Tav-No-Tav. Più leggi, meno capisci…

E’ davvero curioso come l’attenzione per la TAV, almeno per quel che riguarda il tratto ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione, in Francia, sia legata più alle proteste che ai lavori in sé. Ad oggi non sono in molti a sapere il reale motivo per cui un comitato sempre più forte – il No Tav, appunto – voglia opporsi con tutte le forze a questo progetto. Sul loro sito (http://www.notav.eu) ci sono 150 ragioni per non condividere il progetto congiunto delle Ferrovie dello Stato con l’equivalente francese. Sul sito dedicato al progetto (http://www.torino-lione.it/) c’è tutta la cronistoria, riportata con toni almeno all’apparenza oggettivi ma che nascondono certo le parti più contestate. A chi non è esperto del settore, non rimane che sorbirsi pagine e pagine di relazioni tecniche incomprensibili o arrendersi davanti alla propria ignoranza.

Tant’è che se rivolgessimo una domanda agli italiani: “a che punto sono i lavori della Tav?” quasi tutti non saprebbero rispondere. Molti chiederebbero, a microfoni spenti, cos’è la Tav. Per giorni mi è capitato di chiedermi il perché di tanto analfabetismo civile. Siamo in un Paese dove una esigua minoranza di persone è ben cosciente di ciò che le circonda. Il resto vive sugli impulsi del momento, sulle reazioni isteriche a questa o quella dichiarazione, a questo o quel delitto, a questa o quella promessa. Pensate soltanto a quanto spazio viene dato ai delitti e a quanto poco agli approfondimenti politici. La risposta l’ho trovata ieri, sulle pagine di Repubblica. Esattamente pagina 12 e pagina 13.

Partiamo da un presupposto: prima di ogni protesta No Tav, più che chiedersi cosa vuol fare il governo, a che punto sono arrivati i lavori, cosa vogliono gli organizzatori del Comitato, si parla quasi esclusivamente di ordine pubblico, con riferimenti ai disordini che potrebbero scoppiare. Il dubbio che rimane è semplice, come a Genova: i manifestanti ce la faranno a passare la zona rossa oppure si dovranno arrendere? Non importa perché vogliono farlo, al lettore non rimane che il dubbio: ce la faranno o no?

Alla vigilia della manifestazione annunciata per ieri, domenica 23 Ottobre – che si è svolta pacificamente e che ha permesso ai migliaia di manifestanti di andare oltre la zona rossa – l’attenzione era puntata sulle gesta di Leonardo Vecchiolla, 23enne studente di psicologia, il presunto black block che avrebbe dato l’assalto alla camionetta in Piazza San Giovanni, incendiandola. Così, uno studente di psicologia fino ad allora anonimo, si è guadagnato due pagine su Repubblica, la 12 e la 13 appunto. Intercettato, proprio come i politici più famosi, con estrapolazioni delle sue affermazioni telefoniche.

Antonio Pascale, nel suo libro Questo è il Paese che non amo, parla delle carrellate emotive, rifacendosi alle teorie di Rivette, diffuse da Daney. Se quelli parlavano solo di cinema – con il caso eclatante di Kapo di Gillo Pontecorvo – lui riadatta la teoria anche alla televisione e alla cronaca in generale. Le carrellate emotive che vengono fatte dai media, vecchi e nuovi, hanno la funzione di concentrare l’attenzione su un singolo aspetto (la possibile violenza), su un particolare (l’incendio della camionetta) o su una singola persona (Leonardo Vecchiolla). Il risultato è che viene cancellato tutto il resto. Non importa il messaggio generale della protesta, ma il primo piano – giornalistico – del giovane che vuol partecipare alla manifestazione dei No Tav. Una domanda viene lasciata in sospeso: “violento lui, violenti tutti?” oppure “riusciranno i black block a rovinare quest’altra pacifica protesta?”.

Si lascia il fatto di cronaca – la manifestazione, la Tav, le attività del comitato No Tav – per raccontare una storia, una vera e propria narrazione, con tanto di inventio e di inferenze lasciate al lettore. Si cerca di collegare questa narrazione al resto, anche in maniera forzosa, per lasciare la suspense. In narrativa si potrebbe parlare di climax ascendente. Ma dal punto di vista giornalistico, più precisamente da quello etico, come si può definire l’operazione? Una forzatura, forse. Perché l’unico aggancio tra questa storia e la protesta dei No Tav è solo che questo Vecchiolla, al telefono, avrebbe detto di volersi recare lì per partecipare alla protesta, magari a modo suo. “Meglio lì che allo sciopero della Fiom”, avrebbe detto a qualche suo conoscente. Oppure si tratta di uno sviamento. La questione Tav – No Tav, anche il giorno dopo la protesta, non si sposta di un millimetro. E non perché il governo è sordo alle proteste e i manifestanti sordi ai compromessi. Non perché le due posizioni sono inconciliabili, un diverso tracciato non avrebbe senso, i soldi investiti sono troppi per tornare indietro. Sembra di stare davanti ad un conflitto eterno, ad una particolare riedizione dell’Iliade, in salsa bucolica, in cui Achei e Troiani si sfidano all’infinito. Come se al cronista non rimanesse che raccontare le tensioni della vigilia e la cronaca di ogni scontro.

Uno scontro concreto, tra i fautori di un progetto e gli oppositori del progetto stesso, proprio per questo pieno di contenuti, che non vengono raccontati quasi mai, viene banalizzato con primi piani giornalistici, dal forte tono narrativo. Un sensazionalismo che ha poco a che fare con l’approfondimento giornalistico o con la cronaca politica e che ricorda più da vicino le trasmissioni scandalistiche. Il risultato concreto è che si banalizzano le ragioni degli uni e degli altri, non si fa un buon servizio al lettore e la questione Tav rimane misteriosa nonostante innumerevoli ‘lenzuolate’. Com’è possibile per gli italiani farsi una coscienza civile?

Graziano Lanzidei

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