AA.VV. Temperamento Sanguineti

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 4 novembre, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

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TEMPERAMENTO SANGUINETI
miro renzaglia

Va bene: sono morto (così dicono) il 18 maggio dell’anno 2010. Fui  (così si legge in articulo mortis) intellettuale, professore di letteratura, autore di teatro, critico e saggista. Io, di per me, avrei tagliato corto: poeta (semmai) che disse di se stesso, citando Le Corbusier (se non vado errato) quel che quantunque lui disse dei poeti tutti che sono (così  disse) «les objects a réation poetique».

Edoardo Sanguineti, questo è il mio nome, o quel che di me resta sul sepolcro non ancora imbiancato da nuova neve. Stornato son da non so dove (ché l’ateità a me convenne d’esperire in vita e quindi non mi smentisco adesso che più non fui)  per dirvi che di  me molto si scrive e si illustra in un libero libercolo dalle molte firme ferme: una specie di monumentale monumentello  dal titolo totale Temperamento Sanguineti (Joker, 2011, € 25.00), mediato multi da DVD ivi allegato.

«Il libro diventa così (vi si legge pressappoco in quarta) un amplissimo ed appassionante percorso  reticolare e labirintico, costruito grazie all’opera di diverse sensibilità» liberamente reagendo (appunto): a réation poetique col soggetto di me stesso in fatti, detti, opere e (o) missioni. Posso dire che l’universo, che altrove si squaderna, è qui raccolto, miniaturizzato come si deve. Ma questo accade perché la poesia è un po’ una replica del mondo, e un po’ è un suo archetipo ristretto.

La poesia, infatti, non è cosa morta, anche se vive una vita clandestina. La poesia è ancora praticabile (vi dico)  probabilmente: e io me la pratico (lo vedete) in ogni caso, praticamente così come se la pratica il Frixione (Marcello) che onestamente si fa vanto di rifarmi il verso: «O sanguineti sanguis / meus ma il sangue / fugit a nervi e téndini s’asciugano / a secca cartasuga linfe ed altro. Sine diebus resti sine die / senza pace né guerra e senza carne / ma in grazia verbi (e sine die, peraltro)».

O come l’Eco dell’Umberto che mi anagramma (così è come gli pare) nome e cognome: «Intus! Erodiade! Agno / inerte (lagus dà dono) / E giuro, naso di Dante / o sine denti guardo a / erotoegnia ad nidus / (indesiderato guano). / Rende autodiagnosi? / Ora, adusto da ingeni, / ed ante sudai orgoni: / ago neurosi di Dante…) / dono sangue di arti, e / rinsanguato idee do… / Sì, dono aguardiente! / D’ansia teurgo, d’eoni / ode doni? Nuga ti eras, / naro di guisa de note… / Adeguandoti in Eros / Seguiteranno? Addio.»

Al che replicherei in plico: “O, Umbè, certo (notato l’anagramma?)” «posso anche, caro mio, chiudere in versi / spiegando che si illude, per sedurre (e molto ci si illude) con diversi / accorgimenti: vedi che ridurre / a tutto si può un niente (con perversi, / come noi, poliformi) onde condurre / il tutto a un niente (e qui, bene conversi / e convertiti, è possibile addurre / esempi, i favorevoli, gli avversi, / senza fine, onde, quindi, indurre e abdurre / abducendo, inducendo, i presi, i persi / che noi saremo: e aiuto, occurre, accurre!) / lunga è la storia, e me, qui, mi congedo: / io ho detto e molto e poco, forse, credo:».

Miro Renzaglia

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