Trony Bloc. E piantatela coi moralismi…

Anche quello di moraleggiare è un diritto. Ed è, tragicamente, un diritto che solo pochi eletti con la pancia piena possono permettersi. Ѐ una libertà che costa cara: carissima. Quasi quanto un iPhone 4. Non è un caso, infatti, che i moralizzatori dai luminosi macbook e dai lussuosi appartamenti non possano minimamente concepire l’idea di accalcarsi in fila, insieme ad altre venticinquemila persone, per comprare un ferro da stiro, una lavatrice o un telefonino a prezzi stracciati. È certamente un atteggiamento bestiale, incivile: non consono ai dettami del buon gusto e della buona educazione. Non sorprende neanche che Michele Serra – dall’alto della comodità della propria amaca – non si sia posto il minimo problema nel paragonare le tante persone in attesa dell’apertura del nuovo megastore della Trony ad “uno sciame di mosche disposte a schiacciarsi l’una con l’altra pur di posare le zampe sulla propria briciola”. Non sorprende, perché i moralizzatori dalla pancia piena non conoscono la crisi. Peggio: neanche riescono a vederla.

Il paradosso insito in tale ragionamento si riscontra nel fatto che la critica feroce mossa nei confronti di quanti hanno causato disagi e disordini nella capitale (paragonati con la ormai consueta velocità ai black bloc che avevano immobilizzato la città nella manifestazione della settimana precedente) è una critica al bisogno, alla necessità. “Sono figli del consumismo”, si affrettano a giudicare i benpensanti della prima e dell’ultima ora. “Sono marionette manovrate dal Capitale”, “sono il motivo per cui in Italia non cambia mai niente”, “sono comparse per uno spot ben riuscito”. Sono, insomma, personaggi politicamente non impegnati che vanificano le sante lotte di quanti si muovono ogni giorno per fomentare la santa rivoluzione.

Ovviamente (non è neanche il caso di porsi il dubbio) nessuno osa mettere in discussione il vero meccanismo insito nella società di consumo: quel meccanismo che porta l’acquirente alla necessità di ricambiare con frequenza regolare oggetti che sono meccanicamente programmati per usurarsi in breve tempo. Nessuno osa criticare il sistema che costringe un lavoratore ad accettare spesso e volentieri qualunque tipo di vessazione, tutto pur di non perdere quel guadagno minimo che gli consenta di vivere dignitosamente con la propria famiglia (o anche semplicemente di affrancarsi dalla propria famiglia d’origine, che è il vero e fondamentale problema di questa generazione). Perché in fondo si tratta di questo: della voglia di vivere dignitosamente. Un desiderio che dovrebbe essere supportato, non messo alla berlina: un desiderio che dovrebbe essere considerato come la prima molla sufficiente per generare la necessità del cambiamento.

Al contrario, risulta fin troppo semplice puntare il dito contro quanti pagano regolarmente i meccanismi di questa società malata. Contro il migrante, magari, che si è stancato di pagare giornalmente uno dei tanti internet-point dislocati nelle città, e che cerca un telefonino a basso costo con internet integrato per poter entrare in contatto con la propria famiglia. O contro la casalinga ansiosa di cambiare la propria lavatrice rotta da qualche mese, aspettando l’offerta più vantaggiosa. O ancora, contro quei genitori che hanno sempre negato l’IPhone al figlio perché troppo costoso e che hanno pensato di fargli una sorpresa per un’occasione di festa. Oppure – perché no? – contro quanti hanno pensato di guadagnare qualcosa comprando oggetti nuovi a basso costo, per poi rivenderli a prezzi di mercato. Sono davvero queste le persone che “ostacolano il cambiamento”? Sono davvero questi i “violenti trony bloc” che hanno causato quel tourbillon di scuse – tanto reciproche quanto ipocrite – tra la catena di elettrodomestici e il comune, entrambi ansiosi di spegnere in tempi brevi la fiamma del malcontento accesa in una popolazione ormai insofferente nei confronti dei continui disagi che quotidianamente bloccano la capitale?

Troppo facile, troppo, puntualizzare che i disordini non fossero dovuti al bisogno di prodotti di prima necessità, ma a quello di oggetti di uso domestico (possibile considerarli “beni di lusso” solo a causa dei prezzi del tutto spropositati). Troppo facile perché si tratta di beni di uso comune, ormai di una necessità quasi assoluta: tutti beni che sicuramente il moralizzatore dalla pancia piena possiede, con ogni probabilità dopo averli pagati a prezzo pieno. Dunque, può davvero essere considerato un problema scannarsi per un ferro da stiro e non per qualche chilo di frutta? Ma soprattutto, è davvero possibile che per accettare l’esistenza della crisi sia necessario attendere l’assalto ai forni?

Susanna Curci

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