La sinistra e Macintosh. Sellini, da che parte state?

«Newton: una mente in continuo viaggio attraverso gli strani mari del pensiero, Solo». Questa scritta, dedicata al celebre scienziato inglese Isaac Newton, corredava il primo simbolo della Apple, azienda fondata nel 1976 da un’idea di Steve Jobs e Steve Wozniak. Il simbolo raffigurava l’immagine del celebre alchimista britannico seduto all’ombra di un melo, intento nelle sue ricerche. Newton, si sa, è sempre stato l’esempio dello scienziato asociale, al limite della misantropia. Una mente superiore, vissuto in anni in cui la vita della scienza era tortuosa e minata di insidie. Alcuni lo vogliono membro della prestigiosa Society of Gentlemen of Spalding: sicuramente fece parte della Royal Society di Londra, associazione “culturale” che annoverava tra le sue fila la crème dell’universo scientifico inglese. Basti pensare a Christopher Wren, o a Jean Théophile Desaguliers, Gran Maestri della Loggia d’Inghilterra. Desaguliers, in particolare, divenne il principale divulgatore delle teorie di Newton.

Tornando al simbolo (perché questa è soprattutto una storia di simboli), abbiamo potuto apprezzare tutti l’uscita della Federazione Sinistra e Libertà del Lazio, che ha voluto adottare la celebre mela di Apple per accodarsi al pacchiano e universale ricordo di Steve Jobs, deceduto una settimana fa. Insomma, un copione triste e già visto: l’ala socialista e radicale che abbraccia il simbolo del capitalismo. Non è certo la prima volta che accade. In passato, la mescolanza tra le due filosofie (finte) antagoniste si ebbe già con Craxi e con le sue simpatie berlusconiane, con D’Alema e la sua amicizia con Colaninno (colui che acquistò Telecom a credito, durante gli anni ’90), per finire alle lodi di Bertinotti nei confronti dell’illuminismo maiuscolo di Marchionne.

Questa volta tocca a SEL, anche se il suo leader, quel Nichi Vendola che da tempo trasuda preoccupanti tendenze al moderatismo,  rischiando di compromettersi storicamente, questa volta prende le distanze dai suoi commilitoni, amici e non più compagni: «Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta». Una presa di distanza netta, quella del Nichi nazionale, che ha mal digerito questa curiosa iniziativa della Federazione laziale. Già, ma cos’è il software libero?

All’indomani della scomparsa di Jobs, tra il tripudio solenne delle celebrazioni, immerso nello stucchevole coro robotico da lacrima facile, non tutti si allinearono sullo stesso pensiero. «Nessuno merita di dover morire, […] ma tutti ci meritiamo la fine dell’influenza maligna di Jobs sul computing». Queste parole sono di Richard Stallmann, uno dei principali esponenti del software libero. Questo movimento, attivo dai primi anni Ottanta e che si divide principalmente in due correnti, sostiene uno sviluppo informatico di libero accesso per tutti.

Tramite l’introduzione di nuovi sistemi operativi basati sul kernel Linux, l’idea è quella di porre l’utente, identificatosi ormai con la maggior parte del genere umano, al centro del progresso nel rapporto uomo-computer. «La società ha bisogno di libertà –queste le parole di Stallmann- Quando un programma ha un proprietario, l’utilizzatore perde la libertà di controllare parte della sua vita» (Repubblica, 21 giugno 2004). Da qui si può facilmente evincere, senza scendere in tediosi dettagli, che effettivamente esiste un’alternativa valida allo strapotere dei monopoli Microsoft e Apple. Un’alternativa che può basarsi su costi ridotti, e su una diversa gestione del prodotto. Una co-gestione, nella quale il finanziamento della ricerca e dello sviluppo possa essere esclusivamente indirizzato all’esclusiva manutenzione.

Se soltanto fosse canalizzata una sufficiente ed ampia informazione, lo strapotere che Apple ha acquisito (soprattutto nell’ultimo decennio) avrebbe qualche ombra in più, e forse qualche sermone adulatorio in meno. Se soltanto fosse disponibile per tutti la possibilità di interessarsi alla faccenda, si potrebbe cercare una strada che possa sfuggire alla morsa che tanto assomiglia ad un qualsiasi comunemente bistrattato monopolio energetico.
Il petrolio. Il gas. I medicinali. Siamo sicuri di essere di fronte a qualcosa di molto diverso? Siamo sicuri di godere, anche nel futurista e innovativo campo informatico, della nostra completa libertà? Siamo sicuri di non essere prevaricati dei nostri diritti, anche al cospetto di un I-Phone con navigatore satellitare?

«Il movimento del software libero non si identifica generalmente con la destra o la sinistra politiche. Non ha una posizione su questioni politiche al di fuori della libertà di usare un programma e dei diritti fondamentali di chi utilizza un computer». Questa dichiarazione di Stallmann, rilasciata durante una discussione online sul software libero il 5 marzo del 2010, è volta a illustrare il reale intento del movimento. A questo, si aggiunge il  caso di Casey Neistat, che nel 2003 fa scoppiare uno scandalo che si abbatte sul pioniere dei prodotti Apple, l’iPod. Il video-artista statunitense, con l’aiuto del fratello, gira un cortometraggio sull’ “obsolescenza programmata” del re dei lettori multimediali. In pratica, venne alla luce che la durata della batteria dell’iPod aveva una massima resa di dodici mesi. Dopodiché, l’azienda di Jobs non garantiva la sostituzione della stessa, ma obbligava l’utente a comprare un nuovo prodotto. Questo secondo la logica del capitalismo produttivo, nel quale l’unico motore è il continuo accesso dell’utente al mercato. La causa che ne conseguì costrinse la Apple ad aumentare la durata del prodotto, tuttavia questo si limitò a lenire un processo che in realtà non fu minimamente intaccato.

Chiediamo dunque ai rappresentanti di Sinistra e Libertà di porsi alcune domande. Di chiedersi se, invece di manifestare seguendo la solita corrente della “rage against the system”, ci si possa invece informare su quel che il mondo dell’apparenza propina a mo’ di pasto pronto. Di chiedersi come mai la Apple (come altre aziende) mandi in Africa prodotti spacciati per “seconda mano” (giusto per fregiarsi di sostenere lo sviluppo del terzo e del quarto mondo) conoscendo benissimo le reali potenzialità di durata dei prodotti stessi, programmati per l’esaurimento. E così, quei prodotti, ingranaggi cadavere del gigantesco processo della domanda e dell’offerta continua, si trasformano in rifiuti, in barba ai trattati internazionali.

Eccolo, il processo capitalista. Il processo in cui Steve Jobs sguazzava. Quello stesso processo che indigna, e che fa scendere in piazza. Una piazza armata per lo scontro, una piazza che però non è più punto di incontro. Una piazza che vuole unirsi contro i capi, ma che si unisce di fronte ad una mela, da secoli simbolo della discordia, da decenni simbolo di chi intende il progresso, per riprendere Stallmann, «come prigione cool, progettato per separare gli stolti dalla propria libertà». Separati in casa, dunque. Mentre si inneggia al genio di chi ti chiude in una gabbia dorata, genio padrone dell’influenza sia sul cittadino mansueto, sia sul ribelle. Un genio che continuerà a viaggiare da solo, attraverso i mari del pensiero. E noi? A noi spetta lo stagno.

Nicola Mente

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