Gheddafi. Uccidere per fotografare…

«Muammar Gheddafi è stato fotografato». Dunque è morto. Sta diventando un’orribile consuetudine, come fosse una delle tante categorie del porno digitale – dictators – il gesto di milioni di polsi che con un clic animano i video della vendetta. Piani sequenza spediti on line da mondi vicini solo nella retorica, a descrivere nel dettaglio la morte violenta dei colonnelli. Corpi linciati, volti tumefatti, teste più volte ruotate in malo modo a favore di camera (che nel caso del raìs di Misurata alcuni siti precisano compiaciuti essere un iPhone). Clip amatoriali, girati da mano giubilanti e rapite da una furia orgiastica, che, nella trasmissione, da siparietti di vendetta nazionale (noi – come per molto cinema – ne fummo pionieri con piazzale Loreto) si trasforma in fulgido esempio di sex appeal dell’inorganico*.

Certo, non è inguinale il godimento che la visione dello scempio provoca. (Sebbene non sia da escludere che l’amicizia tra Eros e Thanatos possa arrivare a tanto). È un brivido, un piacere tutto mentale. Non perché Gheddafi, Saddam, Bin Laden siano stati ammazzati. Cioè resi inoffensivi. Per questo sarebbe bastato metterli in prigione (e qualche piemme avrebbe potuto pure fargli un paio di domande). Il fremito scuote le nostre cervicali perché è stato dato un volto al Male. E siccome noi siamo il Bene, è giusto che quel volto sia una maschera di sangue. Per questo è necessario uccidere: per fotografare.

Forse sottovalutiamo il fatto che da pochissimi anni abbiamo tutti in tasca una videocamera. Dopo aver farcito di riferimenti orwelliani le telecamere che monitorano i luoghi pubblici, e dopo secoli passati a chiederci cosa stessimo guardando (nei quadri, intorno alle sculture, sui grandi e piccoli schermi), oggi non sarebbe peregrino porsi la domanda: cosa sto riprendendo. O, per farla più scanzonata, dimmi cosa riprendi e ti dirò chi sei.

Per questo non può passare inosservata la coincidenza temporale tra le immagini del Gheddafi linciato e quelle dei giorni scorsi (ma ancora cliccatissime) della “delazione partecipativa”. Decine di clip prodotte da alcuni manifestanti del 15 ottobre sulle gesta di altri manifestanti e consegnate ai giornali on line (e alla magistratura) per il riconoscimento dei “facinorosi”. Wanted, scrivevano sui flyers appiccicati nei saloon del West. E non era un bel mondo.

Oggi tocca ai black bloc (o Er Pelliccia da Volpedo), ieri all’autista dell’Atac (l’azienda romana dei trasporti) beccato da un viaggiatore indignato a guidare con due cellulari, domani chissà. Fino all’erezione di un enorme volto del Bene composto da micro faccine di brava gente. A molta stampa il gioco conviene. I reporter castigatori non costano nulla e fanno audience. E la politica può finalmente raccogliere i gesti delle sue vuote parole.

Sarebbe bello se gli amici del Valle Occupato, lì dove di cinematografari intelligenti ne passano, ci aiutassero a riflettere sulle nuove pornografie, sulle forme di scrittura e di fruizione dell’“esplicito”, e a dare un nome nuovo, attuale, ficcante al genere che nella pretesa di raccontare il Male ci sta rendendo tutti irrimediabilmente peggiori.

Giorgio Cappozzo
Gli Altri online

*citazione abusiva di Mario Perniola

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