Berlusconi, via. Ma c’è poco da festeggiare…

Dodici novembre. Un quasi palindromo, un po’ meno noto del fratello predecessore, quell’11/11 che tanto doveva far tremare potenti e plebei, e che invece ha portato in dote qualche scossone e nulla più. «Mi dimetterò dopo la presentazione della legge di stabilità». Questa la notizia più importante del paventato giorno del giudizio. 308 voti che non hanno permesso a Berlusconi di passare indenne l’ultima battaglia sotto le spade nemiche. Spade forgiate e luccicanti, non chiodi arrugginiti e coltelli da burro caserecci, queste ultime abituali armi di un’opposizione dalla forza d’urto di un agnellino. Niente PD, niente Idv, niente avversari avvezzi alla sconfitta. Le spade, questa volta, sono state forgiate per l’occasione. Spade di Damocle, di nordica genesi, intervenute a mozzare la singhiozzante discesa di Silvio, ben lontano parente dell’”invincibile” Cavaliere Mascherato di qualche anno fa.

E così, dopo un 11/11 dal giudizio succoso, ma non definitivo, arrivò il giorno seguente. Quello dal numero tondo. Dodici novembre. Data che fino a qualche tempo fa è stata dedicata alla strage di Nassiryia. Siamo stati abituati a commemorare quella tragedia dai sapori novecenteschi per sette lunghi anni, come tappa fondamentale di patria coscienza, di sacri valori, di concetti assoluti. Messe, discorsi solenni, solite diatribe tra pacifisti e guerrafondai, tra interventisti e neutrali, tra atlantici e radicali. Tacere e ricordare, comunque, a prescindere. Valori importanti usati ad arte per coprire latenze, messaggi da libri di Storia trasformati in propaganda, come se una volta all’anno si stendessero frettolosamente coperte e lenzuola su un letto sfatto da sempre.

Poi venne l’ottava ricorrenza, e d’improvviso tutti se ne dimenticarono. Non una parola, non un ricordo. D’improvviso, tutto nel ripostiglio, al buio, mentre le luci della ribalta illuminavano il Colle, teatro del più inquietante show che la nostra recente Storia ricordi. La gente gremita e assiepata, orfana di maxischermi ma prodiga d’odio. Un odio strano, un odio con poca schiuma. Un odio incanalato e trattato, “raffinato”, istituzionalizzato. Al centro del proscenio lui, Silvio Berlusconi, uomo fedele al suo destino, come se fosse sempre quello il suo ruolo. Quello del Caimano, che afferra le prede, ma non le sminuzza. Un signore che vince anche quando perde, consapevole di aver di fronte un’orda chiassosa ma mansueta, che da sua genesi ha saputo trasformare in suo verbo. L’attesa, gli schiamazzi manco ci fossero i Mondiali, le dirette Tv e quelle streaming. L’estrema e voluta volgarizzazione di una situazione molto complessa e molto inquietante: se ne va Berlusconi. Lo psiconano, il pedofilo, il puttaniere. Il mafioso, quello dei cavalli di Mangano. Quello della tessera 1816, del conflitto d’interessi troppo grande ed evidente, da impedirci di guardare soltanto ad uno dei migliaia conflitti d’interesse radicati in questo paese. Un risentimento, quello della controffensiva antiberlusconiana, dapprima flebile e ricercato, col tempo sempre più chiassoso e inaridito. Un ragazzo cresciuto senza genitori, quei partiti d’opposizione sempre inetti e inadeguati, principali corresponsabili di un appiattimento misero del confronto (non)politico.

