Democrazia diretta. Istruzioni per l’uso…

Ormai l’Europa è alla resa dei conti: tutti i nodi sinora volutamente ignorati, stanno venendo inesorabilmente al pettine, presentando ai nostri occhi un quadro desolante. Dopo aver tanto esaltato il liberismo, quale unico ed indiscutibile modello di sviluppo, quel tanto agognato livello di benessere, conquistato in decenni di duro lavoro, dal dopoguerra in poi, è andato scemando. Quelle che erano crisi che di tanto in tanto toccavano gli stati d’Europa e l’occidente in genere, senza mai però intaccarne più di tanto il tenore di vita, si sono ora fatte sempre più frequenti, in un sempre più incalzante e spasmodico ritmo, quasi a suggellare uno stato di cose senza ritorno ed a cui il ceto politico sembra non voler proprio prestare ascolto. Anzi. Di fronte ad un modello fondato sull’emissione cartacea oramai al di fuori di qualsiasi copertura e garanzia, di fronte ad una deregulation che permette questo ed altro, incentivata dallo strapotere di banche ed istituzioni finanziarie varie, i politici occidentali sanno rispondere solamente salvando quelle stesse banche, ovverosia gettando il fuoco sulla benzina, rimpinguando ulteriormente le sostanze di coloro che di questa crisi sono un po’ la causa scatenante.

Ha iniziato Obama, salvando banche come Lehman Brothers, destinando loro qualcosa come 800 miliardi di dollari, seguito dai suoi omologhi conigli europei, salvo ritrovarsi ora con gli stessi problemi di prima, moltiplicati esponenzialmente da un’altra più grave insidia. L’Europa e l’Euro stanno per fare “crac”. Se la prima tornata di questa crisi affondava le proprie radici nel problema del rapporto tra debito e consumo, tutto interno agli USA, nell’ottica di una dinamica tutto sommato interna e funzionale al capitalismo finanziario, ora invece il problema riveste tutt’altra portata. La caduta della Grecia, il tanto temuto “default”, potrebbe comportare la caduta a catena delle economie europee, iniziando, a detta di taluni, da quegli istituti che hanno investito in titoli del debito ellenico. Titoli che potrebbero anche avere delle partecipazioni di istituti USA.

Ma non è questo il motivo di affanno di questi giorni. Il problema è che ad entrare in crisi sono ora tutte quelle certezze ingenerate dal modello capitalista. Se negli Usa la reazione ai licenziamenti di massa è stata, tutto sommato, improntata ad una generale rassegnazione (eccettuate le proteste della minoranza dei locali “indignados”), in Grecia le cose stanno in modo differente. La gente sembra proprio non voler accettare il diktat, celato sotto le vesti di ammansita paternale, dell’FMI e, in realtà, dei poteri forti della finanza. Il problema grave è che qualcuno sta iniziando a pensare che, forse non vale perdere posto di lavoro, casa, risparmi, previdenza, grazie al tanto acclamato “nuovo ordine mondiale” di cui il liberismo è viva espressione.

Il disagio manifestato in sede di G20 anche dalle uscite di Obama, rappresentano un segnale tangibile di quanto detto. Quello che però, in tutta questa storia, dovrebbe farci riflettere, è la tanto contestata recente uscita di Berlusconi, a proposito dello stato dell’Italia. Al di là del rappresentare una delle tante “boutades” a cui il personaggio ci ha da tempo abituato, l’Italia gode sicuramente di miglior salute economica rispetto ad altri paesi come Francia o Gran Bretagna. Oltre al substrato della piccola-media impresa, tradizionale sostegno dell’economia italiana, esiste una propensione al risparmio individuale tra le più alte al mondo. Propensione che mal si accorda con l’idea dell’investimento in titoli azionari e simili. In altri paesi, la cultura della gestione dei patrimoni individuali, è troppo spesso sbilanciata in favore dell’investimento puro, impostato sui bond e titoli azionari. Sembra quasi, che la crisi sia stata, in certi casi, mediaticamente indotta ed esasperata. Questo senza nulla togliere alla effettiva gravità del momento che stiamo vivendo.

Oltretutto, gli esempi dell’Islanda e dell’Argentina, al pari della tentazione del leader greco Papandreu di indire un referendum (rigettata all’ultimo momento!), sono tutti segnali che costituiscono dei pericolosi precedenti. Per questo Obama, dismesso il bon ton buonista da avvocato-contestatore, al G 20 ha voluto lanciare un segnale assieme allo pseudo-Bonaparte Sarkozy: l’immediata ed irragionevole adozione da parte dell’Italia della cura FMI, che poi è sempre la stessa per tutti, ovverosia, tagliare, privatizzare e svendere insensatamente, con l’umiliante aggiunta di una tutela-controllo che trova origine in quanto poc’anzi detto.

