In morte di Mu’ammar Gheddafi…

GHEDDAFI
L’OSTENTAZIONE DELLA MORTE
Nicola Mente

Real Tv, la morte in diretta. Quante volte è accaduto in un sommesso dopocena, di buttare lo svago in programmi tv e film che ci disegnano la morte? Quante volte è accaduto di essere rapiti da un mix di tragedia e show? Ѐ un rituale che ci prende sotto braccio da almeno un cinquantennio. L’avvento della nuova era, l’età della trasposizione mediatica del Grande Occhio che tutto spia, l’età di internet e del “palinsesto fai-da-te”, ha aggiunto al cocktail cruento la specificazione del “real”. Reale, non finzione. Morte vera, autentica. Consapevolezza di guardare la fine di un uomo, in un percorso già delineato, in cui lo sgomento diventa un brand da esportare.

Questo accade trasversalmente, in tutti gli ambiti. La comunicazione è intrattenimento, non ci sono più ruoli dai contorni spessi, e così capita che tu possa seguire da casa una partita di serie A e un’esecuzione al grande cattivo, che sa di fine del film. Esempio? Mu’ammar Gheddafi. Morto (pare) a Sirte, dove sarebbe stato trovato in una buca, torturato e giustiziato con una Calibro 9, con tanto di riprese, da parte di non-si-sa-chi.

Ѐ infatti di poche ore fa la notizia che il Consiglio Nazionale di transizione di Tripoli ha aperto una commissione d’inchiesta sulla morte del leader libico, dopo le smentite da parte dei ribelli (oramai marchio registrato) sul loro coinvolgimento nell’affare. Intanto, le immagini sono subito gocciolate sul web. Sputi, insulti, umiliazioni. Roba da cinquantanni fa, verrebbe da pensare. Se non fosse, appunto, per le riprese. Attimi  raccolti, e diffusi senza remora alcuna, in prime-time. Foto stampate su quotidiani di tutto il mondo, senza bollino rosso. Un segnale chiaro di eliminazione, quasi costruito per bombardare emotivamente l’opinione pubblica. La stessa opinione pubblica indignata davanti alle notizie dei bombardamenti aerei su Tripoli, nello scorso inverno: “Migliaia di morti. La notizia corre su Twitter”.

Le notizie corrono, velocemente. Non fai in tempo a capire, a cercare di trovare un senso al fatto, che il fatto è già accaduto, cristallizzando il nocciolo. “Gheddafi bombarda Tripoli”. “Gheddafi è morto”. Le domande non hanno spazio d’entrata, i dubbi non hanno più possibilità di salire a bordo.

Come se si volesse apportare un triste cliché ove tutto segue un itinerario preciso. Una morte non comune, avvenuta in modo banale. Per intenderci, una sorta di riproposizione di contorni misteriosi ai quali faranno seguito sommarie ricerche di verità, nonostante  i proclami iniziali. Mi viene in mente Bin Laden, gettato nell’oceano mentre nello Studio Ovale si consumavano pop-corn e coca-cola. Mi viene in mente Vittorio Arrigoni, rapito da un’organizzazione terrorista autonoma (di quattro o cinque persone, non di più) che lo fa trovare impiccato. Senza alcuna rivendicazione autentica, senza alcun movente.

Muore come in un film, colui che nei decenni passati ha rappresentato il regime più tollerato dalle potenze occidentali, colui che negli anni Settanta è stato alleato delle politiche economiche di molti Stati europei: muore perché ha superato la data di scadenza.

Già, perché le date sono importanti. Le scadenze e le preparazioni puntigliose, le valutazioni sulle possibili conseguenze della mercificazione del prodotto-morte. Il profondo senso partecipativo del “cattivo in tv” (Gheddafi, Hussein, Er Pelliccia) e del buono a casa. Il profondo senso partecipativo del “è successo, poche storie”. Davanti al filmato truce esplode la maieutica delle emozioni. Si gode del passaggio da carnefice a vittima, da re dell’ingiustizia a protagonista dell’ingiustizia: quell’ingiustizia anonima, che si dà una spolverata di Provvidenza Divina. Se l’immagine di Gheddafi è l’icona del male, le immagini di Gheddafi umiliato sono il rituale con cui ci si purifica. Un rituale satanico, con modalità splatter, seguendo i gusti del telespettatore imbonito dal sequel-thriller incorniciato di noir.

