Tom Waits. Bad As Me

A scatola chiusa, certo. Pescando quel paio di banconote nelle tasche, o in quel vecchio portafogli decrepito da cui non ti vuoi separare, e consegnandole alla tipa che sta alla cassa. Lei lo saprà chi è Tom Waits? Guardale gli occhi, per scoprirlo. I gesti saranno per forza di cose meccanici. Il bagliore nello sguardo, se ci sarà, sarà involontario. E brevissimo. Guardale gli occhi.

Nulla di fatto. Si prende i soldi e ti dà il disco, Bad As Me. Lo prendi e te ne vai. Good As You. La conosci talmente bene, l’arte sopraffina dei pensieri vaganti che scorrono via come nuvole. Macchie casuali che diventano immagini. Ombre che diventano persone. Ricordi che a volte diventano maledizioni e che si fermeranno fino a che ne hanno voglia. Pioggia fitta in un giorno di inverno. Pioggia sporca. Interminabile. Ricordi che altre volte ti prendono per mano e che ti fanno volare, ma che svaniscono in fretta. Un raggio di sole. Uno solo.

Tom Waits la sa lunga, al riguardo. Fa la faccia dura e la voce grossa. Racconta storie bizzarre, o surreali, e sfoggia atteggiamenti sardonici. Mischia l’invito alla sfida. Lampi di provocazione, che presuppongono un pubblico, e confessioni strazianti che assomigliano a soliloqui, rendendo chiunque un intruso. La porta è aperta, ma non è spalancata. Entrate con discrezione. Ascoltate davvero. Mettetevi alla prova: non è intrattenimento. Non vi manderà a casa più sereni e spensierati. Non vi renderà più facile perdonare chi vi tiene in gabbia. Né voi stessi che lo accettate, fino a negare l’evidenza.

Tom Waits è anomalo. E lo sa. E ci tiene. Spera che basti a far sì che gli si avvicinino solo le persone che sono in grado di capirlo. Ci spera. Non si illude. Canta come se ci fossero dei conti da regolare. Apparentemente vuoterà il sacco su di sé. In realtà lo farà su di te. Canta come se stesse esorcizzando i cattivi spiriti che si annidano chissà dove, ma sempre un po’ troppo vicino. Hanno assunto le fattezze di bambini dispettosi nel vicolo. O di belle donne coi tacchi alti che sanno come si fa a portarli. Sembra che ti vengano incontro. Sembra che ti ignorino completamente, a parte quell’attimo in cui ti rovesciano addosso la loro indifferenza, e un sentore irresistibile del loro profumo.

Tom Waits è romantico, ma quasi suo malgrado. Il tipo di uomo che è pronto ad attraversare la notte da solo – e quella successiva, e tutte quelle che verranno – ma proprio perché confida in un incontro improvviso, che riscatti tutta quell’attesa e le regali un senso. Metà sorpresa e metà conferma. Metà salvezza e metà perdizione. I versi di Kiss me, in quest’ultimo album: «C’è soltanto una cosa che voglio tu faccia / Baciami / Voglio che tu mi baci ancora una volta come uno sconosciuto / Voglio credere che il nostro amore sia un mistero / Voglio credere che il nostro amore sia un peccato».

Si vive quello che si immagina, se lo si immagina con abbastanza forza. Ed è per questo che le abitudini fanno male: diventano automatismi che coinvolgono solo la superficie della mente, e del cuore. Riempiono la vita di certezze, anche se sono le certezze sbagliate. Alzano mura che sembrano proteggere, e invece imprigionano. Promettono serenità. Generano torpore.

Il successo di Tom Waits – e di chiunque altro non sia per nulla allineato a un’idea armoniosa dell’arte, e ancora prima dell’esistenza – sarebbe inspiegabile, senza questo bisogno sotterraneo di spezzare l’assedio di ciò che è ragionevole, misurato, rassicurante. La parola chiave potrebbe essere “ancestrale”. Stati d’animo dirompenti che si possono anche rivestire di parole ma che disconoscono la necessità di spiegare se stessi, la propria urgenza, quel groviglio di slanci contraddittori e lancinanti. Eppure, secondo Paolo Sorrentino che l’ha intervistato da poco, «Tutta la musica di Tom Waits sembra un grande, inarrestabile inno alla bellezza della lentezza. Anche lui, quando appare silenzioso da dietro la porta del suo studio, senza fretta, magro, jeans scuro, giubbotto di jeans dello stesso colore, una maglietta con le macchie, un discreto numero di anelli, timido, dinoccolato e silenzioso, sembra un uomo che fa della lentezza un suo modo di essere, ma non è tanto d’accordo.» Chiaro che non lo sia. E non certo perché, come replica ironicamente lui stesso, almeno in automobile gli piace spingere sul gas, in barba ai divieti: «La lentezza? Io so che ho preso un sacco di multe per eccesso di velocità».

Quella che viene scambiata per lentezza, e addirittura per un «inno alla [sua] bellezza», è invece l’esigenza di restare in contatto con quelle parti di sé che nella frenesia contemporanea finirebbero facilmente sacrificate. «In realtà – aggiunge infatti Tom Waits – c’è un posto e un momento per ogni cosa. Quando i tuoi pantaloni stanno andando a fuoco il miglior consiglio è buttarsi per terra e rotolarsi per spegnerli; non è il momento di bersi un caffè. Io litigo con la tecnologia moderna solo perché non ci sono cresciuto, non è parte del mio mondo, sono un immigrato in quell’universo. Dicono che l’unico vero nemico del computer sia l’acqua. Mano a mano che i computer diventeranno più sofisticati faranno sparire tutta l’acqua perché l’acqua è il loro peggior nemico…».

Chiosa strampalata, che non sorprenderà chi lo conosce da tempo. E quindi si ricorda, per rimanere nel passato prossimo, i monologhi di Glitter and Doom, i cosiddetti “Tom Tales” di cui venne fornita la trascrizione completa on-line. Perché un’altra parola chiave del suo percorso e della sua interazione con chi lo segue è “disorientamento”, sia pure senza alcuna intenzione, e men che meno alcuna ansia, prettamente didattica. Il messaggio resta sottinteso. Ma c’è. Il messaggio è che bisogna cercare se stessi al di fuori di qualunque modello.

Non importa ciò che è buono o cattivo per gli altri. Conta solo ciò che è buono per te, anche se in un senso molto meno opportunistico di quanto potrebbero pensare i maligni. Come recita il titolo dell’album, Bad As Me, Cattivo come me. Come si vede nella foto di copertina, Tom sta ridendo.

Federico Zamboni

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