Apologia di fascismo. Ma di che parlate?

Sabato scorso si è tenuta a Napoli la manifestazione di Casapound contro il neogoverno del tecnocrate Mario Monti. Nei giorni precedenti all’evento si era levato un coro di voci, da vari intellettuali a tutte le forze politiche dell’area progressista (tranne i radicali), a cui aveva dato manforte il Sindaco De Magistris, dichiarando, davanti ai collettivi dell’Università Federico II, la sua opposizione all’evento. A sostegno del suo “niet” il vetero sindaco arancione affermava: «bisogna stare attenti alle forme di apologia del nazifascismo che stanno tornando. Voglio ricordare che è reato». A questo riguardo, e al di là della contingenza della manifestazione dell’Associazione Casapound Italia, vanno precisate alcune cose.

Il divieto di ricostituzione del partito fascista è previsto dal comma 1° della XII disposizione finale e transitoria della Costituzione ove si recita testualmente «E’ vietata la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista». La sua applicazione legislativa è del 1952, quando il ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba, emana la legge n.645 recante “Norme di attuazione della XII disposizione finale e transitoria della Costituzione”. Di questa legge c’interessano due articoli.

Il primo sulla “Riorganizzazione del disciolto partito fascista” che recita «si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista»; e il quarto sull’ “Apologia del fascismo”  che recita «Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità ideate nell’art. 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000. Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni»

L’articolo primo definisce i requisiti che configurano un’organizzazione come fascista nel perseguimento di finalità antidemocratiche volte a sopprimere i valori e le istituzioni previsti dalla Costituzione repubblicana. Spulciando il programma di Casapound si trovano svariate proposte (dal Mutuo Sociale a progetti per l’edilizia scolastica) ma nessun accenno al sovvertimento della Carta costituzionale. Esempio eclatante di come funzioni la norma scelbiana è la vicenda processuale del movimento “Fascismo e Libertà” che, a discapito del nome, è sempre stato assolto dall’accusa di riorganizzazione del partito fascista in quanto il programma politico non violava la Legge Scelba. Di fronte alla legislazione penale, pertanto, Casapound non è un’organizzazione fascista (e tantomeno nazista).

L’articolo quarto ha invece sollevato un dibattito più problematico. C’è da premettere che alla legge n. 645 non seguì un adeguamento nel Codice Penale, dove in nessun’articolo è previsto il reato di “Apologia del fascismo”. Perciò la definizione dei confini di questo reato è molto vaga.

A risolvere parzialmente la questione intervenne la giurisprudenza costituzionale. In un processo per apologia a Torino, la difesa dell’imputato sollevò l’eccezione d’incostituzionalità dell’articolo quarto in quanto contrastante con la libertà d’espressione prevista dall’articolo ventunesimo della Costituzione. Il tribunale non solo accolse l’eccezione ma la estese all’intera legge (compreso l’articolo primo) ponendo un rilevo su un presunto contrasto con le procedure di riforma costituzionale (articolo centotrentottesimo della Costituzione).

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 1957 accantonò la faccenda dell’articolo primo, in quanto gli imputati non erano in giudizio per questo, e ritenne infondato il contrasto con le procedure di revisione, poiché la legge non modificava la Costituzione ma applicava soltanto una disposizione costituzionale. Sull’articolo quarto precisò la fattispecie delittuosa chiarendo che: «l’apologia del fascismo, per assumere carattere di reato, deve consistere non in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista. Ciò significa che deve essere considerata non già in sé e per sé, ma in rapporto a quella riorganizzazione, che è vietata dalla XII disposizione». Quindi l’apologia si qualifica come reato solo in relazione all’articolo 414 del Codice Penale sull’istigazione a delinquere, dove il “delinquere” sta per “ricostituire il partito fascista”. Quindi si è sicuramente passibili di condanna per apologia del fascismo solo se promotori di un convegno o una manifestazione finalizzata alla riorganizzare di un Partito con le stesse finalità del Partito Nazionale Fascista.

La definizione di una fattispecie di reato precisa è molto difficile, quindi i giudici nel gestire questi casi tengono in considerazione il contesto e gli scopi in cui si attua l’apologia. Per esempio, nel 2008 un giudice milanese condannò dei manifestanti di Fiamma Tricolore per apologia del fascismo in seguito a manifestazioni apologetiche avvenute in Piazza San Babilia, luogo simbolo del fascismo milanese degli anni ‘70 e quindi di carattere “fortemente evocativo”. La stessa sentenza ritenne però ininfluenti gli stessi saluti romani fatti prima dell’arrivo nella piazza. Determinante nella condanna fu quindi il valore del luogo, non il gesto in sé.

Alla luce di tutto ciò, il solo reato che si sarebbe commesso a Napoli, se la manifestazione fosse stata vietata, sarebbe stato quello dell’infrazione dell’articolo 21 della Costituzione che al primo comma afferma: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». E non sarebbe stata certo l’Associazione Casapound ad infrangerlo.

Cristian De Marchis

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