Alluvione al Nord. Sciacalli & Sciacalli…

«Io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto». Una frase, quella pronunciata dall’imprenditore Francesco Piscicelli all’indomani del terremoto aquilano, che difficilmente sarà possibile dimenticare, e che col tempo si è fatta emblema di quel comportamento tutto umano comunemente noto come “sciacallaggio”. Lo sciacallaggio prende il nome dall’atteggiamento, tipico dello sciacallo, del nutrirsi dei resti di animali uccisi da altri predatori. A livello umano, la condotta viene paragonata a quella – sicuramente ritenuta “bestiale” – dell’approfittarsi delle disgrazie altrui per ottenerne un vantaggio personale. Il termine è diventato di uso comune per definire l’immagine di quanti, spinti dal bisogno, sfruttano le situazioni di disagio e caos generalizzato per rubare all’interno delle case, dei negozi o dei supermercati. Non è un caso, infatti, che, all’indomani dell’alluvione che ha devastato le Cinque Terre, siano fioriti articoli di giornale e reportage televisivi pronti a denunciare la proliferazione di “sciacallaggio e furti” all’interno delle zone colpite.

Per fare alcuni esempi. «L’allarme sciacalli era scattato nel pomeriggio. I carabinieri lo confermano a notte: cinque romeni sono stati arrestati dai carabinieri per sciacallaggio. Li hanno sorpresi mentre saccheggiavano alcuni negozi alluvionati di via XX Settembre». «Genova è in ginocchio e gli sciacalli in agguato: arrestati nove immigrati». «I due sciacalli, poco più che ventenni di origini tunisine, sono stati sorpresi dai cittadini mentre cercavano di scappare dal supermercato Billa di via Granello». «Tre Ecuadoriani di 40, 36 e 33 anni, tutti residenti in via Monticelli, sono stati sorpresi in Corso Sardegna in possesso di merce varia rubata poco prima». «I sette sciacalli resteranno in carcere. Il giudice monocratico, Massimo Todella, ha convalidato gli arresti al termine del processo per direttissima». Come al solito e come in tutte le migliori occasioni, si costringe l’opinione pubblica a prender posizione in una desolante guerra fra poveri, in cui a perderci è sempre o l’immigrato in manette oppure il negoziante alluvionato: mai i responsabili del disastro, mai chi realmente riesce a trarre il miglior profitto da queste situazioni drammatiche e che – come l’imprenditore Piscicelli – sogghigna davanti alla televisione al solo pensiero dei possibili affari futuri.

Dunque, viene da chiedersi, chi sono i veri sciacalli? Ad avvantaggiarsi  delle situazioni di crisi sono, com’è noto, diverse categorie professionali, per cui la speculazione (al contrario della rapina al Billa, nonostante si fondi sullo stesso principio) risulta perfettamente legale. Imprenditori in attesa di fiondarsi nelle gare d’appalto per la ricostruzione; operatori telefonici pronti a chiedere sms di beneficenza di cui trattengono una nutrita percentuale; politici intenzionati a cavalcare l’onda per guadagnare maggior consenso (qualcuno ha forse dimenticato i vari “disegni di legge sullo sciacallaggio” riproposti all’indomani di ogni tragedia da questo o quel partito? Qualcuno ha scordato, per caso, l’immenso teatrino costruito attorno alla questione del G8 aquilano?).

C’è forse, però, una categoria peggiore, e più sfuggente, che nasconde il proprio bisogno di incrementare i guadagni attraverso lo sfruttamento della sofferenza umana in quell’enorme e magnifico calderone chiamato “libera informazione”. Proprio così, i giornalisti. Più propriamente, i media, che approfittando della telecamera o del tesserino non esitano neanche un attimo di fronte alla possibilità concreta di aumentare la percentuale delle vendite o dello share. A qualunque costo. Al costo, per esempio, di richiedere insistentemente interviste all’ex fidanzata di Marco Simoncelli con lo scopo di mangiare il più possibile dalla notizia drammatica della morte del pilota. Non è da sciacalli, forse? Al costo di mandare in video un bambino salvatosi per miracolo dall’alluvione, chiedendogli morbosamente della madre appena scomparsa. Al costo di inviare in onda a ripetizione le immagini truculente del massacro di Gheddafi, o di riempire interi palinsesti televisivi di “programmi di informazione” sul delitto del momento. I giornali che abusano della possibilità di pubblicare intercettazioni telefoniche o commenti scritti su un social network; le televisioni che non si fanno scrupolo di guerreggiare sugli ascolti, a scapito del contenuto; i professionisti che insistono sulle lacrime, sul dramma o sulla tragedia, non sono forse sciacalli? La risposta è no, non lo sono.

Lo sciacallo è un animale, peraltro meraviglioso, e come tale risponde  ad un istinto di sopravvivenza. Queste persone non rispondono ad alcun istinto, non hanno alcuna scusa. Dunque, il paragone è certamente ingiusto. Tra i media che sfruttano la sofferenza ed un tunisino che rapina il Billa io credo non si debba esitare nel preferire il secondo. Così come non si dovrebbe esitare nel preferire lo sciacallo, la cui unica spinta nell’azzannare corpi in decomposizione è la fame.

Susanna Curci

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