convinta, per vocazione naturale o per qualsiasi altro motivo più o meno nobile si trova in una maggioranza schiacciante? Di cosa hanno paura, cosa temono da noi pochi “estremisti”? Probabilmente, niente di concreto: si tratta solo di quell’esigenza psicologica intrinseca all’insulto di esprimere un’emozione che a volte può essere ira, odio o eccitazione (ma anche humor o affetto). In certi casi, può perfino diventare un’arte. Scriveva Liang Shiqiu, nel 1926, in un trattatello che porta proprio il titolo La nobile arte dell’insulto (Einaudi, 2006):

Quando si rivolgono critiche a qualcuno, bisogna farlo in una lingua infinitamente sottile il cui senso rimanga implicito. Conviene evitare che l’avversario si renda conto fin dalle prime parole che lo si sta criticando: è solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, che questi giunge a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevole.

Quando si va troppo per le spicce, invece, l’insulto esprime in genere soltanto una frustrazione per la propria indisponibilità a reggere il confronto critico. Sarà mica perché il pensiero unico liberista non ammette eccezioni? O perché l’antiberlusconismo, ai tempi della sobrietà, finisce per imitare il berlusconismo?

miro renzaglia

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