Cercando un altro Egitto

E così, dalla primavera si arriva all’autunno inoltrato, senza pensare e senza pesare la stagione intermedia. I manifestanti di piazza Tahrir, alla riapertura del sipario, ci hanno accolto così come li avevamo lasciati: assiepati, chiassosi, incazzati. Eppure alcuni avevano davvero creduto alla fine dello spettacolo, alcuni persino al classico epilogo da “felici e contenti”. Complice un’estate arida di focus mediorientali, che tanto avevano caratterizzato la stagione televisiva dei primi mesi del 2011.

La bonaria distrazione di un’opinione pubblica internazionale precipitata a fare i conti con i problemi di casa propria, ha gradualmente portato la convinzione che i germogli di marzo avrebbero potuto davvero trasformarsi in frutti succosi, un po’ come quelli che il nuovo Jan Palach trasportava a bordo del suo famoso carretto ambulante, in Tunisia. Era la vigilia delle rivolte maghrebine, che presero il sopravvento sui media e che lasciarono l’osso a maggio, con l’estate alle porte e con molti dubbi lasciati a frollare insieme alle speranze, quest’ultime più indotte che spontanee.

Dopo mesi ci troviamo invece a rimirare una distesa brulla, ritrovando quei manifestanti proprio là, dove li avevamo congedati. Con le stesse angosce e gli stessi slogan. Il governo militare che ha traghettato il paese nel dopo Mubarak è naufragato nell’impeto di nuove sommosse, e la situazione appare molto più complicata rispetto alle rivolte di inizio anno. In quell’occasione infatti, il terreno fu preparato a fari spenti, con un’opera certosina tesa a frastagliare prima il dissenso nei confronti del regime militare, e focalizzandosi poi sull’esclusiva defenestrazione di quel padre-padrone Mubarak che aveva raggiunto la fatidica data di scadenza 2011, in anticipo rispetto agli illustri omologhi. In gennaio (prima che la tempesta avesse inizio) grazie ad una catena di attentati e ritorsioni, si arrivò dapprima all’inevitabile spaccatura tra cristiani copti e musulmani, che hanno sempre avuto come unico e forte collante l’insofferenza verso l’esercito. Poi, in un teatro già intriso d’odio, scattarono le manifestazioni contro il Palazzo d’Inverno, che portarono alla caduta dell’ex generale della Guerra del Kippur (Hosni Mubarak, appunto).

L’11 febbraio del 2011, in piazza Tahrir esplose la festa all’annuncio delle dimissioni del super Presidente egiziano, Cavaliere del paese nordafricano e Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone al merito della Repubblica italiana. Il potere passò nelle mani di una giunta militare guidata dal Feldmaresciallo Tantawi. Tantawi , Comandante Supremo delle forze armate e reduce della prima Guerra del Golfo tra le fila della coalizione ONU,  fu immediatamente onorato del benestare statunitense. La nuova Giunta militare fu cordialmente accettata dalle potenze occidentali, Israele compreso (che, anche recentemente, non ha mai mancato di apportargli il suo appoggio). Con la Clinton a fare gli onori di casa. Una casa da cui l’Egitto non è mai stato fuori, almeno da trent’anni a questa parte.

Dagli accordi di Camp David del 1978, infatti, lo stato nordafricano ha stabilito un solido patto di affari con Washington, portato avanti proprio grazie all’amministrazione Mubarak e alla potenza che l’apparato militare ha in Egitto. L’esercito egiziano infatti è una struttura ramificata e complessa, che non si limita ad occuparsi di Difesa. Le attività economiche delle forze armate hanno infatti sempre avuto grosso peso nella gestione del denaro pubblico. Una reticenza trascinata dalla “rivoluzione” pseudo-socialista di Nāṣer, negli anni ’50. Allora venne deciso di affidare all’apparato militare anche incombenze civili, soprattutto per tutto ciò che riguardava il sistema produttivo. Automobili, generi alimentari, edilizia, benzina. In Egitto c’è una forte influenza economica da parte dell’esercito, più forte rispetto a qualsiasi tradizionale immaginazione occidentale. In sostanza, in virtù di questi “poteri speciali” e in virtù dei suddetti accordi di Camp David (stipulati da Begin, Jimmy Carter e Sadat), Mubarak ebbe in gestione un copioso capitale statunitense. Si stimano circa 40 miliardi di dollari a partire dal 1979, con 1.300.000.000 stanziato per il 2010. L’obbligo, però, fu ed è sempre quello di reinvestire questo flusso di denaro in industrie a stelle e strisce (armamenti, in primo luogo). Il sacrificio militare egiziano è pari al 5% del Pil: l’Egitto è, infatti, un paese militarmente ben attrezzato.