Alla conclusione di questa riflessione che altro minuzioso particolare non vuol più aggiungere  alla morbosità mediatica dei giorni scorsi, si può prendere del tempo per se stessi. Il tempo di un caffè, il biglietto d’imbarco per qualche domanda o per qualche dubbio. Una mistica interrogazione su questo immenso circo, specchio d’intrattenimento in cui le scelte prendono forma di condivisione d’idee prestampate, di azione programmata, e non vanno oltre il click su un bottone (che sia del mouse o del telecomando) in un sommesso dopocena.

Nicola Mente

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GHEDDAFI
PICCOLE IPOCRISIE ITALIOTE
Umberto Bianchi

La morte di Mu’mmar Gheddafi, indegnamente assassinato da un gruppo di mercenari libici al servizio dei macellai della NATO, anziché suscitare delle reazioni improntate a prudenza e misura, come la tragica occasione imporrebbe, ha invece qui scatenato un coro di compiaciute esternazioni (visto che pur sempre si tratta dell’assassinio a freddo di un capo di stato!), come se la sopravvivenza del leader libico avrebbe potuto cambiare qualcosa in uno scenario profondamente compromesso. Dal ministro Frattini al Presidente Napolitano, passando per gli oppositori dei nostri stivali, nessuno si è fatto sfuggire il solito sorrisetto sotto i baffi, magari camuffandolo da auspicio buonista-solidarista.

E pensare che sino a poco, anzi pochissimo tempo fa, quella del malcapitato leader libico era una specie di Mecca per affari d’ogni genere e tipo. Sotto la tenda di Gheddafi quanti begli affari trattati da tutti quelli che oggi urlano, latrano il proprio ipocrita sdegno, ora accompagnato dal codino compiacimento per la fine del cattivaccio di turno. Petrolio, ma anche tante, tante altre schifezze sono state trattate con il cattivaccio, tra cui succulente forniture di armamenti e via dicendo. Quegli stessi armamenti e via dicendo, con cui Gheddafi ha (giustamente!) tentato di esportare il proprio modello di rivoluzione in giro per l’Africa (vedi Ciad!) o ha (giustamente!) sovvenzionato i gruppi ed i movimenti rivoluzionari di mezzo mondo o ha (giustamente!) tentato di conferire al proprio paese un maggior peso geopolitico attraverso la costruzione di armamenti non convenzionali, con cui spostare l’equilibrio del terrore a proprio favore.

Tutti i vigliacchetti che oggi gongolano sotto i baffi, di certe storiacce dovrebbero bene avvedersene. La ex-grandeur francese, oggi a regia atlantica, sotto la guida dello pseudo-Bonaparte Sarkozy, dovrebbe illuminarci per esempio su quanto accaduto nel 1980 nei cieli di Ustica dove, per tentare molto democraticamente di uccidere il povero Gheddafi, sarebbe stata provocata una strage di civili italiani a bordo del tristemente famoso DC-9. E nulla ci impedisce di pensare, a questo punto, che la mai chiarita vicenda sulla strage di Bologna, abbia qualcosa a vedere con la vicenda di Ustica, altro che fascisti!

Di questo i nostri tremebondi politici avrebbero dovuto chiedere lumi alla Francia ed agli “alleati”, anziché buttarsi a capofitto in un’operazione militare controproducente anzitutto dal punto di vista economico, poiché abbiamo spalancato le porte del petrolio libico ai francesi ( quando prima le chiavi del forziere erano in mano al “cattivaccio” che le aveva, nei fatti, spalancate alle imprese nostrane, sic!). Schifosa dal punto di vista etico, perché qualcuno ha prima baciato le mani al “cattivaccio”, salvo poi bombardarlo a tradimento al primo fischio di comando anglo-francese. Perdente da un punto di vista prettamente politico, poiché l’Italia ha dimostrato di non possedere nessuna autonomia decisionale e di essere quindi un nulla sullo scenario internazionale, apponendo in tal modo una pesante ipoteca sul proprio futuro. Più dignitosa la posizione di Germania e Russia, per esempio, ma, si sa, una rondine non fa primavera e questa Europa ha dimostrato tutta la propria evanescente inconsistenza.

