Matteo Renzi e l’alternativa che non c’è…

Matteo Renzi e Firenze, Matteo Renzi e il Partito Democratico, Matteo Renzi e l’Italia. Il ruspante sindaco della città di Dante ormai spopola in lungo e in largo su tutte le pagine dei giornali. Il suo “Big Bang” di tre giorni ha provocato una grossa scossa sismica nella struttura dell’Alternativa, quella maiuscola su carta e minuscola nei fatti. Un’alternativa che da anni crede, senza troppa convinzione, che la sola caduta berlusconiana (che dondola come un dentino da latte) faccia arrivare il famoso topolino pieno di mance e ricompense pecuniarie. Quell’alternativa che da decenni si barcamena tra istinti piromani e improvvise reazioni da pompiere. Quell’alternativa nata con complicazioni, attaccata alla meno peggio da un Veltroni ansioso di guerreggiare con Silvio grazie a una ricetta improvvisata, in cui si mescolarono “dcvorreimanonposso” e “comunisti che strizzano l’occhio al liberismo”.

Era l’autunno-inverno 2007, e si allestiva con orgoglio la collezione da presentare alla sfilata primavera-estate. Una collezione di abiti semplici, dalle tinte pastello. Una collezione riservata a molti, ma non a tutti. Un progetto che tranciò l’ala più radicale della coscienza sociale italiana, quella stessa ala figlia del Partito Comunista più forte d’Occidente. Da allora passò molta acqua sotto i ponti: Berlusconi fece un sol boccone di Walter e dei suoi progetti democratici, dalle tinte sbiadite e dai sapori insipidi. La sinistra dapprima scomparve, poi riaffiorò tramite Nichi e la sua scalata dalla Puglia a Roma, manco fosse Pirro. Un Pirro i cui elefanti ben presto divennero cavalli smunti, e d’improvviso non fecero più paura a nessuno. San Nichi che, come San Matteo, per mesi rappresentò la nuova forza trainante della nuova classe politica.

«Un pezzo grosso del mio partito sentì la necessità di spiegarmelo in modo sbrigativo: “Ciccio, a me hanno insegnato che a trentaquattro anni si rispetta la fila”. Disse proprio così: si rispetta la fila. Come al supermercato, quando tutti abbiamo da svuotare il carrello. Uno per volta, rispettando la fila. Solo che facendo così in politica non si svuota il carrello, si svuota l’entusiasmo. Decisi che non volevo (e ancora oggi non voglio) fare il pollo di batteria. Non volevo che gli altri, loro decidessero i tempi. Non volevo stare alle loro regole, le regole di una generazione che ha già dato tutto quello che poteva dare».

Questo è uno stralcio dell’ultimo libro di Renzi, Fuori!, che sta spopolando come un romanzo di Wilbur Smith tra l’elettorato moderato (quello alla fragranza di Coccolino che da decenni si barcamena tra vecchi ideologismi popolari e nuove correnti imprenditoriali) e quello innovativo all’acqua di rose, possibilmente nel pugno, che da decenni si batte per diritti civili, a costo di scadere nella cecità data da paraocchi troppo stretti. Una cecità dilagante, fatta non solo di rose, ma di proclami, possibili alleanze, crisi di identità di un’alternativa da sempre alle prese con tre-giorni che sembrano illuminare a piccola gittata per poi far ripiombare tutto nella nebbia. Una nebbia d’attesa. Lo squarcio di luce rappresentato da Renzi e dal suo “Big Bang” sembra però destinato a creare effettivi sconquassi, non tanto per l’effettiva capacità e chiarezza del progetto, quanto per l’abilità (tutta berlusconiana) del giovane sindaco di Firenze di trascinare e far convogliare nomi e idee influenti.Si pensi ai “rottamatori” Civati e Chiamparino, disposti a seguire le regole dettate dalla nuova generazione, riempiendo il carrello dell’entusiasmo e lasciando vuoto quello dei contenuti e della chiarezza. I “rumors” dei mesi scorsi ormai sono diventati scontro aperto.

