Storia universale della distruzione dei libri

Dove si bruciano i libri,
si finisce per bruciare anche gli uomini

Heinrich Heine

 

Talvolta mi accusano di essere un reazionario. Di quelli veri, basali, inguaribili. Nelle pieghe della mia ottimistica benevolenza verso il genere umano, si annida infatti una bile nera che, in alcune occasioni, affiora con il suo sapore amaro.

Reazionario nel senso che, in quelle occasioni, non credo che il genere umano possa migliorarsi, non c’è di fronte a lui nessun futuro radioso e progressivo. Il progresso non esiste. Progresso inteso, non come aggiunta di nuove scoperte della scienza e della tecnica, ma come crescita interiore.

Reazionario nel senso che, in quelle occasioni, non credo più alla sostanziale bontà dell’animo umano ma tendo a considerarlo malvagio e irredimibile.

È con questo umore di fondo che ho terminato la lettura de La Storia universale della distruzione dei libri di Fernando Baez edito da Viella.

Un sentimento, quello che nessun progresso è possibile, rafforzato dalla lettura del sottotitolo prima che da quella del testo.

Non so se consapevolmente, ma quel sottotitolo Dalle tavolette sumere alla guerra in Iraq è la quintessenza più pura dell’animo del reazionario.

Anticipa quello che si leggerà, con dovizia di particolari, nel saggio: un viaggio attraverso il mondo dei libri e di come in ogni luogo, in ogni epoca e da parte di tutti la pratica della loro distruzione sia una realtà impossibile da sopprimere, visto l’accanimento con cui ci si dedica a questa pratica omicida.

Il sottotitolo ha un incedere circolare. Si parte dall’antica Mesopotamia, dalla nascita della scrittura e dalle prime forme di conservazione della cultura su un supporto non ancora diventato libro: la tavoletta incisa dei Sumeri. Si giunge all’Iraq, che in definitiva è approssimativamente il nuovo nome di quelle terre mitiche, percorrendo un tragitto tondo che arriva dove si era partiti.

Sembra quasi la testimonianza di un fatto che nel testo appare evidente. Dopo secoli di progresso (presunto), di cammino della civiltà, di crescita culturale, di radioso cammino della conoscenza, nulla è cambiato.

Come allora, nell’Iraq odierno, devastato da una guerra improbabile ed ipocrita, una delle occupazioni principali dell’uomo è stata quella di devastare le biblioteche, di distruggere i libri, di vanificare lo sforzo di tanti che hanno tentato di fissare in una memoria condivisa quelle conoscenze che ci legano al passato come radice benefica, per vivere un presente meno decerebrato, minando la speranza di un futuro forte e luminoso proprio perché connesso a quella conoscenza.

Dalla lettura del saggio si attinge una seconda sensazione che suona, nella sua evidenza e quando ci viene spiattellata sotto il naso così brutalmente, lugubre.

Esistono due pratiche umane che ci trasciniamo dietro come un pesante fardello o come un tossico istinto basale: la guerra e la distruzione dei libri.

Esiste una stretta correlazione tra gli eccidi di uomini che si sono susseguiti nella storia e che continuano indefessi in ogni luogo della terra e l’inflessibile volontà distruttrice di tutti i biblioclasti dell’umanità.

L’impressione è che non esistano dei cattivi pronti a uccidere esseri umani e a distruggere i libri, che poi, a ben vedere, sono esseri cartacei, ma che questa vera e propria passione per la distruzione, questo desiderio di abbeverarsi del sangue o dell’inchiostro (il sangue dell’essere cartaceo) altrui sia una condizione insita nell’uomo, da sempre.

L’uomo è malvagio ed esprime la sua malvagità attraverso una volontà perversa di cancellazione della vita, di estirpazione della memoria, di appropriazione dei destini, di affermazione di un desiderio di “tabula rasa” che passa per l’annientamento e per le ceneri dei corpi dilaniati e dei libri bruciati.

Il saggio permette anche l’affioramento di una terza sensazione. Il vincolo che lega la guerra, i libri e le donne.

Ogni guerra, nessuna esclusa, si conclude con la sottomissione dei popoli conquistati, con gli stupri delle donne e con la distruzione dei libri. Si conclude con una sola volontà, quella di cancellare ogni memoria di ciò che fu, con lo sradicamento di ogni cultura precedente, con l’innesto forzato del seme del vincitore nel grembo degli sconfitti. Nessun uomo, nessun edificio, nessuna cultura, deve rimanere. Nessun nascituro deve essere espressione del popolo sconfitto, nessuna memoria, neppure genetica, deve poter ricordare il passato.