La morte di Gheddafi non sancisce solo la fine di un regime, bensì la fine di un progetto, di un’istanza: quella di una prudente ed accorta equidistanza del Sud del Mediterraneo dalle logiche geo economiche anglo americane che, inizialmente perseguita dai Mattei, dai Moro, dagli Andreotti e dai Craxi è andata via via sfaldandosi sotto i colpi di una logica di asservimento che ha visto il ritorno dell’asse anglo-francese, l’allineamento italiota alle politiche filo israeliane di Washington, l’eliminazione del regime baathista del Presidente Saddam Hussein da parte di un’asservita coalizione occidentale a guida USA ed ha trovato, nella cosiddetta “primavera araba”, il proprio coronamento finale.

Una resa dei conti, un cambio di guardia in aria da molto tempo, da quella caduta del Muro che ha sancito il diritto statunitense ad ergersi a potenza “Eletta” a governare e manovrare subdolamente i destini del mondo, animata come non mai da una fervida e farisaica ipocrisia. Diciamocela tutta. Quella di Gheddafi, è stata una vera e propria operazione di killeraggio nel miglior stile mafioso, demandata a quattro scalzacani che hanno vinto unicamente perché pesantemente supportati. Un’operazione accompagnata da massacri e violenze d’ogni tipo contro popolazioni inermi e che ci pone, però, dinnanzi all’inquietante realtà dell’ipocrisia delle democrazie occidentali. Dove uccidere un capo di stato ed addirittura i suoi parenti più stretti, non è considerato reato. Dove si interviene manu militari nelle vicende di altri liberi stati, in barba a tutte le “sacre carte” dell’ONU et similia. Dove lo svolgere una politica contraria agli interessi dei poteri forti o dove l’esprimere opinioni controtendenza sancisce la condanna a morte, da parte della cosiddetta “comunità internazionale”.

Tutto questo non deve però rallegrare i nostri piccoli ipocriti euro-italioti. Ci soccorre in questo caso, l’analisi di Marx che, già a suo tempo, aveva preconizzato la fine del capitalismo, a causa di un meccanismo di auto-distruzione insito nel proprio DNA. E oggi non ci sembra che il capitalismo goda di buona salute. Anzi. Sembra che le masse stiano prendendo coscienza a livello mondiale sull’impossibilità di convivere con un Moloch la cui sopravvivenza richiede solo tagli, sacrifici, sperequazioni, degrado ambientale, permettendo ad un esiguo gruppo di persone di dominare il mondo intero.

La Storia è delle volte strana. Sinora è toccata ai “ferri vecchi”, ovvero a tutti quei regimi che non facevano più comodo agli interessi del grande capitale. Gli USA sono una potenza da toppo tempo sulla breccia. Una potenza-simbolo di un modello, di cui oggidì essi sono gli “Eletti” rappresentanti e le cui turrite città sono la Gerusalemme in terra. Chissà che da qui a poco, gli USA ed i loro alleati non vadano sotto processo per i crimini commessi dal grande capitale. Chissà che, di fronte ad una situazione di estremo degrado umano, economico ed ambientale, una chiara e netta presa di coscienza, una “primavera” occidentale, non trascini queste persone davanti al tribunale della Storia?

Tutto è avere pazienza, non lasciarsi ingannare da antiche provocazioni e tranelli di cui, noi tutti conosciamo le finalità. Intanto che sappiano lor signori, il cambiamento in Libia non promette nulla di buono, vista la consistente presenza di integralisti salafiti nella coalizione anti-Gheddafi e, statene pur certo sicuri, che adesso ci sarà da ridere.

E poi le classi politiche europee. Una schiera di nani e ballerine, falsi, presuntuosi ed incoerenti come non mai. Hanno dimostrato di non possedere neanche un quinto del coraggio di chi, tanto tacciato di essere pittoresco e ridicolo, ha invece avuto il coraggio umano e politico di rimanere accanto al suo popolo ed al suo paese, sino all’ultimo, nonostante le mille ed una occasione per fuggir via.

Per questo, rendere onore oggidì al Comandante Mu’ammar Gheddafi, rappresenta un ineludibile obbligo politico e morale. Muammar Gheddafi come Saddam Hussein e tanti altri, uccisi e processati dall’arroganza americana ed occidentale, che non ammettono una Terza Via, nazionale, socialista, democratica e popolare, in cui noi oggi continuiamo a credere, perché unica via d’uscita al dramma della nostra contemporaneità. E per questo ancora oggi, di fronte allo scherno ed all’irrisione di chi crede di farla sempre franca con la Storia, non possiamo esimerci dall’accomiatarci dalla figura di Gheddafi senza avergli reso il nostro piccolo, modesto omaggio. Comandate Mu’ammar Gheddafi: presente…

Umberto Bianchi

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