Ora, qui nessuno nasconde il fatto che esistano situazioni di spreco ed indebitamento determinate da cattiva gestione amministrativa. Questo però, non significa augurarsi  un salto dalla padella alla brace, ovverosia demandare ai poteri forti dell’economia l’intera gestione delle nostre vite, con l’ulteriore beffa di un generalizzato pregiudizio economico per le popolazioni sottoposte alle “cure” FMI. Né significa, però, continuare ad accettare passivamente le decisioni di un ceto politico ormai cloroformizzato ai diktat di Eurolandia e compagnia bella.

Democrazia significa conferimento di una delega a governare al posto di chi ha altro da fare e non può seguire da vicino la gestione della res publica, perché intento ad occuparsi della propria sopravvivenza. Può arrivare però, il momento in cui chi ha ricevuto tale delega non si mostri all’altezza del compito assegnatogli, vuoi per manifesta incapacità, vuoi per mala fede o per tutt’e due assieme. A questo punto, è un diritto-dovere dei cittadini di riappropriarsi di quelle deleghe assegnate a persone verso cui è stata mal riposta la propria fiducia. A tale riguardo esiste uno strumento politico ben definito, atto a produrre quel cambiamento di rotta, altrimenti irrealizzabile: quello della democrazia diretta realizzata attraverso lo strumento del referendum.

Sia ben chiaro: è praticamente impossibile far governare o legiferare il popolo attraverso i referendum, ma è possibile attraverso una consultazione su più punti, imprimere una nuova direzione alla vita di un paese. Per questo, oltre le vicissitudini dei vari governi-fantoccio che, al di là delle apparenze, si sono tutti comunque dimostrati sinora proni alle volontà dei poteri forti, è il caso di valutare ragionevolmente l’idea della proposizione di un referendum che, al pari di quello inizialmente proposto in Grecia, sottoponga alla volontà popolare l’intera azione di governo espressa dalla famosa “lettera di intenti” alla UE.

Oltre a questo però, a referendum dovranno esser sottoposti anche altri ineliminabili punti nodali. In primis la nazionalizzazione di Bankitalia, unico provvedimento in grado di imprimere una svolta decisiva al problema del signoraggio, proprio tramite il controllo diretto dello stato sull’emissione monetaria ed i proventi da essa derivanti. La seconda proposta è di non far pagare più il debito pubblico alle famiglie ed ai lavoratori, bensì agli istituti di credito ed ai gruppi finanziari in genere, tramite l’imposizione di una imposta sugli introiti di questi ultimi da qualsiasi fonte derivante, prediligendo chiaramente i profitti derivanti dalla compravendita di titoli. La terza dev’essere quella dell’adozione di una doppia monetazione che, di fatto, sancirebbe la fine dell’euro-truffa. Il quarto deve riguardare il radicale taglio delle spese militari dovute dalla partecipazione alle varie missioni “umanitarie” all’estero. E, per ultimo, dare il “la” a livello europeo, all’inizio della totale revisione dei famigerati accordi GATT.

Assurdo? Utopico? No, è semplicemente la possibilità di far valere il diritto di sostituirsi democraticamente a chi, ricevuta una delega collettiva, non ne sta assolutamente rispettando i termini, esercitando invece un’azione pregiudizievole di quelli che sono i basilari interessi di una comunità nazionale. In primis il diritto al benessere ed alla sicurezza sociale, che non possono e non debbono essere assolutamente sacrificati sull’altare del politically correct liberal-liberista. Per questo, mobilitarsi ora in questa direzione, spingendo ad una presa di coscienza collettiva, è fondamentale. Se di “fronte comune” si vuole parlare, conferendo a questo termine un senso veramente concreto, è proprio da qui che bisogna partire, rompendo indugi, diffidenze, vecchie barriere. Un po’ come qualcuno ha rabbiosamente urlato in una Genova sconvolta dall’alluvione, al passaggio del sindaco: “Non siamo né verdi, né rossi, né neri”, al di là, finalmente della destra e della sinistra, nel nome di una condivisa volontà di rinascita italiana, europea e, perché no, globale.

Umberto Bianchi

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