Io m’indigno. E l’inghigno dov’è?

MADRID, NEW YORK, ROMA
IL MESTIERE DELLA RIVOLTA
Nicola Mente

Madrid, New York, Roma. Tre città dove si aprono capitoli di un romanzo. Un romanzo senza frontiere, che tocca gli altopiani persiani, e si snoda tra le dune del Maghreb. Trama complessa di un sequel thriller da tutto esaurito, sull’onda di Twin Peaks, o Lost. Provare a raccattare i pezzi di un puzzle che rischia di tenere incollato lo spettatore allo schermo, o il manifestante all’asfalto, è roba ardua. Provare a sedersi su un angolo di mondo a rimirare lo show richiede sforzo immane e mistico, tale da penetrare la propria coscienza con potenza di una scavatrice.

Facciamo iniziare questa vicenda nei Balcani, e più precisamente a Belgrado. Anno 1999. L’unica crisi conosciuta si studiava a scuola, quella del 29 ottobre 1929. La madre di tutte le crisi.  Il trampolino di lancio americano. Il mondo usciva dai Nineties, con l’assurda consapevolezza di dover ormai gestire solo piccoli fastidi, nella corsa verso il progresso. La maggiore minaccia era rappresentata dal Millennium Bug, che paventava un “reset” sistematico di ogni apparecchio informatico sul pianeta. In quel contesto, molto differente dall’attuale, le manifestazioni nella capitale serba fiammeggiavano lungo le strade, tutte compatte contro Slobodan Milošević e il suo governo oppressore. Il tiranno tra i tiranni, secondo l’opinione pubblica, nel conflitto jugoslavo. L’artefice, secondo l’opinione pubblica, della pulizia etnica in Kosovo. Il movimento, chiamato Otpor (in cirillico Отпор!, traducibile con “Resistenza!”), ispiratosi alle teorie non-violente del politologo americano Gene Sharp, includeva tra le sue fila studenti, intellettuali e lavoratori, e aveva come simbolo il pugno chiuso. Questo, alla fine del secolo scorso. Negli anni successivi, questo movimento assunse la forma di un vero e proprio Centro Organizzativo, un’associazione volta ad influenzare ed assistere qualsiasi tipo di “rivoluzione” (i paesi in cui ha agito e continua ad agire l’Otpor, o Canvas, sono circa una cinquantina). Il finanziamento economico di questa “organizzazione del dissenso”, però, ha i contorni piuttosto nebulosi. Scrive Michel Chossudovsky, di Global Research, qualche giorno fa: «Le élite economiche – che controllano grandi fondazioni – supervisionano anche il finanziamento di numerose organizzazioni della società civile, che storicamente sono state coinvolte nel movimento di protesta contro l’ordine stabilito economico e sociale. I programmi di molte organizzazioni non governative (comprese quelle coinvolte nel movimento ‘Occupare Wall Street‘) si basano molto sui finanziamenti di fondazioni private tra cui le fondazioni Tides, Ford, Rockefeller, MacArthur, tra le altre.

Storicamente, il movimento anti-globalizzazione che è emerso negli anni ’90 si è opposto a Wall Street e ai giganti del petrolio del Texas, controllati da Rockefeller, e altri. Eppure, le fondazioni e le associazioni di beneficenza di Rockefeller, Ford et altri, hanno, nel corso degli anni, generosamente finanziato reti progressiste anti-capitaliste e ambientaliste (opposte a Big Oil), al fine di sorvegliare e, in ultima analisi, l’elaborarne le varie attività».  Dunque, quel che emerge, è una sorta di “business per la rivoluzione”. Dalla rivoluzione rosa in Georgia, passando per quella arancione in Ucraina e quella verde in Iran, fino ad arrivare alle primavere arabe, tangibile ed evidente è l’ingerenza di tale organizzazione (confermata dal rapporto della rivista Foreign Policy) nel pianificare movimenti di rivolta in tutto il pianeta (Myanmar, Cambogia, etc. etc.). «Il viaggio dalla dittatura alla democrazia non consiste semplicemente nel sovvertire una leadership non democratica e nell’organizzare elezioni libere e giuste. E’ anche e soprattutto un lungo processo di costruzione delle istituzioni» afferma Srdja Popovic, direttore del Centro per l’Applicazione di strategie ed azioni non-violente (Canvas) di Belgrado. Ed è proprio a Belgrado che i dissidenti egiziani anti-Mubarak (ossia gli organizzatori della grande manifestazione del 6 aprile scorso a El Cairo) furono istruiti per pianificare la rivolta. Rivolta che, guarda caso, presentava gli stessi simboli (pugno chiuso) e gli stessi slogan (“Basta!”) del movimento serbo che portò alla caduta di Milošević, nell’ottobre del 2000. «Nell’estate del 1999, il capo della CIA George Tenet, apriva un ufficio a Sofia, in Bulgaria per “educare” l’opposizione serba. Lo scorso 28  agosto [2000], la BBC ha confermato che uno corso speciale di 10 giorni era stato seguito dai militanti di Otpor, anche a Sofia. Il programma della CIA è un programma in fasi successive. Nella fase iniziale, lusingano il patriottismo e lo spirito di indipendenza dei serbi, agendo come se rispettassero queste qualità. Ma dopo aver seminato confusione e spezzata l’unità del Paese, la CIA e la NATO farebbero molto di più» (Gerard Mugemangano e Michel Collon, “To be partly controlled by the CIA? That doesn’t bother me much”, Interview with two activists of the Otpor student movement, International Action Center (IAC), 6 Ottobre 2000).

