Heavy metal. Suoni barbarici antiliberisti

L’inconsistenza dell’opposizione mondiale alla liberaldemocrazia e alla dittatura usurocratica finanziaria è sotto gli occhi di tutti. Sul piano politico non esistono ambienti, strumenti o poteri di serio contrasto al dominio capitalistico-internazionalista. Sul piano culturale andiamo ancora peggio. Non si muove foglia che non sia mondialista. Controculture di spessore non se ne vedono. Neppure si scorgono isolati ma potenti profeti annunciatori di mondi nuovi, che non siano i blandi e innocui portatori dell’ennesima renitenza: i guru casarecci della New Age, qualche neo-cristiano pacifista e libertario, con la sua nicchia di fedeli fuori tempo massimo.

Poi c’è magari il mondo gaio e scoutistico dei papa-boys e dei “movimenti”, quelli che sorridendo stringono il cappio attorno al collo dei popoli a suon di accoglienza e che la globalizzazione la spingono dal basso, in perfetta simmetria con i poteri forti che la spingono dall’alto: li direste acuminate armi  antimercatiste, o invece proprio le rotaie su cui corre la locomotiva globale? Forse allora fanno contrasto collaudati apparati come Greenpeace, Emergency, le onlus foraggiate da governi e multinazionali? Oppure i relitti no-global, che ogni tanto rompono la vetrina di una banca, tra le risate dei consigli di amministrazione? Tutte frattaglie funzionali al sistema, è cosa nota, che le alimenta volentieri come utili valvole di sfogo. Le rivolte metropolitane? Conati sterili e senza retroterra, che non sia la disperazione sociale prodotta dalla convivenza coatta imposta dalla strategia cosmopolita ed etnopluralista. Per trovare solide tracce di organico rifiuto della dominazione liberista, per rintracciare una predicazione ad alta voce di temi anti-globalizzatori, fortemente identitari, pienamente tradizionali e comunitari, per verificare l’esistenza di una controcultura antagonista ad elevato tasso di incidenza occorre navigare il mare magnum della musica violenta.

L’Heavy Metal, la musica ad alto voltaggio, che veicola archetipi di lotta e sovversione, che incide i temi forti del tribalismo e dell’appartenenza, del romanticismo d’acciaio anti-egualitario, che propaganda i valori dell’eroismo guerriero e della fedeltà alla terra, piaccia o non piaccia, è l’unico strumento che parla, anzi che urla su dimensioni planetarie il linguaggio della rivolta anti-borghese. E che conosce da decenni una continua espansione dei bacini di audience, contando su centinaia di milioni di fruitori, per lo più giovani, fanatizzati dalle facoltà mobilitatorie insite nel messaggio ribellistico della musica estrema.

È appena uscito un grosso libro sulla musica forte, che si presenta come una specie di summa theologica del verbo antagonista: si tratta di Sound of the Beast. La storia definitiva dell’Heavy Metal di Ian Christe, pubblicato dalle edizioni Arcana. Qui si opera una panoramica a tutto tondo su un fenomeno che, lungi dall’esaurirsi nel tempo, ad ogni cambio generazionale conosce nuove ondate di fan, investendo ormai massicciamente l’Est post-sovietico, l’Asia e il Sudamerica, con enormi fatturati e al tempo stesso una sorprendente autonomia dalle grinfie del profitto multinazionale.

Bisogna considerare che l’Heavy Metal, nato in Gran Bretagna nei primi anni Settanta da un rafforzamento sonoro dell’Hard Rock, è sulla breccia da un quarantennio e non conosce flessioni, ma anzi sempre nuovi rilanci. I leader storici dei primi gruppi – dai Black Sabbath ai Deep Purple, da Alice Cooper ai Judas Priest – sono maturi signori ultrasessantenni, quasi tutti nati fra il 1948 e il 1951, e ciononostante mantengono intatta la loro presa sui giovani, e non soltanto su di loro. Il bacino d’utenza negli ultimi anni si è enormemente dilatato con il moltiplicarsi di migliaia di nuove band ogni anno e con l’accrescersi dei seguaci, investendo masse di fruitori che si contraddistinguono per un fanatico attaccamento ai modelli e agli immaginari proposti dalla musica radicale.

Se, come scrive Christe, «l’Heavy Metal si prepara ormai a inaugurare il quinto decennio, attirando ogni giorno nuovi convertiti alla causa», dall’altra parte questo gigantesco macchinario, continuamente sottoposto al ricatto e alla pressione del profitto da parte delle etichette discografiche, riesce a conservare un suo spazio di indipendenza. Etichette autoprodotte – ma a livello di alta professionalità: vedi il gruppo americano Manowar, che conta milioni di adepti del True Metal – e strategie di distribuzione autonoma riescono non di rado a mettere questa musica potente e fragorosa al riparo dai condizionamenti del grande business. È quando l’underground esce allo scoperto e diventa canale alternativo. Questo universo parallelo «a metà degli anni Novanta quasi non aveva bisogno del mondo esterno o addirittura della grande industria discografica per prosperare. Il milieu metal era una rete radicata di scene locali che rifiutavano tutti i limiti musicali riconosciuti e spesso si liberavano delle inibizioni sociali in misura crescente».

