Wikipedia e Nonciclopedia chiudono. Pubblicità…

E’ il solito vizio italiano: forti coi deboli e deboli coi forti. Non solo quando siamo nel traffico o in fila alle poste. Pure quando c’è un problema che investe tutti, noi italiani riusciamo sempre a prendere le parti del più forte. Non importa se quel problema lo tocca davvero o no, lui lo dice e noi tutti dietro. Per 15 anni la maggior parte degli italiani si è preoccupata sul serio dei problemi di Berlusconi, non importa che avesse ragione o torto. Lui si lamentava della giustizia ingiusta, cercando una qualche identificazione con l’italiano medio, e tutti dietro a pensare ai suoi, di problemi, e magari trascurando quelli dell’immigrato malmenato, del lavoratore sfruttato, della donna che subisce violenze. Come se i problemi di Berlusconi fossero problemi più gravi degli altri. Sulla questione del diritto d’espressione tutti ci affannavamo a pensare al problema di Saviano, il cui maggior successo era stato bandito da una biblioteca in un piccolo comune veneto, quando ogni giorno migliaia di precari, di aspiranti scrittori o di associazioni che sono costrette a subire trattamenti ben peggiori in ogni parte d’Italia. Basti pensare a Della Valle o Montezemolo che, paradossalmente, sembravano esser diventate le speranze di una sinistra con i loro strali nei confronti di un governo che, direttamente o indirettamente, hanno sostenuto a lungo.

Ulteriore dimostrazione l’altro ieri: mentre tutti cercavano di schierarsi pro o contro Amanda Knox, magari sommando la vicenda Parolisi o quella di Avetrana, a Barletta 5 operaie erano vittime dell’assoluta negligenza del loro datore di lavoro, che le faceva lavorare in una struttura pericolante, nella totale indifferenza delle Istituzioni.

Forti coi deboli e deboli coi forti, oltretutto incantati dalle paillettes dello show system. E così non dev’essere stato difficile pensare a due campagne di comunicazione tra le più argute degli ultimi 20 anni. La maggioranza di governo, di cui speriamo tutti di liberarci presto, ripropone la cosiddetta legge bavaglio. Chi è pronto a giurare che sia stata rivista, chi è pronto invece a sostenere il contrario. Sta di fatto che si tratta di una delle leggi più invise all’opinione pubblica, contro cui Repubblica – il giornale – si è scagliato con violenza, che ha visto mobilitarsi intellettuali di ogni genere e risma. Adesso, vista l’insistenza con cui la maggioranza vuol riproporla, sembra che vengano calati gli assi: Wikipedia e Nonciclopedia. La prima in aperto contrasto, la seconda in contrasto con il solo Vasco Rossi, reo di averla querelata per frasi che riteneva ingiuriose.

Partiamo dall’ultimo caso. Nonciclopedia chiude perché Vasco Rossi ha sporto querela nei suoi confronti. Reazione sproporzionata, basti considerare che ogni giorno c’è una querela che parte nei confronti di giornali e giornalisti ma tutti, per dovere di cronaca, continuano a fare il loro dovere. La querela – nonostante chi vi scrive ne ha subita una, ancora in corso – è un diritto di chi si sente offeso, a ragione o a torto. Saranno i tribunali a stabilirlo e a noi non rimane che sottostare alle leggi. Succede a me, perché a Nonciclopedia non dovrebbe? Il sito, per informare la sua utenza, scrive nome e cognome del querelante e su Facebook e gli altri social network è una pioggia di insulti. I fan tentano una difesa poco convinta e vengono travolti dal malcontento nei confronti del rocker che già nelle settimane scorse aveva avuto un calo di consensi dopo alcune sue esternazioni. Vasco stesso ha preparato il terreno, Nonciclopedia ci si è infilata a capofitto. Adesso la conoscono tutti, pubblicità a vagonate senza pagare una lira, con citazioni anche nei TG. Solo perché Vasco voleva far valere un suo diritto. Gli uffici legali dell’una e dell’altra parte si sentono, per giungere ad un accordo, e il sito riapre il giorno dopo, scusandosi con Vasco Rossi e ammettendo le proprie responsabilità. Una persona, insomma, è stata ingiuriata per un giorno intero da tutto il popoloso mondo dei social network pur avendo ragione, riconosciuta anche dalla stessa Nonciclopedia.

Caso Wikipedia. Nel 2010, uno dei fondatori del progetto di enciclopedia libera – dove ognuno aggiorna a suo piacimento la voce che vuole -, cioé Jimbo Wales, fa mettere un banner fisso con cui ricorda a tutti i visitatori che sarà pure bello fare le ricerche gratis su internet, ma il mantenimento della struttura necessita di continui fondi. Altrimenti dovranno cedere spazio ad inserzionisti pubblicitari. Con 16 milioni di euro raccolti da 500 mila persone (una media di 32 euro a testa) – si tratta del 5° sito più visitato al mondo – si escludono inserzioni pubblicitarie per il 2011. Ma nel 2011 viene lecito chiedersi come stiano le finanze di Wikipedia, in particolar modo della sua succursale italiana. In realtà non si sa nulla. Si sa solo che il sito – ma solo quello in lingua italiana – chiude perché c’è l’incubo della legge bavaglio, in particolar modo per la parte che riguarda l’obbligo di rettifica – per i blog – da effettuare entro le 48 ore. Mi piacerebbe sapere, essendo Wikipedia in continuo aggiornamento vista la possibilità concessa agli utenti di aggiornare i contenuti del sito, chi ha mai chiesto una rettifica a Wikipedia, potendolo fare in diretta. Il sito Wikipedia Scanner, nel 2007, asserisce che anche la Cia e il Vaticano siano usi ritoccar le voci enciclopediche. A Bush diedero del pipparolo sul suo profilo, trasformando la W di George W. Bush, in wanker ‘dedito all’autoerotismo’, ma non scattò nessuna denuncia, nessuna querela nessuna richiesta di rettifica. La voce venne aggiornata da un altro utente, magari interno al governo degli Stati Uniti.

Allora, perché chiude Wikipedia Italia? Nel bilancio preventivo 2011 di Wikimedia Italia, la società con sede ad Arcore che è la corrispondente italiana ufficiale di Wikimedia Foundation l’avanzo d’esercizio previsto era di € 86,36. Le donazioni previste arrivano a 369.533,89 euro, ma il grosso della cifra è sul Fundraising 2011, in cui vengono previsti 330 mila euro di incassi. Nell’analoga campagna del 2010 vennero incassati 18.283,82 euro. Le spese sono tante e tra queste figura anche un ‘trasferimento alla Wikimedia Foundation’ di euro 160.337,16 euro. Adesso non voglio tirare conclusioni affrettate. Non mi va di dispensare certezze, vorrei soltanto avanzare qualche dubbio in più: siamo sicuri che non vi sia una campagna – davvero incredibile e stupefacente – di finanziamento dietro a tutto ciò?

Graziano Lanzidei

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