Siamo dunque di fronte ad un vero e proprio centro di consulenza per la rivoluzione, con ramificazione capillare e rigorosa metodologia. Una caratteristica evidente è, ad esempio, l’utilizzo dei mass-media come veicoli di trasmissione della teoria del dissenso. Ricordate quando, lo scorso inverno, si inneggiava ai social network come canali di trasmissione della rivolta tunisina prima, egiziana e libica poi (“Raid aerei su Tripoli, migliaia di morti”, solo un esempio)? Una domanda spontanea, che resta irrisolta, è questa: come ha fatto internet a recitare un ruolo da collante per milioni di persone, in paesi dove la connessione è possibilità per pochi (stiamo parlando di villaggi), e laddove c’è, è controllata (e dunque censurata) dalle istituzioni governative? Per esempio: in Libia, i providers internet sono in mano al figlio di Gheddafi. Ora, si può riuscire ad immaginare, giusto per fare un esempio, Mediaset che lancia segnali per destituire Berlusconi? La similitudine può risultare pacchiana, lo so, ma piuttosto efficace per far comprendere l’assurdità della tesi e la portata del progetto descritto sopra.

Dunque, slogan ricorrenti, simboli ricorrenti. Basta fare un giro sul sito del movimento “Occupy Wall Street”, e notare la coincidenza dell’ormai consueto pugno chiuso, utilizzato a Belgrado per rappresentare il movimento anti- Milošević. Insomma, dopo anni trascorsi a destabilizzare dittature e regimi nei paesi “di secondo livello”, con l’avvento della Crisi, CANVAS ha dirottato le sue attenzioni nel fomentare il dissenso nei paesi occidentali. Ivan Marovic, uno dei leader di Canvas, si è recentemente rivolto al movimento di Brooklyn (qui il discorso di Marovic a New York: http://www.youtube.com/watch?v=LkM3BBtc7N0). Scrive ancora Michel Chossudovsky, su Global Research, il 13 ottobre: «“Anonymous”, il social media del gruppo “hacktivista”, è coinvolto negli attacchi informatici ai siti web del governo egiziano, al culmine della “primavera araba”. Nel maggio 2011, “Anonymous” ha condotto attacchi informatici contro l’Iran e lo scorso agosto ha condotto simili attacchi informatici diretti contro il Ministero della Difesa siriano. Questi attacchi informatici sono stati intrapresi a sostegno dell’opposizione in esilio siriana, che è in gran parte integrata dagli islamisti. (Vedasi Syrian Ministry Of Defense Website Hacked By ‘Anonymous’, Huffington Post, 8 agosto 2011). Le azioni di “Anonymous” in Siria e Iran sono coerenti con il quadro delle “rivoluzioni colorate”. Cercano di demonizzare il regime politico e creare instabilità politica». Il ruolo di CANVAS tra gli indignati newyorkesi è ancora da decifrare, tuttavia la sua influenza sembra piuttosto palese. Lo stesso Marovic, in una dichiarazione risalente ai primi mesi del 2011, riconosceva come non ci sia alcunché di spontaneo in un movimento di protesta: «Sembra che le persone siano appena andate in strada. Ma è il risultato di mesi o anni di preparazione. E’ molto noioso fino ad un certo punto, quando potete  organizzare manifestazioni di massa o scioperi. Se è attentamente pianificata fin dall’inizio, tutto finisce nel giro di settimane». (Citato in Tina Rosenberg, Revolution U, Foreign Policy, 16 febbraio 2011).

