Dente. Io tra di noi

La malattia non ha ancora un nome preciso, ma una causa sì: la progressiva incapacità di distinguere tra il generico bisogno di comunicare e un qualsiasi percorso di carattere culturale, sia pure in senso “pop”. Invece di guardare agli artisti come a persone che hanno qualcosa da svelare, attraverso la loro speciale capacità di percepire e di rielaborare le cose dell’esistenza, si tende a considerarli alla stregua di amici nei quali rispecchiarsi. Li si apprezza perché ci si identifica in loro. E perché loro, avendo un ruolo pubblico, conferiscono una sorta di legittimazione a quello che un certo segmento di pubblico sente, pensa, è. O crede di essere.

Un meccanismo, come si dice, autoreferenziale. Maledettamente autoreferenziale. Tu, l’artista, dai valore a me, elargendomi la sensazione di sfuggire all’anonimato, all’isolamento, alle frustrazioni della vita quotidiana. Io, l’ascoltatore, lo spettatore, il lettore, do valore a te, aiutandoti a conquistare o a mantenere o a espandere il tuo successo.

È una strana malattia, che non causa grandi malesseri e che quindi spinge chi ne è affetto a trascurarla, o persino a non rendersi conto di averla contratta. Una malattia subdola e degenerativa – se non la si identifica per tempo e non la si combatte a dovere con robuste iniezioni di proteine intellettuali e di vitamine spirituali – che non reca con sé un danno manifesto quanto piuttosto una carenza. Come un vizio del metabolismo, che impedisce di assorbire determinate sostanze. Come una cattiva abitudine, che porta a fare tappa fissa al fast food e a ingozzarsi di snack (fast food, snack: entrambe espressioni “made in USA”, pensa tu la coincidenza) invece di mangiare quando si ha davvero fame e di nutrirsi con qualcosa che faccia anche bene, oltre ad essere così attraente. Gustoso. Irresistibile.

Serve qualche esempio? Ovviamente no. Basta guardarsi intorno. E più che mai in ambito musicale, visto che per ascoltare un disco, o un mp3 sull’i-pod, o un pezzo in streaming, non c’è nemmeno da fare lo sforzo, invero cospicuo, talvolta terribile, di aprire un libro e di mettersi a leggerlo. Leggerlo tutto. Una parola dopo l’altra. Una riga dopo l’altra. Una pagina dopo l’altra. Dio ce ne scampi. Magari ne riparliamo quando i lettori digitali diventeranno di uso comune. Sperando che abbiano le stesse funzioni dei dispositivi audio: avanti veloce, brano successivo, accesso random. Si sa che può succedere: non si capisce al volo una frase o un concetto, oppure non li si trova di proprio gradimento. Un po’ troppo complicati. Un po’ poco eccitanti. Un po’ noiosi. Vabbé. Passiamo oltre. Tanto si capisce lo stesso, vero? Mica te li devi sorbire in blocco, ‘sti accidenti di libri. E la lettura per sommi capi, del resto, non è affatto una novità assoluta: non c’era forse, già molto tempo addietro, quella versione abbreviata, e così comoda, che andava sotto il nome di “Reader’s Digest”? Ah, il benedetto pragmatismo degli statunitensi. Perché mai ci si dovrebbero sciroppare centinaia e centinaia di pagine, solo per sapere come va a finire Delitto e castigo? La storia, okay, può anche essere interessante. Ma l’autore, quel russo, l’ha tirata un po’ troppo per le lunghe. Per forza: era dell’Ottocento.

Il discorso, come si vede, è di carattere generale, ma trova un’ottima applicazione nel caso specifico. Che è il nuovo album di Dente, nome d’arte di Giuseppe Peveri, cantautore emiliano che a poco a poco sta ottenendo un certo seguito. Non proprio giovanissimo, essendo nato a Fidenza nel 1976, e tutt’altro che un predestinato, visto che il primo disco è arrivato solo nel 2006, con Anice in bocca. Un classico prodotto “indie”, ovvero indipendente. Ovvero fatto con due soldi. Come ammette lui stesso, e come si ripeterà per il successivo Non c’è due senza te, era registrato «in maniera abbastanza grezza».

Ma il problema, naturalmente, non è la disponibilità di mezzi economici, il numero e il valore degli strumentisti, la ricchezza degli arrangiamenti, e insomma tutto ciò che si può aggiungere alla scrittura in se stessa. Non è che si tratti dei Pink Floyd che devono realizzare The Dark Side of the Moon e hanno tassativamente bisogno di costruire a poco a poco le loro raffinate architetture, passando via via dall’immaginazione alla realtà. Quelle di Dente sono solo canzoni, nell’accezione più semplice del termine. Parole (versi?) da cantare su una musica lineare, che magari si può arricchire in un secondo momento ma che all’origine nasce sulle corde di una chitarra o sui tasti di un pianoforte e sopravvive benissimo così, o con l’eventuale supporto di una sezione ritmica  ritmico e di poco altro.

L’orizzonte di riferimento sono i cantautori. Quelli degli anni Sessanta e Settanta. I De André, i Guccini, i De Gregori, nello scorcio iniziale delle loro meravigliose carriere. Musicalmente scarni, per non dire di peggio, ma dotati di una forza espressiva, e di una profondità interiore, che traspariva in ogni singolo aspetto. In ogni singola sfaccettatura di quelle loro creazioni sobrie e disadorne, ma costellate di pietre preziose che attraevano al primo sguardo, e che per rifulgere non avevano certo bisogno di essere incastonate su delle montature dispendiose.

In Dente, invece, questa ammirevole essenzialità decade a un livello elementare, in cui l’elisir diventa esile. Un conto è partire dalla propria esperienza diretta, per mantenere un forte legame con ciò che si è vissuto e non smarrirsi nella mera astrazione, e un altro è fermarsi al diario soggettivo, che si compiace dei dettagli più minuscoli e li rimira fino allo sfinimento. Beninteso: qua e là ci sono degli spunti promettenti, ma sono bagliori di un istante. Alzi gli occhi per metterli a fuoco e si sono già spenti. E infatti, alla fine, la cosa migliore sono spesso i titoli. La presunta santità di Irene, per fare un passo indietro. Piccolo destino ridicolo, Giudizio universatile, La settimana enigmatica, per tornare all’oggi.

Segni di una bella propensione a giocare con le parole. Semi che non riescono ad attecchire.

 

 

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