Marc Augè. Diario di un senza fissa dimora

Se ne parla ormai da anni e quindi non dovrebbe rappresentare una novità.Il nostro modello di sviluppo e la nostra democrazia, definita la “società dei due terzi” per ricordare a tutti che l’obiettivo di togliere dalla povertà i suoi cittadini può realisticamente puntare a quella cifra, mentre ci sarà sempre un terzo fisiologico di marginali che rimarranno poveri, sta ribaltando il suo senso. Oggi, sempre di più, i due terzi di persone che la compongono si stanno impoverendo ed è solo il terzo privilegiato che ci sguazza.

A definire con chiarezza questa costante polarizzazione della ricchezza sono usciti saggi e articoli sui giornali che, con dovizia di particolari, ci informano sulla situazione che accelera drammaticamente nel suo perfido percorso.

Nell’ultimo articolo che ho letto, le cifre, come negli altri, non lasciano spazio a incomprensioni o fraintendimenti e mettono a nudo con crudezza la situazione. Si scopre così che i soli bonus erogati dalla Goldman Sachs nel 2009 ai suoi zelanti top manager equivalgono al reddito di 224 milioni delle persone più povere al mondo. Così come l’1% della popolazione più ricca al mondo, circa 70 milioni di persone, guadagna quanto i 4,275 miliardi di quelle più povere. Oppure che il 10% dei più ricchi si accaparrano il 55% dei consumi mondiali.

Questo abisso che fa crescere sempre di più la ricchezza da una parte e la povertà dall’altra a livello planetario, è anche uno dei problemi che affliggono, al loro interno, le società cosiddette civili del primo mondo, USA in testa. Chi non riesce a rimanere agganciato al carro della ricchezza è destinato a scivolare mestamente e sempre più in profondità in quell’abisso di miseria che nessuno più tenta di colmare. È così che molti si ritrovano, da situazioni economiche che gli permettevano una vita dignitosa, ad essere risucchiati in quella melma untuosa.

Sull’orlo di questo baratro oggi compaiono nuove forme di povertà, assai meno catalogabili di quelle classiche perché assai più ipocrite. Sto parlando di tutta quella pletora di persone che, pur avendo un lavoro più o meno stabile, a causa della precarietà o dei salari che crescono molto meno dell’inflazione, erodendosi sempre più, non riescono a far fronte ai loro impegni.

Oppure di quelli che vivendo sempre al limite delle proprie scarse risorse, per un accidente fortuito o per un rovescio della fortuna, perdono il lavoro e si trovano improvvisamente proiettati in quel cono d’ombra che tende a risucchiarli verso il basso, quasi sempre senza possibilità di uscirne.

Ma la disperante situazione che freddamente è rappresentata con numeri, tabelle e statistiche, quasi mai riesce a descrivere il panorama di desolazione che ne costituisce il vero problema.

I numeri, qualcuno dice, parlano da sé ma ci restituiscono una realtà disumanizzata, priva di qualsiasi afflato, sono la mera registrazione di un dato di fatto e non trasmettono sentimento.

Chi può invece descrivere, senza ricorrere alle statistiche, questo panorama umano in preda alle sue angosce è la letteratura. Solo la prosa e la poesia riescono, nella loro estrema lirica sintesi, accollarsi l’improbo compito di far capire, a chi non li vive direttamente, i drammi che sono soggiacenti alla spietata razionalità del numero.

È per questo motivo che consiglio la lettura di Diario di un senza fissa dimora, ultima fatica di Marc Augè, edito da Raffaello Cortina Editore.

Per l’occasione l’autore, noto a livello planetario per i suoi saggi, si fa scrittore non di un romanzo ma di una, per sua stessa definizione, etnofiction. Posta a metà tra il saggio e il romanzo l’etnofiction è «una narrazione che evoca una realtà sociale, osservata attraverso la soggettività di un singolo individuo».

«L’ambizione dell’autore di etnofiction non è la stessa del romanziere. Egli non desidera che il lettore si identifichi con il suo eroe, che gli presti fede. Auspica, semmai, che scopra in lui qualcosa che riguarda il tempo presente, e in questo senso, ma soltanto in questo, che vi si riconosca e vi si ritrovi. In ogni caso, il personaggio attorno a cui è costruita l’etnofiction è un testimone e, nella più felice delle ipotesi, un simbolo».

Quello che non può essere rappresentato dalla statistica, insomma, può più facilmente essere conosciuto attraverso un esempio, un simbolo che permette la sedimentazione dei numeri, trasferendoli nel vissuto.

Un percorso inverso a quello che venne fissato dalle parole di Stalin: «Un uomo morto è una tragedia, un milione di uomini morti sono una statistica».

L’etnofiction è il rovesciamento di tutte le statistiche, in questo caso sulla povertà, che non restituiscono niente, nella tragedia di ogni singolo individuo che deve vivere sotto il peso di quelle statistiche.