“Mesi e anni di preparazione”, insomma. Nessun effetto domino, come i media occidentali continuano a dichiarare da mesi. Un’azione pianificata, nata con gli “Indignados” di Puerta del Sol a Madrid, e ora sbarcata anche a Roma. Una sceneggiatura con gli stessi figuranti che si riciclano. Come quel ragazzo con la barbetta, Luca Cafagna. Lo stesso intervistato sia dal Tg1, che dal Tg5 (guarda caso, pescato in mezzo a mille manifestanti) nei giorni scorsi. Lo stesso chiamato ad Annozero nel confronto-scontro con il Ministro della Difesa La Russa, durante le giornate di protesta dello scorso inverno culminate con gli scontri del 14 dicembre. Un volto fisso, insomma, spacciato per casuale. Spacciato per paradigma del giovane insoddisfatto. Dichiarazioni, quelle di Cafagna, che poco si discostano da un generico e approssimativo commento sulla situazione generale: “Siamo insoddisfatti”, “Noi la vostra crisi non la paghiamo”, “Battaglia alla finanza, e alle banche”. La stessa finanza che però, curiosamente, nella mattinata del 15 ottobre, per voce di uno dei suoi uomini più influenti, quel Mario Draghi Governatore di Bankitalia e futuro presidente della Banca Centrale Europea, si è schierata a favore del movimento: «Draghi benedice la protesta, purché naturalmente non degeneri. E fa capire che l’appello dei ragazzi e delle ragazze “indignati”, se pacifico, ha sicuramente più possibilità di essere ascoltato a tutti i livelli e tanto più al suo, che tra due settimane diventerà il banchiere dei banchieri». Insomma, il movimento contro le banche, benedetto dal “banchiere dei banchieri”. Un po’ come se Silvio Berlusconi appoggiasse le iniziative del Popolo Viola. Mille domande sepolte sotto la sabbia: per organizzare una qualsiasi manifestazione in una qualsiasi piazza di una qualsiasi città italiana (e mondiale, suppongo), vanno richiesti dei permessi, con nomi e cognomi. In nome della trasparenza, chi ha fatto da garante per la manifestazione nella Capitale? Chi si è fatto carico di tutto questo? Qual è la firma posta in calce al permesso presentato alla Questura? “Indignados”? “Indignati”? Come è possibile che un centinaio di black bloc riescano a mettere a ferro e fuoco il centro di una città come Roma? Come è possibile che la manifestazione sia stata così pompata dagli organi di stampa, tesi a martellare ben prima dell’evento, piuttosto che concentrarsi sul “post” (come di solito accade)? Come si fa a credere che una pagina Facebook di neanche 10000 aderenti abbia potuto contribuire al consueto “tam tam da social network” tanto sponsorizzato dai mass-media che ha portato mezzo milione di persone per le strade di Roma, alla stessa stregua dei discorsi fatti per la situazione “multimediale” nordafricana? Perché, se questa manifestazione (in concomitanza con altre 950 manifestazioni sparse per il globo), come sembra, vuole porsi come baluardo contro il sistema, viene sponsorizzata così apertamente dallo stesso sistema, banchieri compresi?

Questa analisi vuole dunque delineare i contorni di una pellicola già vista, di una struttura cinematografica ormai tradizionale. Intervista al fantoccio di turno, casualmente raccolto tra migliaia di manifestanti (un nome a caso, che so: Luca Cafagna), per preparare il terreno. Solito lucido intervento di Sabina Guzzanti, che con la sua competenza (unita a proverbiale tranquillità e autocontrollo) imputa tutti i mali al bandito Silvio e ai suoi compari. Lei, l’indignata di lusso. La super indignata, un’indignata sul piedistallo, un pupazzo da slogan, che ha perso comicità consapevole, a scapito di quella inconsapevole. E poi, auto incendiate, vetrine rotte, banche assaltate. Dopodiché, nel dopo partita, indagini sui black bloc infiltrati dalla Polizia (che si riconosceranno dalle scarpe), sermoni di Saviano, attacchi della maggioranza alle violenze di piazza, indignazione di tutte le forze politiche, solite banalità di Napolitano, interviste a manifestanti fasciati e sdraiati su lettini d’ospedale. Prese di distanza dai violenti, che hanno rovinato «una serena e festosa giornata di manifestazione» (come se, di fronte alla riduzione del proprio stipendio, si reagisca portando cappellini, trombette, torta e candeline nell’atrio del proprio ufficio). E lunedì, tutti a lavoro. Tutti a mandare avanti la macchina. Attendendo il prossimo evento mediatico da fine settimana, comodi in poltrona, o scomodi nelle piazze. Perché si sa, la volontà che pesa è sempre quella del produttore.

