Metallica. 30ennale

Sicuri di voler entrare? Lo spettacolo non è neanche un vero e proprio spettacolo. Solo un’occhiatina dietro le quinte. Un balzo all’indietro che sta per sbriciolare trent’anni in un lampo e catapultarci agli inizi di tutta la storia dei Metallica, quando non c’era alcuna certezza, o alcun sospetto, dell’enorme successo che sarebbe sopravvenuto in seguito.

Com’è andata a finire è arcinoto. Un’apoteosi da più di cento milioni di dischi. Un’affermazione planetaria che alla lunga ha superato i confini della vasta periferia del Metal – ghetto volontario e orgoglioso che protegge più di quanto non isoli – per dilagare nei quartieri ordinati, e ottusi, del pop. Avrebbero dovuto saperlo, i Metallica: non fa bene a nessuno, quel genere di consenso. Te lo pagano con un assegno spropositato, che  si rinnova automaticamente e quasi a tua insaputa. Te lo fanno pagare con un contratto che firmi sovrappensiero e senza soffermarti a leggere tutte quelle noiosissime clausole scritte in caratteri troppo piccoli e in un linguaggio per nulla attraente. Ma anche il contratto si rinnova da sé. Specie nel punto in cui si stabilisce che d’ora in poi la tua residenza principale non può più rimanere in quegli spaventosi sobborghi dai quali provieni. Passaci pure tutto il tempo che vuoi, però il domicilio ufficiale lo devi trasferire altrove. Pensaci pure come a qualcosa cui non vuoi rinunciare. Tanto sei già troppo cambiato, perché sia tutto come prima. Tu puoi anche fare finta di ignorarlo. Gli altri no. Ce l’hanno marchiato a fuoco dentro la testa. Non se lo dimenticano mai: sei tu la superstar, non loro. Sei tu che hai trovato il modo. Sei tu.

Tu ti chiami James Hetfield. Sei nato a Downey, nella contea di Los Angeles, il 3 agosto 1963. Diciotto anni compiuti da un paio di mesi, in questo ottobre dell’81. Suoni un po’ la chitarra. Hai una voce che non sembra niente di eccezionale. Nulla di paragonabile a quella del tuo idolo Joe Perry, degli Aerosmith. O di Robert Plant, degli Zeppelin. Hai i loro poster, in camera. Li guardi e pensi che un giorno ci sarà la tua faccia, su qualcuna di quelle foto stampate così in grande e attaccate ai muri delle stanze di altri ragazzi. Lo pensi. Certe volte lo dici. Ti prendono in giro. Sì, figurarsi, vabbé, perché non ti tagli i capelli, invece, e non ti trovi un lavoro? Continui a pensarlo. E a dirlo. Oppure a tenertelo dentro. Come durante i keggers, quelle feste che si svolgono intorno a un fusto di birra: ti piazzi lì accanto e straparli di quello che ti pare. Oppure ripeti all’infinito quell’unica parola, «Maledizione!», e ci racchiudi dentro tutto il resto. I sogni, il dolore, la rabbia. L’impazienza per quello che verrà. La frustrazione per quello che è già venuto. Una famiglia sfasciata, con tuo papà che se n’è andato via e tua madre che è morta. Due fratellastri più grandi, di undici e dodici anni. Chris e Dave. Ti ricordi di quando senti i dischi di Dave, mentre lui non c’è. Di quando ti dimentichi di spegnere il giradischi. Lui torna e te lo fa notare. Hai rovistato tra i miei album, Jamie? Che razza di domanda. Sei l’unico indiziato e l’unico colpevole. Assolutamente no, Dave. Le famiglie sono il massimo, per imparare a mentire. E per fingere che nessuno lo stia facendo.

L’inserzione è apparsa sul Recycler. Un giornale che pubblica un mucchio di annunci. Questo qui è stringato: “Batterista cerca musicisti metal con cui jammare. Tygers of Pan Tang, Diamond Head e Iron Maiden”. Quasi un messaggio in codice. Se conosci i nomi hai capito al volo le intenzioni. Altrimenti sei fuori. Gli Eagles li conoscono tutti. I Tygers e quegli altri due no. Gli Eagles sono californiani. I Tygers e quegli altri due no. Non sono nemmeno americani. Sono inglesi. Gruppi della cosiddetta N.W.O.B.H.M., New Wave Of British Heavy Metal. Un altro indovinello, se non sei del giro. Un’altra selezione preliminare. Sai di cosa si tratta, bello? No?! Lascia perdere, allora. Vuol dire che non fa per te.

L’annuncio l’ha messo un certo Lars Ulrich. Un tipetto stracarico di energia e di ambizione. Un danese trapiantato quaggiù, figlio di un giocatore professionista di tennis che ha anche la passione della musica. Come batterista Lars è scarso, almeno per ora. Ma se ne infischia. Continua a darci dentro e a pensare che sia questione di esercizio. Siccome si esercita i risultati verranno. Da ragazzino ha frequentato dei corsi di tennis. Ha capito il valore dell’allenamento. Ha constatato che qualcuno impara più in fretta e qualcun altro più lentamente. Ha scoperto che non sempre sono quelli svelti ad apprendere, i migliori del mazzo.

Si sono incontrati, James e Lars. Non si sono piaciuti un granché, a prima vista. O piuttosto è Lars che non è piaciuto un granché a James. Troppe differenze, tra loro due. Lars è iperattivo. James è ombroso. Lars ha la sicurezza quasi irritante di un cosmopolita dalla nascita. James non è stato a suo agio nemmeno in famiglia, e ormai non c’è più modo di rimediare. Non è un “cold case” da riaprire in futuro, nel tentativo di trovare una soluzione che per quanto tardiva renderà giustizia agli innocenti. È una guerra, o forse un’epidemia (una minuscola e letale epidemia domestica), che ha mietuto le sue vittime e che si è chiusa per sempre. Sia fatta la volontà di Dio, fratelli. Papà Hetfield direbbe così. Papà Hetfield è un “cristiano scientista”. «Una strana religione», ricorderà molto tempo dopo James. «Il principio fondamentale è che Dio cura tutto. Il corpo è solo un involucro, non servono medici. Era alienante e difficile da capire. Non potevo fare le visite mediche per giocare a football.»

Lars e James si sono persi di vista, per un po’. Ma all’improvviso Lars è rispuntato dal nulla. Era stato in Inghilterra. Era tornato in California. Aveva trovato, per puro caso (o per purissimo destino), l’opportunità di partecipare con un proprio brano a una compilation di prossima uscita, The New Heavy Metal Revue Presents Metal Massacre. Lars ha telefonato a James e gli ha proposto di farlo insieme.

«Ci sto!», ha urlato James.

Federico Zamboni

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