Forse esiste anche una connessione diretta tra le donne, i libri e la lettura. Tra la loro passione per i figli, sangue del loro sangue, e la passione per i libri, che sono figli di quella cultura che, forse inconsapevolmente tendono a preservare, se è vero che leggono, come si dice, molto più degli uomini (intesi come maschi).

Matrilineare, cantavano per bocca di Giovanni Lindo Ferretti i CCCP,  poi tramutatisi in CSI.

Sono considerazioni che mi sono nate nella testa e che non sono esplicitamente contenute nel saggio che, pur nella desolazione della narrazione, mantiene un tono imparziale e venato di una sottile ma contenuta frustrazione.

Ma di pagina in pagina sono sciorinate storie che fanno rabbrividire e che permettono di inquadrare la faccenda.

Chi sono i distruttori di libri si chiede l’autore? E gli esempi sono sufficienti per scoprire, come riporta anche nella presentazione del saggio Marino Sinibaldi, che proprio tutti lo sono, se è vero, come è vero, che “hanno bruciato libri i reazionari e i rivoluzionari, i seguaci delle tradizioni minacciate e gli adepti di nuovi culti ansiosi di cancellare i vecchi, le inquisizioni cattoliche e le ortodossie ebraiche, i califfi islamici e i pastori protestanti, i nazisti e i comunisti ma anche le democrazie liberali, almeno in certe periferie ideologiche”.

E si scopre che si bruciano libri perché non si accettano idee e memorie diverse dalla propria.

Si bruciano libri per fissare un’uniformità che è omologazione, si bruciano proprio perché “i libri non sono mai in accordo con la Verità, la Fede, il Progetto, la Missione. A chi scrive (e a chi legge), le Verità uniche, le Fedi obbligate, i Progetti sbandierati e le Missioni salvifiche non piacciono o non bastano. Per questo scrivono o leggono. Questo rende loro e i loro libri dei Nemici”.

Alla fine si bruciano i libri perché scrivere o leggere è un gesto scismatico. Un’opposizione silente e non violenta a tutti i totalitarismi. Per primo a quello della maiuscola.

Un’opposizione che va sradica con ogni mezzo e senza deflessioni.

Qualcuno potrebbe, nella sua ingenua positività, pensare che oggi, in tempi di democrazia digitale, tutto questo non è più. Tutti possono pubblicare, tutti possono leggere, nessuno più insidia il povero libro.

Anche qui ci pensa l’autore, nei capitoli conclusivi, a tracciare un triste resoconto sulle nuove forme di distruzione, descrivendo l’avvento dell’editoria digitale che, con la sua volatilità, è un subdolo tentativo di sradicare la carnalità della pagina di carta e la cancellazione dei libri elettronici dalle biblioteche online per soli scopi commerciali.

Basterebbe ricordare, come fa l’autore nell’ultimo capitolo, il comportamento dei soldati americani in Iraq che non distrussero le biblioteche ma che, nell’indifferenza più totale, lasciarono distruggere dai rivoltosi.

L’indifferenza: un altro strumento contemporaneo utile allo scempio.

A queste ci aggiungerei la forma forse più subdola di distruzione dei libri, quella rappresentata dalla “damnatio memoriae” che tende, non a distruggere, ma a silenziare molti dei libri che hanno la sola colpa di non essere allineati con il pensiero unico imperante e che per questo non riescono ad avere nessuna visibilità, nessuna recensione, nessuno spazio distributivo e prendono la via del macero direttamente dalla tipografia, se fortunosamente riescono a essere stampati. E in un mondo in cui l’informazione è tutto, questo rappresenta il libricidio per eccellenza.

Una lettura imprescindibile, seppur frustrante, per farci ricordare che, con ogni probabilità, il mondo descritto in Fahrenheit 451 non è un’invenzione fantascientifica ma solo la cronistoria della nostra civiltà.

Una lettura che può avvalorare la tesi reazionaria dell’impossibilità di qualsiasi progresso e di qualsiasi pensiero positivo nei confronti dell’umanità tutta.

L’unico antidoto a questa plumbea raffigurazione non può che essere uno: la lettura.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 7 ottobre 2011

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