Adriano Celentano. Torna il re del qualunquismo…

Se c’è un uomo che più di ogni altro è in grado di rappresentare la voce del popolo dell’Italia repubblicana degli ultimi sessant’anni, quell’uomo è certamente Adriano Celentano. Cantante, attore, sceneggiatore, conduttore televisivo, regista, “il Molleggiato” è un uomo che ha sempre manifestato una versatilità ed una capacità di reinventarsi assolutamente fuori dal comune.

Se è vero, infatti, che l’Italia, come ricordava Roberto Benigni a Bruxelles, è il paese della Resurrezione, è vero a maggior ragione che non esiste risorto più significativo di Celentano. Un personaggio che è riuscito a destreggiarsi tra i flop e le polemiche politiche create ad arte. Un artista che è riuscito a sopravvivere ai 45 giri, ai 33 giri, alle musicassette e che con ogni probabilità sopravviverà anche ai Compact Disc. Uno show man che ha anticipato il marketing di Santoro, i sermoni politici di Saviano e la presa sul pubblico di Fiorello. Il contestatore istituzionalizzato per eccellenza: quello più amato dal pubblico, quello che non andrà mai in pensione.

«Sono stanco», dichiarava nel lontano 1996. «Ogni due anni bisogna fare un disco per dimostrare ai colleghi che tu sei più forte di loro». Sono passati circa quindici anni da allora, ma il Molleggiato, alla ormai veneranda età di 73 anni, non si smentisce. Esce tra pochi giorni il suo ultimo disco, “Facciamo finta che non sia vero”: un album pienamente politico, che contiene, per parola della moglie, tutto «ciò che nei mesi scorsi ha detto attraverso i giornali». Una sorta di prosecuzione mentale di quel disco di “canzoni contro” pubblicato nel 2008 con l’album “L’animale”. O, più probabilmente, la trascrizione in musica di quel filone di sermoni che l’hanno visto protagonista in giugno attraverso il canale mediatico di Santoro. Una trascrizione in musica che però è destinata ad evolversi: lo dice esplicitamente Claudia Mori, «questo album ha un messaggio e una missione ben precisi». E quale evoluzione migliore della televisione? «L’aria è cambiata», chiosa la Mori alludendo all’insediamento del nuovo governo Monti, «anche se solo da pochi minuti». Chissà, dunque, che il vento nuovo (che ormai ha già fatto in tempo ad invecchiare) non porti anche un nuovo programma televisivo per Celentano, il quale oggi – non a caso si parlava del marketing tipico di Michele Santoro -, a detta della moglie, sembrerebbe non essere gradito a casa Rai.

Qualcuno già afferma che, con questa nuova opera, l’uso di nuove sonorità, accompagnato dall’incontro con personalità di spicco nel mondo della canzone italiana (e non solo), contribuirà alla definitiva archiviazione dell’epoca dei suo lavori con Mogol e Gianni Bella e (almeno così scrivono quelli del tgcom) delle «ballatone alla “Io non so parlar d’amore”».

Il fatto che si tiri in ballo proprio quell’album, “Io non so parlar d’amore”, non è casuale. Si tratta di uno dei dischi più venduti di sempre in Italia: di quell’album che, grazie a singoli come “L’emozione non ha voce”, “La gelosia”, “Una rosa pericolosa” e “L’arcobaleno” (pezzo, quest’ultimo, dedicato a Lucio Battisti), non solo ha determinato la sua rinascita artistica, ma si è rivelato anche il pezzo forte del successivo programma televisivo “Francamente me ne infischio”, in cui, dopo l’esperienza di Svalutation, Celentano ha avuto l’occasione di collaudare in modo più preciso il format televisivo dei suoi show successivi.

È inutile negare, ovviamente, che il cambiamento formale e musicale rispetto al 1999 sia di tutta evidenza (se questo sia un bene o un male è ancora tutto da verificare). In ogni caso, da un cantante e da un artista non si dovrebbe pretendere di più. Leggere in questo senso l’archiviazione del periodo delle “ballatone” è del tutto sacrosanto. Ma c’è un particolare che sfugge all’analisi, e che al contrario merita particolare attenzione. Celentano non è solo un cantante, né solo un artista. Celentano è uno show man, un predicatore, un politico. Impossibile accontentarsi unicamente del dato formale e musicale.

Dunque, nella sostanza, cosa è cambiato? Quale elemento di novità nella sua ultima resurrezione? Alcuno. Buona capacità di monopolizzare i media sul nulla, molta pubblicità e tanto qualunquismo: di quelli che non danno fastidio a nessuno. Un esempio su tutti? Il tema della decrescita, presente nel brano di chiusura dell’album, “Il Mutuo”, limitato alla riduzione degli stipendi degli industriali: «L’unica via contro lo spread per una sana e angelica economia: è la decrescita. Senza abbassare lo stipendio di chi non ci arriva alla fine del mese rinunciando a qualcosa per primi, gli industriali. Se non lo faranno i padroni ricchi falliranno è inutile poi andar in Cina in cerca di un nuovo profitto».

Se qualcuno pensa davvero che, come afferma Claudia Mori, sia necessario trovare «spazi adeguati in cui esprimersi» e «in maniera improvvisa», perché altrimenti qualcuno potrebbe anche «tirarsi indietro per paura di quello che potrà dire», vuol dire che in Italia abbiamo davvero un problema serio. Come se avessimo bisogno di una ulteriore dimostrazione per saperlo.

Susanna Curci

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