Libia. Via il divorzio… e la chiamano rivoluzione

Evviva la nuova Libia. Il tiranno è morto e la democrazia fa capolino in piazza, a Tripoli, tra folle festanti. C’è una cosa che sinceramente non capisco, però. Come mai, prima ancora di parlare di elezioni, nuove giunte, sviluppo economico, il  pensiero del  leader del Cnt, Mustafa Abdel Jalil [nella foto], va alla sharia?

Sharīʿa, ovvero “Legge di Dio”. Un brivido lungo la schiena corre al solo risuonare di questa parola, molto lontana dalla cultura europea, che riporta alla mente le grandi teocrazie del passato, scosse dall’ondata rivoluzionaria del 1789; Rivoluzione, quella francese, certamente assente dall’ humus politico e storico dei paesi arabi, nel XVIII secolo ancora sottoposti all’autorità divina del Gran Turco.

Un nuovo stato fondato sul matrimonio, sostiene il capo del Cnt, che rifiuta il divorzio, tollerato invece durante il  precedente regime e considerato grande conquista dalle società occidentali: in Italia il Partito radicale continua, a distanza di quarant’anni, a rimembrare a politici di destra e di sinistra il suo ruolo fondamentale nel raggiungimento di un diritto che, senza ombra di dubbio, sottolinea un fondamentale step nell’evoluzione sociale ed umana.
Donne libiche che, con la libertà, subiscono una regressione. Roba da rimanere interdetti, a bocca spalancata come i baccalà. La dittatura che, per 42 anni, ha dominato l’ex colonia italiana garantiva un rispetto della dignità della donna molto rara in qualsiasi altro paese del Continente nero. Poligamia al bando indicata come retaggio di un’epoca tramontata; al suo posto la possibilità di interrompere un rapporto matrimoniale, di ricostruirsi una vita e un futuro.

«Quanto più una persona è intelligente, tanto meno diffida dell’assurdo» sosteneva Joseph Conrad. Certo è che accettare che una despotato abbia avuto più considerazione per i suoi cittadini che non la democrazia rasenta, in molti di noi, l’eresia. Non che il Colonnello fosse nuovo a trovate o prese di posizione discutibili e clamorose. Nella mente di tutti ancora aleggia lo sgargiante abito alla Elvis ostentato durante l’ultima visita in Italia; così come l’abitudine di montare la tenda beduina durante i viaggi diplomatici e il vezzo di prendersi gioco dei potenti di tutto il mondo, dando della Libia un’immagine piuttosto ridimensionabile, celando la realtà di una piccola nazione, quasi completamente desertica, che regge la propria economia sul combustibile fossile.

Un despota che, diciamolo, non si è fatto mancare niente. Nel 2002, mentre Amnesty International denunciava

Dozens of political prisoners were released in Libya, but hundreds, including prisoners of conscience, remained in jail without charge or trial. […] Death sentences continued to be imposed. The fate of people who “disappeared” in previous years remained unclear…

l’ ONU chinava il capo di fronte a Gheddafi, indicando il  leader come ‘campione di lbertà’, in merito alla difesa dei diritti umani. Una situazione che definire paradossale è cosa appropriata.

Eppure, quei continui rifiuti del Colonnello, quel suo ostracismo verso l’islam più radicale, spinge a riflettere sulle responsabilità morali e militari dei paesi che hanno appoggiato le rivolte. Convinti di procedere verso la democrazia, francesi e americani pare non abbiano imparato le lezioni di Algeria e Iraq. All’intervento militare è mancato un seguito, propedeutico ed educativo alla vera democrazia, come noi oggi la intendiamo. La polveriera araba ha partorito un nuovo regime, un paese musulmano nel quale la prima cosa fondamentale da imporre è stata la Sharia. L’iter di rinnovamento di Jalil e del suo popolo, d’altronde, è cominciato subito male: il linciaggio e l’esecuzione del tiranno fanno far un salto indietro di vent’anni, cioé a quando un tribunale improvvisato si fregava le mani, processando rapidamente Ceauseascu e la moglie, col plotone di esecuzione già pronto, prima ancora della sentenza definita.

«La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà» diceva Mikhail Bakunin. L’idea che ci eravamo fatti di quegli studenti armati di Twitter e Facebook, decisi a comunicare al mondo il proprio dissenso, è tradita dalle dichiarazioni di Jalil che, probabilmente, rappresenta quel quarto di realtà che sta prendendo il sopravvento nella nuova Libia.

Marco Petrelli

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