Ivano Fossati. Decadancing

Il pittore fa un passo indietro: osserva il quadro che ha appena terminato e quello che vede lo soddisfa, nei limiti in cui un’opera ormai finita può soddisfare il bisogno di espressione e di meraviglia di un artista, che viceversa è infinito. Ma c’è una differenza, stavolta. Quello che ha appena concluso non è solo l’ultimo quadro per ora, ma l’ultimo e basta. Per sempre. Niente più mostre in cui, appunto, mostrarli. Niente più consegne da effettuare, e imballaggi da curare, e domande della critica alle quali rispondere, e aspettative del pubblico di cui tenere conto, anche solo inconsciamente. Niente più, soprattutto, quella consapevolezza latente che non se ne va mai, mentre vivi la tua vita: cosa me ne resterà dentro? Che cosa tornerà a emergere, dopo essersi inabissato così in fondo che nessuna memoria potrebbe rievocarlo? Che simboli diventeranno, tutti questi segni?

Ivano Fossati ha appena pubblicato il suo nuovo album, Decadancing. E ha appena annunciato il suo ritiro, al termine del tour che comincerà a Parma il 22 novembre e si concluderà a Udine il 19 febbraio, con una lunga pausa dalla metà di dicembre alla fine di gennaio. «Però – precisa lui – più che ritiro, preferisco chiamarlo cambio di attività. La vita continua, farò altro. Pur continuando a dedicarmi alla musica che resterà una passione personale. Magari scriverò ancora, ma tutto resterà nel cassetto, se proprio non farò qualcosa di talmente bello che lo farò cantare a chi lo vorrà.»

Decadancing è un ottimo addio. E spingerà moltissimi a chiedersi come si possa mai decidere di smettere dopo un lavoro di questo livello. Sembra tutto così “normale”, se si ascoltano i nuovi pezzi senza tenere conto dell’annuncio. Dieci canzoni delle sue, per usare una formula che sembra la quintessenza dell’ovvio e invece, per chi è dentro la sua storia, racchiude una miriade di riferimenti e di promesse. I dischi vengono fuori in una determinata successione cronologica, per forza di cose, ma non sono mai del tutto isolati e autonomi. Aggiungono nuove scene a un film di cui riteniamo di aver afferrato il senso e di cui, però, ignoriamo il finale. Portano risonanze diverse a un’inquadratura che conosciamo a menadito. Ci inducono a sorridere di ciò che è rimasto. A rimpiangere ciò che si è perso. A deglutire di soppiatto quel filo di rammarico, o quel groppo alla gola, per il tempo che è trascorso e per la gioventù che se n’è andata.

Ma lui dice di no, che non è il caso di essere tristi. E lo dice esplicitamente. A proposito del libro fotografico che esce in simultanea col disco (Tutto questo futuro, a cura di Renato Tortarolo, Rizzoli) spiega che «questa non è un’autobiografia ma il racconto, forse anche incompleto, di oltre quarant’anni di musica. Ci sono alcuni dei dischi che mi hanno fatto crescere e ci sono gli strumenti con cui ho costruito le mie canzoni. Ci sono i miei amici. È anche il racconto di come il mio futuro, del quale non mi curavo, sia diventato giorno dopo giorno, viaggio dopo viaggio, incontro dopo incontro, il mio presente e poi sia scivolato in buona parte alle mie spalle. Ma con leggerezza. E si sia lasciato trasformare nella canzone piccola e piena di speranza che dà il titolo a questo libro».

Qualcosa prendiamo. Qualcosa dobbiamo restituire. Lo facciamo con le nostre azioni, se non abbiamo nessun altro talento. Oppure con un tentativo di reinventare la realtà (la realtà?!) raccontandola in un modo tutto nostro. Richiamando l’attenzione su una storia segreta, o su quel frammento di una conversazione, e sul bagliore che per un momento si è acceso negli occhi di entrambi, che avrebbe potuto diventare una storia e non restare soltanto un’ipotesi.

Fossati parla della copertina, essenziale e bellissima, nuda e completa, vuota di persone e colma di inviti. Quello che si vede è lo scorcio dell’abitato di un paesino costiero, tipicamente mediterraneo. Case bianche e basse. L’asfalto grigio chiaro, nella luce fortissima del sole. E là in fondo la distesa sconfinata del mare e del cielo. Tonalità diverse di azzurro. La stessa sensazione, o lo stesso inganno, di libertà a portata di mano. Si scoprirà in seguito che è Grecia.

Dice Fossati: «Una via – non so se chiamarla una via di fuga, una via di salvezza, una via di benessere. È comunque una strada che picchia in discesa in un mare cobalto. L’ho messa sul pianoforte quando non c’era ancora nessuna canzone e non so perché ho pensato che sarebbe stata la copertina del disco.» E anche questo è illuminante: perché la strada non è, o non sembra, così angolata verso il basso. E quindi la pendenza è un ricordo, è una suggestione, è un esempio tra innumerevoli altri di come gioca, con l’innocenza dell’istinto, con il salvacondotto dell’impossibilità di fare altrimenti, la mente degli artisti. Di tutto ciò che vedono (o di molto, se non proprio di tutto) vedono anche il prosieguo, reale o possibile. Immaginato o già visto. La strada «picchia in discesa in un mare cobalto». La foto sul pianoforte è già la copertina di un disco che ancora non esiste, perché raccoglierà – se le raccoglierà – le canzoni a venire.

Le canzoni sono arrivate. Decadancing comincia con un pezzo quasi omonimo, La decadenza, e si conclude con Tutto questo futuro. È un percorso che collega il presente, che è quello che è, a un domani che è ancora tutto da scoprire, e che proprio per questo concede il diritto, o la  chimera, di aspettarselo migliore. Fossati è un sognatore, come ogni persona che abbia dentro di sé qualcosa di prezioso e di migliore della mediocrità circostante, ma allo stesso tempo è un uomo che attraversa la sua esistenza con gli occhi bene aperti. Vede quello che non va. Vorrebbe spazzarlo via. Deve limitarsi a sottolinearlo, sperando che basti a indurre altri a capire.

Il tempo cancella le intenzioni del cuore… / Eppure mi piace tutto questo futuro / e anche il tempo sprecato che non vedo già più.

Il pittore fa un passo avanti. Si guarda intorno e pensa ai giorni come a una grande successione di tele bianche, che ci penserà la vita a riempire.

Federico Zamboni

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