Nicola Mente

GLI IDIGNADOS DELLA DIGOS
ANATOMIA DI UN FALLIMENTO
Umberto Bianchi

Gli eventi di Roma di sabato 15 Ottobre oltreché lasciare naturalmente sgomenti per le immagini di una violenza stupida e cieca rivolta contro tutti e tutto, determinano un senso di impotenza e pessimismo alla base del quale non può non esserci un’amara considerazione sulla peculiarità del “sistema Italia”.

Il 15 Ottobre ha visto svolgersi manifestazioni contro i poteri forti della finanza in mezzo mondo. Tokyo, Taipei, Seul, New York, Santiago ed altre città ancora, hanno ospitato manifestazioni il cui normale svolgimento, ha permesso di far concentrare l’attenzione dei media sulla considerazione di un modello le cui gravi pecche stanno oramai sotto gli occhi di tutti. Liberismo selvaggio uguale miseria, disoccupazione, sperequazione, alienazione, inquinamento, mafie, morte. Tutto questo e più, gridano le migliaia di “indignados” riversatisi nelle piazze di mezzo mondo. Grida il cui eco è giunto anche qui da noi, distorto però dall’ottusità e dalla mala fede di persone, il cui scopo sembra invece esser opposto a quelle tanto propalate buone intenzioni. L’urlo delle sirene, il caos, le vetrine rotte, le macchine incendiate, le botte, i feriti, l’aspro odore dei gas lacrimogeni. Inutile prorompere in latrati di buonismo, in quanto mai tardivi ed ipocriti “non ce lo aspettavamo”.

Inutili e vani i distinguo: l’iniziativa del comitato 15 Ottobre e dei suoi mentori, è partita bacata sin dai suoi esordi. E poi le tante, troppe avvisaglie, avrebbero dovuto mettere sul chi va là più di un organizzatore o di un investigatore, più intenti ad una spettacolarizzazione mediatica dell’evento, tramite l’organizzazione di scenografie colorate per il corteo o la vistosa blindatura del centro storico e la disattenzione verso le altre zone, pagata con quattro ore di guerriglia a S. Giovanni. Il fatto è che questa iniziativa, è già di per sé decollata all’insegna di una mala fede ed un’ipocrisia vomitevoli.

Dicevano di essere aperti, tolleranti, in quanto espressione del disagio della società intera, al di fuori ed al di là di qualunque logica partitica. Ed invece hanno dimostrato di essere i soliti spiriti codini, ipocriti ed intolleranti, cacciando, offendendo e mettendo all’indice chiunque non eseguisse disgustosi auto da fè o non rispondesse a preconfezionate logiche di scuderia. Proprio come accaduto ad alcuni amici dell’associazione Alba Mediterranea, recatisi a conversare di signoraggio con i giovani in assemblea permanente e poi invitati senza tante storie, ad allontanarsi perché il tema del signoraggio era, a loro detta, “fascista”, esigendo inoltre una pubblica presa di posizione di antifascismo. O come accaduto al rappresentante del movimento “democrazia diretta”, recatosi al corteo assieme ai propri amici, ed allontanato bruscamente da alcuni “black block”, poiché lì lo spazio per altre voci non ci doveva essere, visto che tutto era già preordinato e pianificato.

Ben lontani da quell’idea di democrazia diretta che avrebbe dovuto sovraintendere l’intera iniziativa, lor signori hanno saccheggiato, distrutto, violato, i beni di quel popolo di cui dicevano tanto di essere i paladini. Ed a quelli che, tra le fila del corteo hanno, in buona fede, cercato di opporsi allo scempio sono state riservate sprangate, bottigliate e dita mutilate, come nel caso del malcapitato rappresentante di SEL. Senza poi parlare delle profanazioni degli edifici e delle immagini di culto, quanto mai squallide ed inopportune.

Per arrivare a capire quanto accaduto, non ci si può limitare però, ad una sterile giaculatoria sulla violenza compiuta od, al solito e collaudato copione del rimpallo di accuse governo-opposizione a cui siamo quotidianamente abituati.  Bisogna andare più in profondità, alla radice di un problema che affonda le proprie radici nella vicenda delle ideologie occidentali. La crisi del marxismo, seguita alla caduta del Muro di Berlino, ha inevitabilmente trasformato il volto della sinistra.

