Scusi, lei è parente di? Gramsci, Pasolini…

Tempo fa Le Iene proposero un servizio relativo ai fratelli dei big dello spettacolo. Fratelli ma anche cugini, conoscenti magari apparsi in qualche soap e in ruoli di secondo piano. Le telecamere si concentrarono in una discoteca romana dove i ‘meno noti’ sfilavano di fronte all’obiettivo, quasi in cerca di una popolarità che la vita ( o l’ombra del consaguineo) aveva loro negato.

Alla classica domanda, un po’ indiscreta e certamente poco carina, “scusi, lei è per caso parente di…?” solitamente si tergiversa, alcuni si danno delle arie, altri negano. Sicuramente l’essere confusi o ricordati per il legame di sangue con una persona dello spettacolo o della politica non è piacevole. Pochi hanno abbastanza sarcasmo e self control da reagire con una risposta secca, ma altrettanto simpatica, scanzonata, sintomatica di chi alla celebrità e ai  riflettori proprio non vuole far caso. Quando un cronista gli chiese «Ma lei, è il fratello del divo?» , il comandante dei Vigili Urbani di Roma Francesco Andreotti replicò divertito: «No, semmai è il contrario. Giulio è mio fratello. Io sono più vechio!».

Negli ultimi anni molti sono stati i libri pubblicati su episodi e figure dimenticate della storia recente italiana. Tra i personaggi inghiottiti dalla memoria e tornati a far parlare di sé, sulle pagine di un saggio o nelle trasmissioni televisive, ricordiamo: Arnaldo Mussolini, Irene e Benito Dalser (cfr. Vincere! di Marco Bellocchio, 2009), Gula Stalin, Fabrizio Ciano.

Tante le storie dei ‘dimenticati’. Alcune delle quali davvero eclatanti.  Mario Gramsci, Francesco de Gregori, Guidalberto ‘Guido’ Pasolini. I cognomi fugano qualsiasi dubbio: Mario e Guido i fratelli minori, il primo del fondatore del PCI e il secondo del celebre artista; Francesco zio e omonimo del cantautore.

Un comun denominatore lega e divide i nuclei famigliari: i ‘celebri’ sono uomini legati, seppur in campi diversi, all’ambito politico di sinistra, anzi, per essere più precisi all’ambiente comunista, in periodi differenti e con sfumature diverse; i meno noti erano tutti avversi al comunismo, alcuni addirittura perderanno la vita per mano di comunisti. La politica, oggi è collante domani, è rovina dei rapporti umani.

Mario nasce a Sorgono nel 1893. E’ il secondogenito della famiglia Gramsci, cui seguiranno Carlo e Teresa. Sottotenente durante la Grande Guerra, nel 1919 aderisce ai Fasci di Combattimento, partecipando alla Marcia su Roma. Antonio tenta in tutti i modi di allontanarlo dalla fede fascista, ma senza risultato. Nei primi anni Trenta, Mario è segretario del PNF di Varese; combatte poi in Etiopia, dalla quale torna nel 1936. Dopo un periodo di silenzio Mario e Antonio si riavvicinano: nel ’27, in una lettera alla madre, il capo comunista ringrazia il fratello per l’interessamento alle sue condizioni di salute. In Mio padre, il Gramsci nero, intervista pubblicata da L’Espresso nel 1997, Cesarina Gramsci ricorda il padre Mario, quell’uomo che si spese anche per dare al familiare in carcere una detenzione meno dura: libertà condizionata e cure mediche per quella malattia che perseguita Antonio sin dalla gioventù.

Volontario per il fronte africano, dopo l’8 settembre Mario è con la Repubblica Sociale; catturato dai partigiani e consegnato agli inglesi finisce in un POW australiano. Il duro trattamento riservatogli  lo porterà alla morte nel 1947. Due anni di sofferenze in un ospedale militare e il decesso dieci anni dopo quello di Antonio; morirà in solitudine e dimenticato da tutti.

Negli stessi mesi in cui Mario è con la RSI, Francesco e Guido militano nelle formazioni “Osoppo”, le brigate cattoliche e azioniste, dal fazzoletto verde e cappello alpino, che riprendono il nome dalla resistenza risorgimentale di Osoppo, la cui cittadinanza ricevette l’onore delle armi dopo un lungo assedio austriaco (1848).

Febbraio 1945. I tedeschi sono in rotta. I loro alleati cosacchi e turkmeni, cui era stata ‘affidata’ la Carnia (Kosakenland) guardano con sgomento l’avanzata dei partigiani di Tito e dell’Armata rossa lanciata su Vienna: finire nelle mani dei russi vorrebbe dire morte assicurata. I titini, dal canto loro, animati da forte nazionalismo, mirano alla Venezia Giulia sperando di poterla presto vedere sotto il controllo di Belgrado. Il IX Corpus sloveno tiene stretti i rapporti con le formazioni comuniste italiane, tra le quali quella di Mario Toffanin,  capo dei GAP triestini.

Toffanin nutre sospetti verso le Osoppo: rifiutano di riconoscere l’autorità del Maresciallo Tito, non sono comunisti, tengono troppe armi per sé, hanno avuto contatti con la Decima Mas. Decide di arrestare gli osovani e di processarli. Un processo lampo cui seguono venti fucilazioni: tra i morti il comandante Francesco de Gregori (Bolla) e Guido Pasolini (Ermes).

Il dopoguerra, il nuovo clima politico e i frequenti spostamenti di Toffanin tra Jugoslavia e Cecoslovacchia  impediscono alla legge di fare il suo corso. Il tribunale di Lucca nel ’54 condanna il comandante gappista all’ergastolo in contumacia. Altri pagano anche se, dopo alcuni anni, riescono a beneficiare di amnistie. Fratelli divisi dalla politica ma ritrovatisi nella morte o meglio nel modo di morire: Mario e Antonio Gramsci uccisi da patimenti e malattia; Guidalberto e Pier Paolo Pasolini vittime di una violenza mai punita.

All’ingresso del cimitero di Casarsa della Delizia (Pn) c’è un monumento dedicato ai volontari della libertà. Uno a fianco riposano l’osovano e il regista. Magra consolazione, potrà ire qualcuno; invece, no. Ai morti in guerra raramente la sorte concede il lusso di riposare accanto ai propri familiari, in un luogo definito, dove amici e persone care sanno di poter pregare o lasciare un fiore.

Marco Petrelli

 

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