P. Cappellari. Una Patria, una Nazione, un Popolo

Autori vari si legge sulla copertina di Una Patria Una Nazione Un Popolo, il saggio storico dedicato ai nostri centocinquant’anni edito dalla Herald Editore.

Autori vari, anzi variegati. Ognuno di loro rappresenta infatti una concezione dell’identità e del passato patri, che va a confluire nel canale principale della rigorosa ed attenta analisi degli eventi.

Stelvio del Piaz, per citarne uno. Ma anche Gabriele Adinolfi e Francesco Mancinelli; e poi Alberto B. Mariantoni, Giovanni Marizza, Carlo Cesare Montani, Mario Pellegrinetti, Achille Ragazzoni, Massimiliano Soldani, Alberto Sulpizi, Massimo Zannoni, coadiuvati da Pietro Cappellari, professore di Nettuno noto per  ricerche nei comprensori laziale ed umbro, grazie alle quali storie dimenticate sono riaffiorate dai meandri della memoria.

Una Patria Una Nazione Un Popolo. Argomento difficile da affrontare, sia per la natura del tema che per la forte attualità che il sentimento di appartenenza degli italiani ad un humus comune ancora genera dibattiti, scontri, entusiasmi e profonde divisioni.

“150 anni e non li dimostra”. questo uno dei celebri slogan diffusi da radio e TV nel corso del 2011, in occasione del 150^ anniversario dall’Unità Italiana.
Eppure, nell’era digitale remore e rimorsi si palesano a livello locale e in politica nazionale, quasi il tempo si fosse fermato.

Nel febbraio scorso, il presidente della provincia di Bolzano Luis Durnwalder così replicava al Qurinale, in merito alla decisione di non partecipare ai festeggiamenti:

«I sudtirolesi  hanno sofferto molto tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, non vedo veramente giustificazioni per festeggiare questa ricorrenza. Nel 1861 l’Alto Adige non faceva parte dell’ Italia e nel 1919 non è stato chiesto alla popolazione se voleva passare dall’Austria all’Italia».

Memori delle bombe che insanguinarono il Sud Tirolo negli anni sessanta e settanta, non pochi italiani rimasero scandalizzati di fronte all’acceso nazionalismo alto atesino (rivolto peraltro al Presidente della Repubblica), aggravato dalla carica istituzionale ricoperta da Dunwalder.

La condizione ‘privilegiata’ delle regioni a statuto speciale fece il resto, con una diffusione veloce della polemica anche alla Val D’Aosta e alla Sicilia, quest’ultima già nell’occhio del ciclone per le dichiarazioni, l’anno precedente, di Micciché (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e del governatore Raffaele Lombardo in merito alla figura di Giuseppe Garibaldi, “dittatore” di Salemi e combina guai “peggiore di Hitler”. (cfr. La Repubblica, 11 Maggio 2010).

Quisquiglie, dirà qualcuno sorridendo d’innanzi a posizioni che potrebbero passare per semplice demagogia, seppure prese non da politicanti in cerca di voti, bensì da figure ben delineate.

Alla polemica storica si aggiunge quella economica e politica, tra un Nord che reclama l’autonomia e un Sud che condanna un saccheggio continuativo delle sue terre, prima con l’arrivo dei piemontesi poi con le lobbies industriali nel secondo Novecento e il conseguente arricchimento del settentrione a scapito del meridione.

Ma cosa fu veramente l’Unità d’Italia? E quali furono i sentimenti degli italiani tra il 1861 e la II Guerra Mondiale? Cappellari abbraccia, nelle sue ricerche, un periodo certamente non facile per il nostro Paese: la nascita di una nazione per secoli divisa, la costruzione di una identità comune a partire dalla lingua, il tentativo di costruire un credito agli occhi dell’Europa partecipando ad imprese talvolta difficili e rischiose. E poi la Grande Guerra, il conflitto che forse rappresenta la prima malta che cementifica lo spirito italiano, se così lo si può chiamare. Sul fronte del Carso e del Piave contadini siciliani e veneti, piccolo borghesi di Napoli e Milano si ritrovano,  per la prima volta e in una condizione assolutamente tragica, sotto la stessa bandiera a difendere un unico fine.

Poi il Fascismo e il sogno di divenire, per la prima volta dai tempi di Roma, una grande potenza Mediterranea. Il fallimento e la fine con un Paese che, dopo il ’45, perde man mano lo spirito di patria, sovente confuso con un nazionalismo rifiutato dalla maggior parte della popolazione.

Pietro Cappellari tornerà nelle terre umbre il 15 ottobre prossimo. Durante una conferenza curata dall’Accademia Delia a Terni proporrà al pubblico ternano la sua ultima fatica.

Marco Petrelli

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