R.E.M. La band annuncia l’addio

L’ultima decisione dei R.E.M., paradossalmente, è nello stesso segno amichevole, condiviso, solidale, delle innumerevoli altre che li hanno portati a essere ciò che sono, ma con una differenza enorme: è la decisione di scrivere la parola fine. Come hanno chiarito loro stessi, in un comunicato che è stato pubblicato il 21 settembre sul loro sito ufficiale, «Come amici di una vita e co-cospiratori, ce ne andiamo con un grande senso di gratitudine, di finalità, e di meraviglia per ciò che abbiamo compiuto»

Sono termini che gli si attagliano benissimo: gratitudine, finalità, meraviglia. Gratitudine: le stesse circostanze che hanno portato bellezza e successo avrebbero potuto recare anonimato e frustrazione. Finalità: in quello che è avvenuto sull’arco di tre decenni passati insieme come R.E.M. – ai quali va aggiunto qualche spicciolo di tempo a copertura del periodo in cui il nome della band non era stato ancora trovato, e nessuno avrebbe potuto dire se la loro voglia di musica avrebbe sortito qualcosa in più di un divertimento giovanile – brillano i bagliori di una storia colma di significato; o piuttosto di significati, al plurale, e di domande che prese a una a una possono anche restare senza risposta ma che nel loro complesso danno l’idea di un percorso non solo affascinante ma necessario, e non soltanto per loro stessi. Meraviglia: come dopo aver completato una canzone (una bella canzone, con una melodia accattivante ma non banale e dei versi insoliti e persino enigmatici, ma per nulla pretestuosi) la si contempla e ci si chiede da dove sia arrivata, e se sia l’esito di una capacità personale che si potrà sprigionare a piacimento anche in futuro, oppure la benedizione fortuita di una pepita d’oro che salta fuori chissà come dalle acque fangose di un torrente che invece, di regola, non è ricco nemmeno di pesce.

I R.E.M. chiudono la propria avventura, ma ovviamente lasciano aperte tutte le strade, e i varchi, e i valichi, e i passaggi segreti, che danno accesso al loro mondo. Ci sono i dischi, i video promozionali, i filmati dei concerti. Ci sono le interviste e le recensioni e gli articoli. C’è un bel libro come R.E.M. fiction di David Buckley, che è stato pubblicato anche in Italia e che arriva fino al 2003, lasciando fuori solo gli ultimi tre album di studio, Around the Sun (2004), Accelerate (2008) e Collapse into Now (marzo 2011), cui va affiancato l’anomalo e intrigante Live at The Olympia (2009).

Venuto meno il richiamo potente della sincronia, riservato a chi è già presente, e vigile, e almeno un po’ consapevole, nel momento stesso in cui gli eventi si verificano, si profila quello non meno suggestivo della rievocazione. Finora, al di là dei meriti artistici e del carattere, o dell’etichetta, di “gruppo indie”, anche loro sono stati per forza di cose una delle tante opportunità che l’industria discografica sforna a ciclo continuo. D’ora in avanti saranno una storia ormai conclusa alla quale ci si dovrà accostare sapendo che c’è un inizio e una fine. Una vicenda  da  rileggere, da rivivere, quantomeno da consultare, senza la tentazione di schierarsi fragorosamente da una parte o dall’altra. Non si polemizza con Hemingway, o con Joyce, o con Proust, anche se non ti piacciono per niente. Non si fischia uno show che si sta guardando in dvd.

E anche questo si attaglia assai bene ai R.E.M.: una certa distanza. Non sono un gruppo da bagno di folla, quale che sia il numero degli spettatori in platea e dei fan che li ascoltano/adorano attraverso i dischi. Sono una sorta di apparizione. Un esperimento che di tanto in tanto diventa pubblico. Un’esperienza che può anche rinnovarsi ma che non si tramuterà mai in una certezza, un’assicurazione, una garanzia. Un’abitudine, nel bene e nel male.

Michael Stipe & C. non sono della razza di Springsteen, che con tutta la vastità del suo cuore e della sua inventiva, e della sua antica indomita inquietudine, dà l’impressione di essere sempre al suo posto: contento di essere salutato da chi lo incontra, contento di salutare a sua volta, pronto a suonare – se gli va – anche in mezzo a una strada. I R.E.M. hanno coordinate instabili, sulla mappa del mondo. Sono incontri di una sera, a una festa dove ci sono un sacco di persone che prima non si conoscevano. O nel bel mezzo di un viaggio, molto lontano da casa: l’empatia che si accende di colpo e spinge a scambiarsi i recapiti; la distrazione, o un timore inconscio di rovinare la magia nel tentativo di replicarla, che fa perdere il pezzetto di carta su cui si era scarabocchiato l’indirizzo o il numero di telefono. Oppure la mail, in questi anni così pieni e così vuoti all’insegna di Internet.

Michael Stipe ha 51 anni, Mike Mills 53, Peter Buck 55. Non è la loro età individuale, quella che conta. È quella della band. Che può arrivare alla maturità, ma non alla vecchiaia. Se si trattasse di uno di quei gruppi che hanno un’identità stabilizzata e permanente, come ad esempio i Rolling Stones, si potrebbe proseguire all’infinito, e senza particolari obblighi di assiduità: un tour ogni due o tre anni, un’accorta sequenza di antologie e di dischi dal vivo per alimentare il mercato (e i profitti), qualche ripescaggio di vecchie cose rimaste nei cassetti o qualche rifacimento di brani già noti da mettere alla prova in una veste diversa. Ma i R.E.M. sono un’altra faccenda, più sottile e complicata. Un’altra vicenda, tempestata di nodi che sono difficili tanto da intrecciare, e ancora prima da concepire, quanto da sciogliere. Una trama sfuggente che è quella di una poesia che a poco a poco si è dilatata fino a trasformarsi in un poema, ma che in mancanza di ispirazione, e ancora prima di curiosità, non si può allungare neanche di un singolo verso.

Ascoltatelo, riascoltatelo, questo modo scandito di suonare e cantare, come se ogni nota e ogni parola fossero un passo che non si può non fare ma che si potrebbe rimpiangere. Che si può anche affrontare senza esitazioni, perché in qualche modo si è forti, ma che pure non va sottovalutato, perché in qualche modo si è deboli.

Federico Zamboni

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