Le pressioni globali hanno mosso un’offensiva particolare sul nostro paese, risparmiandoci da un tracollo ellenico, cercando di “commissariare” un governo plasmato e indirizzato su sentieri per rotte a lunga, lunghissima gittata. Berlusconi, soprattutto nell’ultimo periodo, era un personaggio inviso e massacrato non solo nei confini nazionali, con accezione molto diversa rispetto alla rubiconda burla del petroliere Bush, o alla divertente scenetta con Schulz al Parlamento Europeo, nel 2003. I toni si sono fatti molto più accesi, in un mondo che dava e che dà effettivi e sensibili cambi di rotta rispetto al 2001, senza necessariamente dover rincorrere il 1994. D’improvviso, i fatti italiani hanno avuto risonanza internazionale. L’attenzione partecipativa è netta, in anni in cui il concetto di “National Security State” è tornato di moda, insieme alle Converse, e alla barba da impegnato. Nel 2009, qualcuno ipotizzava già un distacco di Fini e una papabile discesa del Cavaliere per mano forestiera. Il motivo era riconducibile al comportamento di Berlusconi in questioni energetiche. Il denaro di Silvio è sempre stato manna dal cielo per la Russia di Putin e le sue distribuzioni energetiche. Un esempio? Il progetto South Stream, nato con l’accordo nel 2007 tra Eni e Gazprom (19-24 miliardi di euro), tassello della strategia di Putin nel limitare l’influenza geo-economica del gasdotto Nabucco, fortemente voluto dall’Unione Europea. I due colossi energetici hanno poi costituito nel 2008 la società South Stream A.G. (50% Eni, 50% Gazprom). La costruzione del gasdotto passerà sotto il Mar Nero e attraverserà Bulgaria, Serbia, Ungheria, Grecia, Slovenia, Croazia, Austria e Romania. L’inizio dei lavori è previsto per  il 2013, e diventerà operativo nel 2015 (da 31 a 63 mmc/annui).

«Non siamo certo noi americani che vogliamo vendere energia all’Italia, ma vogliamo un’Italia che non dipenda dalla Russia come una colonia. Non vogliamo inoltre che la Russia incassi una somma di denaro di dimensioni mostruose, che poi Mosca converte direttamente in armamenti militari». Queste le parole di Ronald Spogli, ambasciatore USA in Italia, nel 2009.

Insomma, un’onda d’urto duplice – quella della Crisi finanziaria e quella della spavalderia commerciale del Premier – troppo forte per Silvio, di fatto esautorato da organismi sovranazionali, più che da un Parlamento giocattolo. In proporzione, la fine di Berlusconi ricorda la caduta del suo vecchio compagno Gheddafi. Le tinte sono più tenui e più da avanspettacolo, ovvio. L’Italia non è la Libia, così come gli Stati Uniti, profondamente feriti  dalla crisi, non sono l’Italia. La spettacolarizzazione, però, è la stessa. Tinte splatter nel  film d’azione dedicato al Raìs, un film epico la discesa di Silvio, inviso dal suo popolo inaspettatamente compatto nello scagliarsi addosso.

La risonanza internazionale – con El Paìs che, in piena campagna elettorale, dedica 13 pagine 13 alla lunga giornata al Colle – aumenta la sensazione di essere dentro a qualcosa di surreale, ad una realtà mostrata attraverso segni, simboli, colori. Immagini. Come le bandiere italiane al cielo, o come quelle rosse stese fuori dai balconi. Come i cori da stadio, manco fossimo al rigore di Grosso. Con la dimostrazione che, nonostante il cambiamento non prospetti alcunché di roseo, nonostante il paese si appresti ad essere governato da un manipolo di Magnifici Rettori e Illustrissime Eccellenze economiche, nonostante la sovranità nazionale vada gradualmente in soffitta, Berlusconi non vedrà mai cadere il suo verbo, inciso nella gioiosa e festante idiozia di una massa inconsapevole. Una folla immersa in una masturbazione collettiva fomentata da pubblicità, jingles, siparietti, e assurdi ottimismi di un’opposizione che mai è stata in grado di far emergere la nullità politico-amministrativa di un uomo evidentemente incapace. Tutto questo, confezionato in un format che consegnerà alla Storia il dodici novembre. Il giorno in cui noi, alla scomparsa dell’unico – seppur basso – argomento di confronto, scoprimmo di non averne mai avuto uno.

Nicola Mente

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