La vicenda, con queste premesse, scorre logicamente su binari sterrati ma non sdrucciolevoli. Il paese del dopo-Mubarak è un sistema estremamente instabile, avendo mantenuto tutti i crismi del comando destituito in febbraio e subendone drasticamente gli stessi effetti. Il problema e il motivo di tensione principale è infatti la spaccatura in seno alle forze armate, ove il trentennio precedente ha prodotto profondi risentimenti da parte di tutta quella parte di soldati prosciugati dall’avidità del carismatico Presidente. Il pomo della discordia è, come sempre, il dio denaro.

Provando a quantificare e a collocare la portata della situazione – nonostante il peso del segreto militare impedisca di fare valutazioni precise sulla valenza reale dell’Esercito sul paese – si può dire, in base ad alcune stime dichiarate dalla National Defense University di Washington, che il Ministero della Difesa egiziano contribuisca a circa il 10-15% del Pil. Nel 2004 vennero attuate una serie di riforme di privatizzazione ideate da Gamal Mubarak, figlio di Hosni. Questo comportò un notevole aumento della forbice sociale anche all’interno delle forze armate. I soldi, insomma, finivano nelle tasche di famiglia e amici, mentre il resto della ciurma ne doveva raccattare le briciole.

Da questa vicenda emersero le voci sull’immenso capitale che Mubarak riuscì ad accumulare sulle risorse pubbliche. Furono proprio militari timorosi di perdere i privilegi di trent’anni che spinsero per la rivoluzione, appoggiati da “mani straniere”, come più volte detto dallo stesso ex-Presidente nei suoi ultimi giorni di potere. Come al solito, oggi come a inizio anno, Twitter e la rete vengono subito irradiati di luce da palcoscenico, con il consueto “tam tam” che in un paese con il tasso di analfabetizzazione che sfonda il 30% non potrà mai avere luogo. Un malcontento organizzato, così come quello di primavera, e figlio di cicatrici ancora aperte, cresciuto anche a seguito delle marce unite tra copti e musulmani in segno di protesta verso la Giunta militare, rea di nicchiare troppo sull’eventualità delle urne e di voler trascinare il comando almeno fino al prossimo giugno.

Manifestazioni di protesta avvenute proprio il 15 ottobre scorso, mentre qui si era impegnati a dar la caccia ar Pelliccia. Prima le proteste, poi gli scontri, poi la repressione. Il cliché classico. Una ghettizzazione dello scontro voluta, come molti sostengono a El Cairo, condita da una violenza spropositata, che sa di posticcio. In questo clima, le elezioni sono partite in un clima d’odio dipinto su tela, e saranno un processo lungo e tortuoso  (almeno fino a fine gennaio) per un paese da sempre alle prese con turni elettorali sbarazzini, e alle prese con 40 partiti e oltre 6000 candidati. La situazione attuale è dunque interlocutoria, anche se la paventata deriva estremista così mistificata dai media, difficilmente avrà luogo. l’Alleanza Democratica, la coalizione che (secondo le indicazioni) dovrebbe essere in vantaggio nelle preferenze, ha già avviato dialoghi con Hillary Clinton e il suo staff per ammorbidire le istanze del proprio braccio politico, il “Freedom and Justice Party”, dei Fratelli Musulmani. L’Egitto è un paese abituato a giocare a liberismo, da troppo tempo amico degli Usa e in stretti rapporti con l’Europa (il turismo, sempre parlando di Pil, sfiora il 6%) per invertire rotta. Chiunque avrà il maggior consenso dovrà comunque sottostare allo Scaf, il governo militare, per scegliere i 100 membri incaricati di redigere la nuova Costituzione. Sempre che si raggiunga un buon livello di preferenze, e sempre che il corso elettorale non abbia intoppi.

In mezzo a questa nebbia, c’è comunque tanta puzza di fumo e poco odore d’arrosto. In un modo o nell’altro, l’amministrazione economica dell’apparato statale rimarrà sotto il controllo straniero che, attraverso un nuovo manager (ieri Mubarak, oggi Tantawi, domani chissà) continuerà ad investire nelle risorse di un paese dove i germogli di primavera non han fatto in tempo a sbocciare, che si son subito tramutati in ingiallite e cadenti foglie autunnali.

Nicola Mente

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