Dagli anni Novanta la pressione del Metal sugli immaginari giovanili non ha fatto che crescere in maniera esponenziale: adesso si può parlare di una internazionale della rivolta metallara. Che è su base prettamente nazionale (poiché conosce il Viking Metal nordico-scandinavo, il paganismo dell’Europa bianca profonda, il Southern Rock dell’area Texas-Louisiana, l’Hard Rock identitario spagnolo e italiano, etc.) ma che si irraggia sull’intero pianeta. Con solide proiezioni nel mondo extra-occidentale. Quello russo, ad esempio. Dove i Korrozia Metalla hanno divulgato, con le «provocazioni politiche del vocalist Sergei “Spider” Troitsky», un messaggio in grado di portare «chiaramente un attacco al vuoto culturale post-sovietico del paese».

L’Heavy Metal, nata nelle periferie working-class dell’Inghilterra popolare, è dilagato nel mondo. Adesso è una parola universale, ma ben suddivisa nei comparti “nazionali” delle varie fedi. Il tutto è tenuto in pressa dai valori comuni: fedeltà alle origini, estetica del gotico, culto dell’eroismo guerriero, volontà di lotta e di rivolta, sacralità della tradizione: chi parla più questo linguaggio, oggi? Questi contenuti sono massicciamente presenti nei testi delle canzoni, si riverberano negli atteggiamenti e nel look di protagonisti e seguaci, nella grafica di dischi e pubblicazioni, sono insomma il cuore di un’estetica della sovversione partendo dalla tradizione.

No alla società del profitto. No al globalismo sfigurante e rimescolante. Celebrazione rituale e solenne di qualunque cosa faccia appartenenza, legame e retaggio, dalla tribù barbarica alla religione pagana, dalla retorica del branco braccato a quella dell’eroe liberatore dai mostri della modernità, fino alla rinascita dell’orgoglio etnico, presente in un gran numero di gruppi musicali di ultima generazione, specialmente europei, e soprattutto scandinavi. Al culmine dei significati che innervano questa musica filtrata dall’alto voltaggio e dall’oltranzismo gestuale, dalla provocazione del face painting e del paramento sciamanico-totemico con cui molte band del Power e del Black Metal escono in scena, noi troviamo la rinascita del mito. Non è poca cosa. Non è affatto “solo rock ‘n roll”. È potenza dell’immaginale offerta a masse di seguaci. È semplicemente la rinascita del pensiero mitico, proprio quello uscito sconfitto dalle macerie della seconda guerra mondiale, che alla fine, verificata l’impotenza di intellettuali, politici e culture oppositive, ha trovato da solo la via d’uscita dal tunnel. Ed è diventato musica oltraggiosa, musica distruttiva, musica di rianimazione, risveglio e chiamata a raccolta. Parlando dei Black Sabbath, i primi in ordine di tempo a rovesciare tonnellate di suono ingiurioso fra le gambe della borghesia mondialista, Christe scrive che «riecheggiando tempi lontani, la musica drammatizzava i conflitti degli uomini sulla terra non come storie di attualità, ma come lotte mitiche». Eppure non è fuga dal reale. Qui il mito che rianima i giovani significa lotta, e non rinuncia.

Nelle parole dei leader, nei testi cantati o urlati vibra una precisa volontà di sovvertire i sovvertitori. L’ideologia è quella del rifiuto convinto e senza sconti del sistema capitalistico-democratico e il ritorno alle migliori anime occulte del passato. Le band di Heavy Metal scomodano i grandi nomi della cultura europea, non mettono fiori nei cannoni, non propagandano l’eden un po’ idiota e molto infantile dei vecchi fricchettoni californiani.

Christe precisa che l’Heavy metal è al lavoro da un pezzo, per demolire i corruttori: «Per sua natura l’Heavy Metal aveva sempre minacciato lo status quo, offrendo una via di fuga dai centri commerciali e dai fast food… Sin dai Black Sabbath, i testi heavy metal indagavano nei recessi del subconscio, e le band, dai Judas Priest ai Metallica, prendevano le atmosfere nere e apocalittiche direttamente dalle pagine di scrittori eretici come Goethe e Nietzsche». Chi ancora aspetta che il rovesciamento arrivi dalla politica, dagli intellettuali o dalla “società civile”, morirà liberista. L’Heavy Metal è una potenza ancora inesplosa. È uno straordinario, unico patrimonio di controcultura cui manca solo una sponda socializzatrice, anche piccola, anche locale, magari a macchia di leopardo, come mine ad alto potenziale controculturale, per cominciare a scuotere dalle fondamenta qualche palazzo del potere globale.

Luca Leonello Rimbotti

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