Quella che in genere, rappresentava l’incrollabile certezza in un sistema ideologico che si era dato la parvenza di vera e propria scienza, il marxismo, corredata da una serie di inconfutabili assiomi e corollari, con la caduta dell’Unione Sovietica, perde tale natura per acquisire invece quella di una “doxa”, opinione corrente i cui unici ed autorizzati interpreti sono quei circoli mediatici che si attengono scrupolosamente alle parole d’ordine del più farisaico e meno ingombrante “politically correct”. La sinistra si fa pertanto metodologia e non più indirizzo dogmatico. La metodologia, in quanto tale, attiene unicamente ad una sfera nominalistica, che può benissimo esulare da qualsiasi altro comportamento singolo. E così si può essere buonisti, solidaristi, democratici a parole, salvo poi spaccare a mazzate la testa di chi non la pensa come te.

Non solo. La trasformazione dell’ideologia in “doxa” si fa portatrice di una manifesta incapacità propositiva. Al di fuori di certe vecchie ed arrugginite parole d’ordine, la proposta è del tutto assente. Il più degli stessi osannati autori di certo antagonismo, si limitano alla minuziosa analisi e descrizione fenomenologica senza sbocchi propositivi. La stessa lotta di classe, è oramai divenuta un obsoleto vessillo, perché ancorato ad una concezione inattuale della realtà. La suddivisione per classi è lascito di un sapere ancorato a paradigmi sette-ottocenteschi che in tutta una serie di pensatori a partire da Lamarck, Linneo sino a Comte ed oltre, era incentrata sulla descrizione e l’analisi di un determinato fenomeno in grado di contemperare in sé proposta, opposizione e soluzione, grazie al massiccio supporto del pensiero hegeliano.

Il fenomeno in oggetto, dunque, slegato da una visione d’insieme, finiva con l’assumere quella valenza di “onnipotens scientia” che gli conferiva un’illusoria aura di infallibilità. La crisi novecentesca della Modernità porta all’idea di una forma-pensiero in grado di adattarsi ad uno scenario onnicomprensivo, quale quello costituito dalla fase apicale della globalizzazione. Da una parte la scienza relativistica con Heisemberg ed Einstein, dall’altra il pensiero filosofico attraverso il pensiero vitalista dei Dilthey e degli Heidegger, inizia a concepire la realtà sotto un’altra prospettiva, all’insegna di un’immediatezza slegata alla precedente rigidità classificatoria, sino ad arrivare a parlare in tempi recenti, di neo parmenidismo, intendendosi con tale termine, una concezione olistica, d’assieme della realtà. Un pensiero debole, inteso nell’accezione più vattiminana del termine, quale entità elastica e contrapponibile alle maglie della globalizzazione, sembra essere la risposta più attuale alla “krisis” occidentale. Ma certe persone di queste problematiche sembrano non interessarsene affatto. Anzi.

In virtù di una visione ottusa e di una evidente malafede, costoro giocando contro il popolo e le sue reali esigenze, contribuiscono a creare un clima di criminalizzazione attorno a qualunque forma di pensiero antagonista, asservendo in tal modo gli interessi della razza padrona dei poteri forti dell’alta finanza. A questo punto, non possiamo non dire che in Italia il progetto ”indignados”  a regia partitocratica cripto-marxista è fallito al suo nascere. Quella stessa sinistra buonista, piagnona e solidarista, quella sinistra di lotta e di poltrona, la sinistra di “repubblica” e soci, ha fallito miseramente. Mentre i “cocchi di mamma”, si dilettavano a spaccare tutto, sotto gli occhi di una Pubblica Sicurezza evidentemente frastornata e non organizzata per reggere un urto simile, vi sono state persone che molto più tranquillamente e civilmente hanno iniziato a raccoglier firme, stendere documenti e creare un dibattito che, sicuramente, produrrà molti più risultati rispetto a chi con la violenza nulla ha cambiato, anzi. Per questo, oggi più che mai, è necessario invitare la gente, ad abbandonare i vecchi schemi ideologici, le vecchie reti partitiche, quegli schemi, dimostratisi alla prova dei fatti fallimentari, nel nome di una reale democrazia diretta che sappia ritrovare nell’azione spontanea, dal basso, nell’iniziativa dettata dalle reali esigenze della gente, quel motore in grado di cambiare la storia.

Umberto Bianchi

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