È un modo per restituire umanità singola alla globalità delle tabelle.

La storia di questo non vero, ma verosimile (vera è la statistica che distaccandosi dal soggetto investigato diventa falsa, verosimile è l’etnofiction che descrivendo una storia inventata si avvicina in tutta verità al dramma collettivo che rappresenta) diario di un novello senzatetto non è nemmeno delle più disgraziate.

Il protagonista, funzionario dell’Erario in pensione, ha, a prima vista, una situazione privilegiata se paragonata a ben altre miserie, visto che la sua pensione di 2000 euro al mese gli dovrebbe assicurare una vita più che dignitosa. Ma il divorzio dalla prima moglie, cui deve assicurare 850 euro di alimenti mensili, ne riduce di un bel po’ la dimensione.

Vive con la seconda moglie in un appartamento da 1400 euro al mese, garantito dallo stipendio di lei. Quando divorziano, lei gli lascia l’appartamento con tutti gli oneri connessi e se ne va. Con i 1150 euro che gli rimangono della sua pensione, il protagonista non può più permetterselo. Cerca quindi un accomodamento più economico ma non troverò nulla a meno di 600 euro. Se dovesse accettare, tolto l’affitto, dovrebbe sopravvivere con 550 euro, cifra che non glielo consente. Decide così, essendo proprietario di una vecchia Mercedes, di scegliere la vita del senza fisso dimora, andando a d alloggiare nella sua auto nei viali di Parigi.

La storia è tutta qui e descrive, attraverso le pagine del diario, questo viaggio che lo risucchia verso il basso, verso quel gorgo di spaesamento, fatto di perdita delle relazioni, della sua identità e del suo essere. È una storia di paramiseria, nel senso che il protagonista non corre imminente pericolo di morte per inedia. Ha denari, seppur pochi, per poter sopravvivere, ma gli viene meno l’intero collante esistenziale che lo aveva supportato fino a quel momento.

È qui che, lungo questo piano inclinato, si svolge tutta la sua riflessione, tutte le sue nuove scoperte (i luoghi più propizi per sostare con la sua auto, in una città in cui il parcheggio a pagamento ormai non lascia spazi, i bar che, con più facilità, permettono l’utilizzo dei bagni, le associazioni caritatevoli che offrono pasti caldi e alloggio temporaneo).

Le paure non sono tanto rivolte alla propria sussistenza fisica, quella bene o male può essere assicurata, anche se al minimo, da quello che ha. Le paure sono tutte concentrate proprio nella perdita del senso dell’individuo che, tra la vergogna di essere riconosciuto come barbone e quella della scomparsa dei pochi amici, non trova più appigli cui ancorarsi e scivola mestamente verso un decadimento più psicologico e mentale che fisico che costituisce l’anticamera dell’annichilimento.

Non c’è frustrazione per un futuro che ormai gli è tutto alle spalle, ma per un presente che diventa sempre più simile a una lotta contro i suoi stessi sentimenti precedenti, nel tentativo di rimodularli sulla nuova realtà.

Viene da pensare, è questo l’intendimento dell’etnofiction, a che bomba a orologeria s’innesca in un giovane, alle prese con una precarietà che assomiglia molto alla situazione del protagonista, se oltre a questo ci si mette anche la cancellazione di ogni speranza per un qualunque futuro, senza l’ipotesi di una via d’uscita che permetta almeno un sogno realizzabile.

È un libro, che, pur con qualche limite stilistico (la fredda penna del saggista e dello studioso talvolta fa capolino e prosciuga il pathos della narrazione), andrebbe fatto leggere a chi è chiamato a guidare i paesi di cui il protagonista è letteraria rappresentazione, per mostrargli, al di là delle statistiche, quale coacervo di miserie s’istallano in situazioni di questo genere, per fargli meglio comprendere che non tutto può essere sacrificato sull’altare del libero mercato e delle banche. Tantomeno le persone e il loro sangue.

Ma credo sia fiato sprecato se anche nell’inutile lettera d’intenti per il rilancio del paese che l’Italia ha recapitato all’Europa, si parla di facili licenziamenti in nome di una crescita da rivitalizzare, ma nulla si dice sulla necessità che questa crescita sia fondamentale utilizzarla per riequilibrare la forbice spaventosa tra la parte ricca, anzi ricchissima, e quella povera, anzi poverissima del paese.

Come credo sia fiato sprecato rivolgersi all’Europa e alla BCE che si preoccupano di ricapitalizzare le banche, salvandole dai loro stessi errori, frutto di una speculazione senz’anima, e non ci si preoccupa di salvare la Grecia (intendo i suoi cittadini), lo dico con enfasi retorica, che dovrebbe essere salvata per il solo fatto di essere la progenitrice di tutta la nostra civiltà.

E questo dovrebbe bastare.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 29 ottobre 2011

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