Matt Reeves. Blood Story

Quasi tre anni fa, nel gennaio del 2009, uscì nelle sale italiane un film svedese che aveva ottenuto numerosi premi in diverse rassegne cinematografiche e che  aveva fatto gridare al piccolo capolavoro, considerando il genere. Lasciami entrare, diretto da Tomas Alfredson e ispirato al fortunato e inquietante romanzo omonimo di  John Ajvide Linqvist, arrivò nei cinema di tutto il mondo a breve distanza dal patinato kolossal romantico-vampiresco Twilight, trattando un tema – orrorifico solo superficialmente: il vampiro e la sua feroce diversità in un mondo popolato da umani – che stava velocemente tornando in auge, sia nella letteratura horror-fantasy che nel cinema di genere.

Lasciami entrare è stato però, rispetto al filone vampiresco recente, un film assai diverso, qualcosa di infinitamente più affascinante, angosciante e inquietante, riflessivo e nondimeno sentimentale. Ma è un sentimento che cinge lo spettatore, che scava nel profondo, quello che restituisce la vicenda dei giovanissimi Oskar ed Eli, accomunati da una solitudine che non potrebbe essere più insopportabile, tanto da renderli diversi, in differente modo, al mondo che li ospita. L’amore che si consuma, in un trionfo di morte e sangue, tra il dodicenne bambino vessato a scuola e la coetanea ragazzina vampiro, costretta a spostarsi per sopravvivere, ebbe un impatto talmente  potente su pubblico e critica che a circa due anni di distanza Hollywood ha deciso di farne un remake, affidandolo al talentuoso Matt Reeves (Cloverfield). Let me in, come al solito trasformato inopinatamente in Blood Story (che fa sicuramente più presa ma che è lontano anni luce dalla profonda valenza del titolo originale) è arrivato da pochi giorni nelle sale italiane, con colpevole ritardo rispetto all’uscita internazionale, riscontrando peraltro un buonissimo successo di pubblico, naturalmente superiore rispetto all’originale che godeva di un pressoché nullo battage pubblicitario.

Il rischio per Matt Reeves, diciamolo apertamente, era quello di lasciarsi andare all’horror più spinto e al gore più becero, restituendo un sentimentalismo grossolano e vagamente consolatorio, condendo il tutto con una buona dose  di spettacolarizzazione made in USA. Così non è stato perché Blood Story, definito addirittura da Stephen King l’horror più inquietante degli ultimi vent’anni e lodato universalmente dalla critica, ha l’indubbio pregio di seguire fedelmente l’opera di Alfredson, scegliendo addirittura la stessa circolarità per chiudere con gli stessi, identici interrogativi.

Ma se si trattasse di una pur riuscita fotocopia, l’opera di Reeves non avrebbe avuto questa eco internazionale e il successo di pubblico che ha ottenuto in America, perché ciò che rende Blood Story un degno erede dell’originale è proprio il taglio dell’opera, è il piglio autoriale di un regista che non reinventa ma rilegge con personalità e senso del cinema, con altrettanta se non superiore virulenza una fiaba nera che invita alla riflessione e all’immedesimazione, alla partecipazione alle sorti di due ragazzini che cercano il loro posto nel mondo. L’ambientazione glaciale si sposta dalla periferia di Stoccolma, in cui Linqvist ambienta il suo romanzo, al New Mexico in piena era reganiana, ai margini di un’America desolata e bigotta, già ampiamente in crisi d’identità, i cui giovanissimi figli sono assai ricettivi alle leggi del branco. Owen e Abby si incontrano, come prima di loro Oskar ed Eli, avvicinandosi pian piano fino a unire le loro solitudini. Se Abby insegna il coraggio ad Owen, costantemente picchiato da un gruppo di ragazzini, Owen le dà la possibilità di aprire il suo cuore a un mondo, quello degli uomini, di cui è costretta a nutrirsi voracemente per sopravvivere. L’unione dei due ragazzini si fa presto amore e successivamente rivolta: rivolta contro un realtà che non li integra, contro un mondo troppo preso da sé per poter amare. Rivolta che culmina nel sangue, copioso e salvifico, nell’emblematico epilogo.

Se l’opera di Reeves riesce a togliere il fiato e a non far rimpiangere il gioiello di Alfredson gran parte del merito è dei due straordinari e giovanissimi protagonisti, che ci mettono davvero molto del loro per far funzionare alla perfezione una pellicola che aveva davvero tutto da perdere, scegliendo tale fedeltà narrativa. La prova Kodi Smit-McPhee, agli occhi di chi non aveva visto The Road (il bimbo giganteggia per due ore, accanto ad un ottimo Viggo Mortensen), forse risulterà sorprendente, vista la gamma di emozioni che riesce a mettere in campo un ragazzino di quell’età; stesso discorso, più o meno, vale per Chloe Moretz, già calatasi in ruoli inusuali, per l’età, quando vestì i panni dello spietato killer-supereroe nel beffardo e sarcastico Kick-Ass. Di ambedue sentiremo ancora parlare, è una facile profezia, perché sono destinati, nonostante siano ancora giovanissimi, a una grande carriera nel mondo del cinema.

Reeves di suo conferma il talento mostrato con Cloverfield, giocando su atmosfere più cupe e meno rarefatte, considerando l’originale, e su movimenti di macchina destabilizzanti (vedere la bellissima sequenza che filma l’incidente dall’interno dell’auto) seppur meno raffinati e ricercati rispetto ad Alfredson. Su tutto, però, la storia; una vicenda, quella partorita dalla penna di Linqvist, talmente fitta di emozioni forti e sentimenti contrastanti che non può non coinvolgere, indipendentemente dalla forma d’arte attraverso cui può essere proposta.

Federico Magi

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