Meglio Silvio? I governi ai tempi della crisi…

In questi giorni tutti si affannano a decantare i pregi del Presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti. Qualcuno si permette anche di criticarlo per via dei suoi discussi trascorsi biografici e per alcune delle rare posizioni politiche ed economiche espresse, che mi permetterò qui di non ripercorrere. Vorrei consegnarvi innanzitutto un occhiello da tenere presente lungo tutta la discussione, figlio di un grande statista italiano troppo spesso bistrattato: «Senza l’indipendenza economica, la stessa autonomia politica della Nazione è compromessa e un popolo di alte capacità militari può essere piegato dal blocco economico».

Nell’euforia conseguente alla dipartita di Berlusconi, e nella gioia bipartisan per la nomina di Monti, poco si considera la crisi economica finanziaria. Nulla in questa faccenda è distinto dalla crisi economica e finanziaria in cui versano le economie globali sin dal 2007-2008, occorre sottolinearlo. Sulla scia di qualche intervento più autorevole del mio, mi permetto di farne affondare le radici al 2001 della crisi delle dotcom, passando per il 2006-2007 e le crisi alimentari (qualcuno ricorderà le sommosse in Thailandia), se non addirittura agli anni ’70 delle crisi petrolifere e del modello fordista. Quello che tipicamente succede nelle crisi economiche è che queste vengono spostate da un settore dell’economia all’altro.

La storia stessa del capitalismo è una storia di crisi e di bolle speculative (Braudel e Kindleberger, due storici dell’economia di diversa ispirazione, su questo concordano). Nel 2001 alla crisi delle dotcom si rispose con bassi tassi d’interesse (soprattutto della FED) e l’abolizione del Glass-Steagall Act del 1933 (con cui l’attività di raccolta del risparmio, l’attività assicurativa e l’attività d’investimento delle banche poterono nuovamente essere condotte dallo stesso istituto, pur entro certi limiti). Questi due atti portarono ad un forte aumento nella concessione di cosiddetti mutui subprime. Non esiste una definizione univoca di quali siano le caratteristiche di tali mutui (anche se in sostanza vengono concessi a classi di popolazione che non vanta solide garanzie quali un lavoro stabile, ben pagato, numerose proprietà, etc.), ma una cosa è invece chiara: se in Europa abbiamo le case popolari, negli Stati Uniti ci sono i mutui subprime.

Le modifiche che Clinton portò alla legislazione sull’attività bancaria permisero alle società finanziarie (banche, fondi pensione e hedge, compagnie assicurative) di sfruttare sacche inevase di profitto. In questo furono sostenuti dallo spostamento della bolla dalle attività della New Economy (le dotcom) al mercato immobiliare. Ci fu la breve parentesi delle commodities che altro non era se non un avvisaglia di quello che sarebbe successo tra il 2006 e il 2007 ai subprime. Con la crisi dei subprime e quella finanziaria che seguì, gli investitori terminarono quanto iniziato negli anni ’90, investendo massicciamente in titoli di Stato (il 43% circa del debito pubblico italiano è in mano a investitori stranieri). In questo furono aiutati dai bassi tassi della BCE nei primi Duemila, grazie ai quali i paesi periferici dell’Eurozona mantennero alti deficit e conseguenti alti livelli di debito (emettendo titoli che aspettavano solo di essere comprati).

Ora cominciano i problemi. C’è la crisi, e ci vogliono politiche di sostegno. La BCE è restia ad abbassare il tasso d’interesse di riferimento: per tutto il 2008 non scendono sotto il 2%, mentre la FED li terrà sistematicamente almeno mezzo percento più bassi e li ridurrà all’1% due mesi prima della banca europea. Nel frattempo gli Stati membri fanno – ogni tanto – politiche espansive, quando finalmente la BCE si piega ad una politica monetaria accomodante. I deficit e i debiti possono crescere con più serenità, per tutti, Germania compresa. Poi arriva magicamente il pericolo inflazione. È da tener presente che l’inflazione non è – contrariamente a quello che si legge sui giornali – necessariamente un pericoloso fatto economico. Soprattutto per quel che riguarda un’economia in crisi, l’inflazione funge da lubrificante alla crescita, e quindi dell’occupazione (la trasmissione non è così diretta, ma valga come introduzione). Voler invece tenere l’inflazione bassa a tutti i costi è veramente pericoloso, rischia di provocare una spirale deflattiva. Perché l’inflazione non deve aumentare? Perché se aumenta, diminuiscono i rendimenti reali (che sono quelli che contano) sui titoli e diminuisce anche il valore dei titoli in portafoglio, in particolare dei titoli di Stato.