Renzi è “sceso in campo” (giusto per parafrasare neologismi figli del ventennio più nefasto della nostra Storia) e ha promesso scintille per l’imminente allestimento-flotte in vista della spallata decisiva all’egemonia berlusconiana. Battute al pepe sulla gioventù e sulla vecchiaia, faccia a faccia spigolosi con Bersani e con Vendola. Lo zoccolo duro del PD grida alla pista nera, additando a Renzi un fare da destrorso, anche se in realtà la situazione potrebbe essere molto differente dall’atavica contrapposizione destra-sinistra. L’atteggiamento del sindaco del capoluogo toscano è infatti destinato ad arenarsi al centro, piuttosto che spostarsi a destra. Questo perché la realtà politica italiana sta vivendo un periodo di rigetto bipolare, maturando una consapevolezza inconsapevole di inadeguatezza nei confronti del sistema a due poli, in auge durante la caduca era veltroniana.

Se infatti l’errore di Walter (uno dei tanti) fu quello di adattare sommariamente una sinistra ferita ad un contenitore di progressismo cattolico e industriale, un po’ come si fa quando si riordina alla buona la propria casa pochi minuti prima dell’arrivo di ospiti, la politica renziana si snoda in un processo molto più complesso, teso a scindere ciò che Veltroni aveva tentato confusamente di riorganizzare. E così accade che queste similitudini sempre più ricorrenti tra Gianfranco Fini e Matteo Renzi possano creare una realtà da Terza Repubblica, prima ancora che da Terzo Polo. Entrambi in contrasto con l’ala protettrice, entrambi a strizzare l’occhio un po’ verso l’ala radicale, un po’ verso il centro imprenditoriale e cattolico, i due “luterani” potranno a breve incontrarsi all’imbocco del bivio, contribuendo a creare una scenografia nuova, ma dalle tonalità vintage. Una scenografia con sceneggiature “old-school”, in cui il Partito Democratico rischia di diventare un contenitore destinato progressivamente a svuotarsi delle proprie componenti liberiste e moderate, dando la possibilità agli opposti estremismi di rientrare in una logica più consona a quella di un Novecento abbandonato forse troppo in fretta.

Il timore fondato che può covare nell’entusiasmo renziano sta proprio in questo. Il prode Matteo sembra oggi lanciato verso alti traguardi, rischiando però di diventare ben presto non più di un grimaldello per scardinare un vecchio portone, attraverso cui avrà libero accesso la corrente dell’Italia che produce, quel progressismo illuminato sponsorizzato da Emma Marcegaglia, da Marchionne e da tutti quegli squali pronti a brandire ciò a cui Berlusconi sembra aggrapparsi ormai con le unghie. L’idea è quella che un Montezemolo qualunque avrà più slancio di Renzi e delle sue apparenti crociate in favore del nuovo. Questo non è altro che antiquariato centrista rispolverato, che ha adottato il marchio del “pulito e giovane” per accattivare coscienze e per ricordarci la grande missione di questo paese: morire comunque democristiani.

In questo scenario amarcord, sarà interessante valutare il comportamento delle varie pedine messe sulla scacchiera. I radicali saranno pronti a sposarsi con i cattolici moderati? E i moderati cattolici? Saranno pronti a riconoscere importanti istanze in temi di diritti civili? Di Pietro? Finirà nel calderone centrista, ricordando magari l’ansioso Forlani con bocca asciutta interrogato ai tempi di “Mani Pulite”? E dall’altra parte, che si farà? Come si evolverà la destra del post-Berlusconi? Alfano e la Lega replicheranno con un’alleanza? E la sinistra, sarà patrimonio di Sel? Insomma, per ora alla cassa non c’è fila. Mancano ancora un paio di acquisti, ma il carrello di Renzi, così pieno di entusiasmo, da chi verrà consumato? Perché chi va al supermercato è importante, ma ancora più importante è chi scrive la lista della spesa.

Nicola Mente

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks