Nobel per la pace a tre donne. Giusto, ma…

…NON PER LA SICUREZZA
PER LA LORO LIBERTÀ

Il premio Nobel per la pace è sempre stato un premio particolare, controverso, del quale non è mai stato facile indagare fino in fondo i motivi o l’utilità. Negli ultimi tre anni il premio è stato assegnato a persone talmente diverse e gli sono stati attribuiti dei significati talmente differenti che risulta davvero complicato riuscire a individuare un fil rouge in grado di legarli e dar loro un minimo di senso.

Giusto nel 2009 il premio Nobel per la pace fu assegnato a Barack Obama, neoeletto presidente degli Stati Uniti d’America, “per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”. Un Nobel discutibile e discusso il suo, assegnato tra le (giuste) polemiche di quanti nel mondo ritenevano assolutamente inconsistente come motivazione quella di essere “riuscito a catturare l’attenzione del mondo e a dare una speranza per un futuro migliore”. Il Wall Street Journal, all’epoca, riuscì a delineare perfettamente l’assurdità di una situazione in cui “un leader può vincere il premio per la pace per aver detto che spera ad un certo punto in futuro di portare la pace. Non lo deve fare, basta che abbia le aspirazioni”.

A distanza di tre anni possiamo riconoscere senza alcun minimo dubbio quanto la posizione assunta dal WSJ fosse appropriata: la guerra in Afghanistan continua ad andare avanti senza interruzioni, il disarmo nucleare è ben lontano dall’essere raggiunto, la situazione in Medio Oriente, tutt’altro che vicina ad una soluzione, sta proprio in questo periodo determinando una nuova fase di tensione internazionale.

Nel 2010, invece, il premio Nobel per la pace è stato assegnato a tutt’altro genere di personaggio: Liu Xiaobo, critico letterario, scrittore e docente cinese, arrestato in Cina nel 2008 per aver promosso e coordinato il movimento Charta 8, condannato definitivamente nel 2010 a 11 anni di reclusione con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”. La motivazione in questo caso è chiarissima e assolutamente condivisibile (il riconoscimento della sua “lunga e non violenta lotta per i diritti umani in Cina”). Risulta meno evidente, purtroppo, la sua utilità. Per la precisione: a cosa serve un premio o un riconoscimento di tale portata se non riesce neanche in minima parte a promuovere un cambiamento?

Come tutti sappiamo perfettamente Liu Xiaobo non ha avuto mai la possibilità di ritirare il premio ad Oslo, così come nessuno dei suoi familiari. La moglie, al contrario, ha dovuto subire gli arresti domiciliari ed uno stato di completo isolamento che le impedisce ancora oggi qualunque contatto con il mondo esterno. Nessuno ha più notizie di Xiaobo e della moglie, nessuno sa in quali condizioni versino, nessuno sa come e quando sarà possibile entrare in contatto con loro. Nel frattempo in Cina, colpevole la capillare censura della stampa e della rete, il nome di Liu Xiaobo è stato accuratamente eliminato dal web, con il risultato eccezionale che la maggioranza della popolazione cinese non ha nemmeno una vaga idea di chi sia.

Si arriva così velocemente al premio assegnato quest’anno a tre donne del Sud del mondo. Prima tra tutte la presidente della Liberia Ellen Johnson-Sirleaf, soprannominata la “signora di ferro”: economista laureata ad Harvard e con un passato alla Banca Mondiale, prima donna di colore a ricoprire la sua carica e della quale in questi giorni si ricorda insistentemente il discorso storico pronunciato alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti all’indomani della sua elezione, discorso nel quale richiedeva il supporto americano per aiutare il suo paese a “divenire un faro splendente, un esempio per l’Africa e per il mondo di cosa può ottenere l’amore per la libertà”.

Seconda poi in ordine di comparizione ma non d’importanza l’avvocatessa sua connazionale Leymah Gbowee, militante pacifista, fondatrice nel 2002 del Women of Liberia Mass Action for Peace – movimento femminile di lotta non violenta – e promotrice di una mobilitazione femminile contro la guerra civile nota ai media per la proclamazione dello “sciopero del sesso” come metodo di lotta, e che costrinse il regime di Charles Taylor ad ammetterla al tavolo delle trattative.

Infine è la volta dell’attivista yemenita  Tawakkul Karman [di cui si riferisce, in particcolare nel secondo articolo sotto, ndr], militante nel partito islamico e conservatore Al Islah, emanazione locale dei Fratelli Musulmani, che ha fondato l’associazione “Giornaliste senza catene” ed è la leader della protesta femminile di opposizione al regime di Saleh.

Si tratta di tre donne molto particolari, nelle quali riesce davvero difficile riconoscersi o identificarsi, ma che in qualche modo riescono ad essere mediaticamente d’impatto (perché sono tre, e il numero fa la forza; perché sono arabe e quindi il loro nome si ricollega all’aura di rivoluzione e cambiamento che a torto o a ragione ha investito quei luoghi in questo periodo; perché sono donne, e in qualche modo si pretende che rappresentino l’intera categoria, ergendosi a vessillo del cambiamento).

Sintomo eloquente di questa pretesa è la motivazione che ha accompagnato l’assegnazione del riconoscimento alle tre signore, premiate “per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. Non è ben chiaro, in realtà, che cosa si intenda  per  “sicurezza delle donne” e in che modo esattamente loro abbiano agito per facilitarne il raggiungimento. Non è ben chiara la motivazione che ha portato ad evidenziare la necessità di assegnare un premio simbolico ad una intera categoria. Ci si interroga, infine, sull’utilità. Ma per quella parlerà la storia.

Susanna Curci

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TAWAKKUL KARMAN
NON HA PAURA

Prima per uscire di casa doveva essere accompagnata da un uomo, adesso da una guardia del corpo. L’assegnazione del Nobel per la Pace a Tawakkul Karman non le ha semplificato la vita, anzi  espone maggiormente a ritorsioni e minacce sia lei che la sua famiglia. In realtà, in Yemen, la vita di una qualunque donna è difficile e piena di ingiustizie, a partire dalle leggi che le riguardano ispirate alla sharia: oltre a non potersi muovere liberamente al di fuori delle mura domestiche, sono costrette a sposarsi bambine, nella maggior parte dei casi con uno sconosciuto, e la violenza in ambito familiare non costituisce reato. Ma Tawakkul Karman non ha paura, o perlomeno ha dimostrato di avere grande coraggio prendendo in mano le redini della protesta, guidando cortei, intonando i cori e gridando con il megafono. Tra i dimostranti spiccava il suo nihab rosa a fiorellini, le donne si sono fidate, hanno visto un’alternativa, un cambiamento possibile, gli uomini hanno colto l’attimo e si sono fatti guidare da questa giovane di 32 anni che altro non chiedeva che un futuro migliore, per lei, per i suoi figli, per le donne, per il suo paese. L’unico modo per farla tacere è stato arrestarla ed incarcerarla per quattro lunghissimi giorni, così come era già successo in passato. L’accusa fatta dal presidente Ali Abdullah Saleh, in carica da 33 anni, alle donne scese in piazza di non essere “delle buone musulmane” non ha fatto altro che incrementare l’indignazione e l’intensità delle proteste. Le pressioni internazioni hanno fatto il resto consentendo la scarcerazione di Tawakkul Karman che, una volta tornata libera, ha continuato a lottare con il suo popolo per la libertà, la giustizià e l’equità.

Lo Yemen è il più povero tra i paesi arabi, la speranza di vita si ferma a 60 anni, vi sono 53 decessi in media ogni 100 bambini nati vivi. Il dramma di questo paese lo si evince maggiormente nei dati sull’incremento della povertà, se nel 1992 il 20 per cento della popolazione si trovava sotto la linea di povertà, oggi invece troviamo quasi metà dell’intera popolazione con meno di 2 dollari al giorno, non diventa quindi difficile capire per quale motivo la popolazione si sia spostata nelle piazze per protestare. Ad una povertà dilagante si aggiunge la disastrosa situazione femminile, la partecipazione scolastica è inferiore rispetto ai maschi: solo il 31% delle bambine è iscritta alle elementari e la percentuale scende con l’aumentare dell’età, in generale il tasso di alfabetizzazione, è uno dei più bassi in assoluto, 50,2 per cento, anche se in miglioramento rispetto a dieci anni fa con un incremento di circa 12 punti percentuali. Le politiche attuate dal governo in risposta ai problemi del paese si sono rivelate inadatte e poco incisive ed hanno favorito l’integralismo islamico nelle zone più povere e l’incremento dell’instabilità. L’ultimo colpo di scena è arrivatto la scorsa settimana dopo mesi di scontri e proteste con l’opposizione,  in un discorso trasmesso dalla tv di stato, il presidente  Ali Abdallah Saleh ha reso pubblica l’intenzione di abbondonare il potere, ma forse è solo l’ennesima mossa politica per stemperare le polemiche internazionali sulla sua presidenza quasi quarantennale tornata alla ribalta in seguito all’assegnazione del premio nobel a Tawakkul Karman che ha portato nuovamente in primo piano la situazione in Yemen.

In realtà, in Yemen il cambiamento non è dietro l’angolo anche se il presidente Saleh, che è appoggiato dagli Stati Uniti, afferma di voler lasciare il potere. Restano infatti ancora un miraggio le tanto attese libere elezioni così come la libertà di stampa e di espressione che di fatto non esistono. Tutto passa attraverso gli uffici governativi che controllano ciò che viene divulgato, ma la rete no, internet è libero, vola sopra ogni divieto ed abbatte ogni barriera, e proprio da internet  sono nate e cominciate le prime proteste, da internet sono arrivate le notizie sulla primavera araba e grazie ad internet i dimostranti si sono organizzati e sono riusciti a portare in occidente il loro grido di aiuto. Non è un caso che la protesta passi dal web, gli utenti di internet sono passati da poco più di 10 mila del 2000 ai quasi 2 milioni e mezzo del 2009, in 5 anni il numero di host internet è passato dai 166 a 255, e riguardo ai cellulari (uno dei mezzi più economici per accedere al web) su 100 abitanti 35 ne posseggono uno, contro lo 0,18 del 2000; numeri che sono destinati a crescere. La neo Premio-Nobel Tawakkul Karman, che si  ispira a Martin Luther King, Nelson Mandela e Gandhi, per il suo paese vorrebbe una rivoluzione-sociale non-violenta e poter eleggere un nuovo presidente il prima possibile e sa bene che l’unico mezzo che può aiutare lei ed il suo Yemen a raggiungere questi obiettivi è proprio il web.

Lucia Palmerini

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