Forse cominciate ad intravedere le prime falle nella logica finora propagandata: una bassa inflazione non è sempre nell’interesse dei cittadini, ma soprattutto dei detentori di grossi capitali impiegati sui mercati finanziari. Se si lasciasse viaggiare la crescita dei prezzi a tassi del 4-6% (durante una crisi come quella che stiamo vivendo), le aspettative delle imprese migliorerebbero, queste comincerebbero a produrre di più, assumerebbero di più, avrebbero più risorse per pagare di più gli stipendi, etc. La diminuzione degli interessi reali da corrispondere sui titoli di Stato fornirebbe qualche po’ di respiro alle finanze pubbliche. Si potrebbero fare politiche più espansive. È la domanda aggregata che risolve le crisi, baby! Prima di me, lo diceva l’imperituro Keynes.

Fatto sta che scoppia questa crisi sul debito, no? E ci sono vari modi per risolverla. A volte le misure di austerità servono (effettivamente la pubblica amministrazione greca non è sempre gestita secondo criteri di eccellenza), molto spesso sono però deleterie (e lo dice l’Economist, che di sicuro non vanta un pedigree da Internazionale Socialista). Allora si può decidere di rifiutare i pagamenti sul debito in maniera unilaterale (default all’argentina), concordare un haircut sul debito (default alla greca), o fare politiche espansive e redistributive che facciano ripartire la crescita e aiutino il servizio del debito: in quest’ultimo caso serve però una banca centrale che faccia da prestatore di ultima istanza e porti avanti politiche monetarie accomodanti, cosa che a livello europeo non esiste e ce lo ha ribadito il neo-nominato Presidente delle BCE Mario Draghi. In buona sostanza quindi, si debbono praticare (più per imposizione esterna che per scelta) queste politiche di austerità. E finalmente possiamo capire qualcosa dell’ex-Presidente Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere, che non è un liberale e a volte nemmeno un politico, queste riforme non può farle: ha contro la Lega e buona parte del suo elettorato popolare. Berlusconi vuole anche essere rieletto, non può perciò disdegnare le ricadute elettorali delle sue decisioni. C’è anche da dire che ha questa mania del capo che tutto decide e tutto fa, non può accettare le umilianti risatine di Merkozy e le imposizioni esterne. Provano a persuaderlo, a convincerlo, finché non ci riescono e allora glielo impongono. Lo spread sale, a livelli quasi di non ritorno. Berlusconi capisce che è la sua ora e molla. Al suo posto, un governo tecnico con a capo l’eminentissimo Monti.

Prima stazione della Via Crucis: io ero rimasto che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo», Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 1. Invece ora pare che l’Italia non sia affatto democratica (in Spagna le elezioni ci saranno in questi giorni, quindi si potevano pure fare in Italia), e tanto meno fondata sul lavoro. Piuttosto sullo spread. Togliatti disse una volta che «I governi cosiddetti ‘tecnici’ sono i peggiori governi politici che si possano immaginare. Il loro scopo è quello di fare il contrario di ciò che la sovranità popolare ha indicato, sono antipopolari e reazionari». Un governo tecnico è costituzionale, e il Presidente Napolitano (comunista come Togliatti, tu guarda i casi della vita…) ha fatto una scelta legittima, certamente prevista tra le sue prerogative in quanto Capo dello Stato. Ma non è tanto e solo la questione del governo tecnico ad essere poco democratica: è che la scelta del governo tecnico arriva direttamente come causa della crisi sul debito italiano. Mi spiego meglio: qualche giorno fa un articolo di Milano Finanza ha dato credito a voci che si sono diffuse sui mercati, per cui Goldman Sachs avrebbe dato un aiutino affinché lo spread tra BTP italiani e Bund tedeschi continuasse a salire. Lo stesso ha fatto LHC Clearnet con la sua decisione di aumentare i margini di compensazione sui titoli italiani (decisione che fa salire il costo delle transazioni sui titoli italiani, segnalandone un rischio più elevato).

Brevissima spiegazione tecnica. Lo spread è la differenza fra due tassi d’interesse. In Europa il titolo di riferimento – a torto o a ragione, non è detto che il titolo tedesco sia veramente privo di rischio – è il Bund tedesco. Se lo spread aumenta, questo segnala un maggior rischio per il Paese il cui tasso d’interesse è salito: nel nostro caso, l’Italia. Il rischio è che suddetto Paese possa non onorare il proprio debito. Cos’è il tasso d’interesse? È un prezzo, ma un prezzo che funziona al contrario. Il tasso d’interesse è quel rendimento che gli investitori accettano per comprare un certo titolo al posto di un altro. È anche la differenza tra il valore facciale del titolo (normalizzato a 100) e il suo prezzo di scambio sul mercato. Quindi se l’interesse sale, vuol dire che il prezzo di mercato è sceso, e quindi segnala la volontà dei detentori del titolo di liberarsene, che se ne possono liberare vendendolo.

Salgono le vendite, sale il tasso d’interesse, sale lo spread. Ora, lo spread ha avuto nelle scorse settimane alcuni salti subitanei, che possono essere unicamente generati da ingenti vendite. Goldman Sachs è una delle poche istituzioni ad avere abbastanza denaro per generare ingenti vendite. Inoltre, Goldman Sachs è quella banca che aiutò la Grecia a nascondere la reale entità del suo debito: non è mai stata giudicata per questo. Ancora, di Goldman Sachs si sa che penetra nelle stanze del potere per la sua capacità di assumere persone particolarmente abili e capaci. E sapete chi è Monti? International Advisor di Goldman Sachs dal 2005 fino ad ora, e quindi durante la crisi del debito e le speculazioni sui titoli italiani. Non c’è nessun complotto, né alcun reato civile o penale, sia chiaro. La serie di coincidenze merita tuttavia una riflessione. Ironia della sorte, proprio Monti nel suo White Paper sul Mercato Comune europeo al Presidente Barroso segnalava dubbi sul fatto che il Bund tedesco potesse essere un titolo privo di rischio.

Seconda stazione della Via Crucis: i Monti-Boys. Sono costoro i sostenitori del neonato Governo Monti, e si dividono in due grandi classi: da una parte, i liberali e liberisti di provata fede, che si meritano stima e rispetto in quanto il loro sostegno a Monti è consapevole ed informato, e sono disposti al dialogo con chi la pensa diversamente (di solito); dall’altra, mi si passi il termine, la marmaglia anti-berlusconiana. Quelli che hanno occupato strade e piazze in protesta contro la riforma Gelmini-Tremonti dell’istruzione, quelli che dichiarano il loro sostegno alla FIOM contro i diktat di Marchionne, quelli che non resistevano a sapere gli ultimi sviluppi in corso all’Olgettina.

Vorrei citare il nostro nuovo Presidente del Consiglio: «In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili» (Meno illusioni per dare speranza, Mario Monti, Corriere della Sera, 2 gennaio 2011).

Non si tratta certo di metterlo alla gogna per le sue idee, Dio me ne guardi: come ho sottolineato prima, il liberismo è una dottrina economica e politica che può essere difesa ed argomentata, semplicemente non mi trova sempre d’accordo. Nonostante il mio irrefrenabile fascino per sistemi politici meno gerarchici, conosco le regole del gioco democratico, e mi ci piego. Forse però, dovrebbero farsi qualche domanda gli individui della seconda classe che prima menzionavo. Intanto dovrebbero domandarsi se le regole della democrazia le conosca Marchionne, coi suoi referendum viziati da una, diciamo, scarsa libertà di scelta. Poi bisognerebbe chiedersi se sia democratico un sistema liberista che non si cura dell’eguaglianza (liberismo da libertà e non da eguaglianza, appunto), come è quello che vige in Fiat e grazie all’ex-Ministro Gelmini a breve anche nelle università e scuole italiane. Quello che è successo e sta succedendo (con la connivenza della fantomatica «Sinistra») è contrario all’uguaglianza delle opportunità, e di conseguenza anche all’uguaglianza sostanziale tra i cittadini, che un sistema democratico dovrebbe difendere e favorire. Certo, nel momento in cui a «democratico» ci appiccichiamo «liberal-», allora ricorda un sistema ottocentesco in cui si votava per censo, ed è un’altra cosa. E l’uguaglianza, qualsiasi essa sia, la possiamo pure lasciar perdere.

Noi rimproveravamo a Berlusconi proprio queste cose, più che la sua passione per le giovinette (era così per me, spero sinceramente lo fosse anche per chi legge). Non è il sesso a fare di un politico un pessimo politico, ma le sue scelte economiche e sociali. Lamentavamo Marchionne e la riforma Gelmini, e si è visto cosa ne pensa Monti. Lamentavamo Sacconi, il suo disprezzo per i sindacati e la riforma del sistema pensionistico più volte paventata dall’altro genio di Tremonti, e – attenzione – ci arriva all’Economia la Prof.ssa Elsa Fornero, che proprio di pensioni si occupa, e non proprio da un punto di vista eterodosso (il che non significa sciocco, beninteso). Lamentavamo il colossale conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, ma non è forse conflitto d’interessi quello che porta un uomo di Goldman Sachs alla testa di un Paese messo in ginocchio proprio da Goldman Sachs? Alla Via Crucis mancano dodici stazioni. Spero sinceramente che l’Italia non abbia a percorrerle. A conti fatti, preferivo Berlusconi, che lui almeno me l’ero scelto.

Ah, la prima citazione è di Benito Mussolini.

Sebastiano Putoto

.

.

.

 

 


Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks