Nicolas Winding Refn. Drive

Nato a Copenaghen nel 1970, ma trapiantato a New York durante l’infanzia, Nicolas Winding Refn è probabilmente il maggior talento che il cinema danese ha partorito dai tempi in cui s’affermò a livello mondiale Lars von Trier. Come von Trier, anche Winding Refn è stato consacrato dal Festival di Cannes, vincendo il premio come miglior regista per Drive. Sorpresa perché Drive, dal 30 settembre nelle sale italiane, è sostanzialmente un film di genere, una sorta di thriller-action, tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis, che nelle mani del regista danese si trasforma in un noir romantico dalle atmosfere incubotiche e dal fortissimo impatto visivo.

Ciò che ha colpito la giuria di Cannes, in effetti, è il talento visivo di Refn, talmente abbagliante e sovraccarico da nascondere anche qualche pecca di sceneggiatura, dei personaggi dalle psicologie appena accennate, nonché uno sguardo compiaciuto e dissimulato più volte all’interno di una miscela cinematografica che denota audacia, furbizia e invidiabile senso della messa in scena.

La storia è abbastanza lineare per il genere, nonostante gli improvvisi ribaltamenti emotivi proposti, e strutturata secondo i canoni del dramma classico. Un giovane autista (Ryan Gosling) lavora part time, come stuntman, a Hollywood. Ha altre due occupazioni, in effetti: di giorno fa il meccanico in un’officina, mentre di notte è al servizio di criminali che sfruttano il suo talento al volante di macchine di grossa cilindrata. Il suo agente, Shannon (Albert Brooks), vuole trovare i soldi per costruire una macchina che permetta al ragazzo di correre nel circuito professionistico. Per ottenere il denaro si mette in società con un boss della malavita locale, coinvolgendo inevitabilmente Driver in una vicenda a tinte fosche che intreccerà le sorti di altri personaggi. L’improvvisa amicizia con Irene (Carey Mulligan), sua vicina di casa, e il progressivo affetto per il figlio piccolo cambieranno la vita all’autista, che si troverà coinvolto, suo malgrado, in un colpo che finirà malissimo. Ora Driver ha una taglia sulla testa, ed anche Irene e suo figlio sono in pericolo. Deve fare a modo suo: comincia così una spirale di vendetta violenta e sanguinosa.

Le qualità visivo-espressive di Refn sono riscontrabili già nel suo primo film, Pusher, datato 1996, e si confermano nel tempo rimanendo ancorate ad opere rigorosamente di genere (da noi sono state distribuite solo Bronson e Valhalla Rising – Regno di sangue). Pusher, negli anni, è diventato un vero e proprio fenomeno di culto per gli appassionati, ancora una volta grazie all’appoggio della critica; Bronson, invece, è un film ultra violento e surreale, basato sulla vera storia di Michael Petersen, il più famoso criminale britannico, mentre Valhalla Rising – Regno di sangue, è ispirato da una storia che la madre leggeva a Refn da bambino, con inusuali vichinghi cattolici come protagonisti.

Con Drive però il regista danese fa un salto di qualità, pur non ripudiando il cinema che gli è più consueto e congeniale, costruendo un’opera che intrattiene emozionando e che ha soprattutto l’ambizione di sondare il territorio entro cui l’action, pur massimalista ed iperespressivo, può intrecciarsi con l’autorialità e un’estetica cinematografica ricercata e fortemente riconoscibile. Come Christopher Nolan (The prestige, Il cavaliere oscuro), anche Nicholas Winding Refn ha uno spiccato senso del cinema d’azione, del ritmo, la grande capacità di sovrapporre musica a immagine, tratto distintivo che caratterizza alcuni degli attuali registi più estrosi e visionari: «La musica è fondamentale per me – afferma Refn – cerco sempre di trovarla presto, addirittura quando scrivo. La musica per me è una droga».

Certo il regista danese non gioca mai per sottrazione, e Drive in alcuni momenti sembra davvero una discoteca itinerante che a volte eccita e a volte narcotizza, ovattando il suono per restituire le angosce e i dubbi di un protagonista che regala poche parole e che deflagra, improvviso, in scatti d’ira e violenza incontrollata: «L’arte è un atto di violenza – prosegue il regista danese – è nel cinema ma non per distruggere, bensì ispirare: violenza o no, è un’esplosione di emozioni».

Ryan Gosling (The Believer, Blue Valentine) incarna perfettamente il ruolo dell’autista introspettivo e sostanzialmente disadattato – che evoca, per certi versi, il Taxi Driver di scorsesiana memoria – crescendo d’intensità man mano che il dramma evolve e che il suo personaggio si trova sempre più alle strette; Carey Mulligan (An education, Non lasciarmi) è invece un po’ sacrificata, oscurata da personaggi ben più caratterizzati della sua Irene; sempre ottimo Ron Perlman (Il nome della Rosa, Alien Resurrection), in una veste che gli è ormai abbastanza consueta.

Definito da alcuni il Quentin Tarantino danese, anche se lui dice di ispirarsi a Douglas Sirk, Nicolas Winding Refn ha ricevuto, dopo la presentazione del suo film a Cannes, gli applausi convinti di pubblico e critica, consentendo così al suo cinema di essere distribuito e conosciuto in tutto il mondo. Lo si attende, naturalmente, alle prossime prove, ma l’impressione è che, negli anni a venire, il cinema del regista danese sarà assoluto protagoniste nelle sale.

Federico Magi

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