Georges Brassens. Attenti al gorilla…

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 28 ottobre, sul settimanale Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

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EVVIVA IL GORILLA
Luciano Lanna

Quando Wilma Labate ha chiesto a Fausto Bertinotti qual è il suo cantautore di formazione, un nome è uscito fuori di getto: «Georges Brassens». Neanche troppo paradossalmente, quello di un libertario, da sempre refrattario all’incasellamento in qualsiasi ideologia, da lui considerata la causa principale della tragedia delle vittime nella storia. E se in Le deux oncles prendeva le distanze sia dai vincitori che dai vinti della seconda guerra mondiale, in La tondue Brassens arrivava coraggiosamente a criticare la ferocia nelle epurazioni degli sconfitti. La popolare canzone era infatti la storia di una ragazza accusata di collaborazionismo con i tedeschi e punita col taglio dei capelli.

Fatto sta che tra la fine degli anni ’50 e i primi dei ’60 qualcuno anche in Italia, soprattutto a Genova, scopriva la musica e i testi di Brassens. «La sintonia politica e culturale non guastava, gli stessi interessi estetici ancor meno: senza di lui forse non avrei mai scritto certe canzoni» ha ammesso Bruno Lauzi, riferendosi a brani come La banda o Il poeta. Quindi sarà Fabrizio De André a tradurre e incidere in italiano molte delle ballate dello stesso Brassens, dalla celeberrima “Il gorilla” a “Morire per delle idee”. «Mio padre – ha raccontato l’autore di Bocca di Rosa – mi portava incautamente a casa i primi dischi di Brassens perché aveva contatti con la Francia. Per me non è stato solo un maestro dal punto di vista didattico e musicale, è stato anche un maestro di pensiero e di vita». Non indifferente al cantautore francese è stato anche Gino Paoli che cantò il bellissimo pezzo “Marcia nuziale” tradotto proprio da De André. Per non dire delle versioni dialettali di Nanni Svampa o di Gipo Farassino.

Scrittore, poeta, attore e, soprattutto, cantautore Brassens si limitava a definirsi un libertario tout court, evocando un’anarchia che è prima di tutto una forma di tenuta esistenziale: «La cosa più difficile nella vita? Essere sé stessi. E avere carattere a sufficienza per restarlo».

Quest’anno in cui ricorrono quasi contemporaneamente il novantesimo della nascita e il trentennale della morte di quello che può essere considerato il padre di tutti i cantautori con la chitarra – era nato a il 22 ottobre 1921 a Séte, in Linguadoca, si spegnerà il 29 ottobre del 1981 nel paesino di Gély-du-Fesc, vicino a Montpellier  – sarebbe l’occasione per riscoprirne fino in fondo il suo non-conformismo. «Io non sono poeta, o forse solo un pochino: mescolo parole e musica e poi canto», diceva di se stesso. Si può infatti sostenere che quest’uomo massiccio e baffuto ha come pochi intrigato la Francia degli intellettuali insieme a quella popolare con il suo libertarismo vissuto in prima persona, con le sue storie di marginali, puttane, ladruncoli, ex galeotti, disoccupati, immigrati, tipi che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. E di contro i suoi obiettivi polemici non potevano che i benpensanti, la triade giudici-poliziotti-clericali. Si vantava di non essere mai entrato dentro una banca e diceva di essere così libertario da attraversare scrupolosamente sulle strisce pedonali, pur di non dover avere a che fare con i gendarmi.

Da noi, la romana casa editrice Coniglio ha mandato in libreria Le strade che non portano a Roma. Riflessioni e massime di un libertario, una selezione di suoi aforismi raccolti da Jean-Paul Liégeois. Pagina dopo pagina il suo individualismo fa tabula rasa di tutti i tentativi di incasellarne il pensiero: «I fessi non hanno speranze. Non ne hanno bisogno. Per il fatto di essere fessi, tutto appare loro semplice».

Dalla lettura di questo libro emerge in tutta evidenza il suo retroterra culturale, si scoprono quali sono stati gli autori che hanno inciso sulla sua formazione: su tutti Villon, Baudelaire, La Fontaine, La Rochefocauld, Mallarmé, Céline e Rabelais. Un mix culturale che nella Francia degli anni ’50 e ’60 appariva urticante. Va ricordato che, come accadrà più avanti in Italia per De André e Guccini, più della metà delle sue canzoni erano censurate sulle radio e televisioni e che solo qualcuna poteva andare in onda, ma dopo mezzanotte.

De André, che come abbiamo visto indicava Brassens come suo maestro non volle però mai incontrarlo per timore di andare a sbattere contro un carattere burbero o scostante.  Eppure Elvira, la madre di Georges, era d’origine italiana, di Marsico Nuovo, in Lucania. Vedova di guerra, con una figlia, Simone, si era risposata con Jean-Louis Brassens, muratore, e il 22 ottobre del ’21 era nato Georges: «Sono cresciuto in mezzo alla musica. Cantava mia madre, canzoni napoletane, e di quelle francesi trascriveva i testi e li imparava a memoria. Cantava mio padre, sul lavoro. A cinque anni sapevo già 250 canzoni».

Poi nella vita di Georges arrivano due svolte fondamentali. Al liceo il professor Bonnafé lo fa innamorare della poesia: Villon e poi Victor Hugo, Rimbaud, Verlaine… Purtroppo, in seguito a una condanna a quindici giorni di carcere con la condizionale perché coinvolto di striscio in una serie di furtarelli, storia narrata in una canzone (Les quatre bacheliers), migra nel ’40 a Parigi. Lavora alla Renault, collabora alla rivista Le monde libertaire con pseudonimi bizzarri (Jo Cédille, Pépin Cadavre). Nel ’44, in licenza da militare, si nasconde al numero civico 9 di Impasse Florimont, nel 14esimo arrondissement. Ci resterà fino al ’66. La donna della sua vita la incontra nel ’47, in metropolitana: Joha Heiman, estone, divorziata, più grande di lui di dieci anni.

La svolta musicale va datata al 1952. È Patachou, cantante e proprietaria di un famoso cabaret parigino, a imporlo nel mondo della canzone, dove Brassens si presenta a trentun anni. Nell’ottobre del ’53 ha già conquistato il mondo intellettuale parigino, dal palco dell’Olympia, e tutta la Francia. Georges entra in scena con la chitarra tenuta come una zappa, lo accompagna solo un contrabbasso e sarà così fino all’ultimo. Un’altra chitarra in aggiunta ci sarà solo per incidere i dischi.

Molti trovano troppo semplice, a base di soli tre accordi, la sua musica. Ma sui testi nessuno mette in dubbio la sua maestria: abilità nella metrica, sapiente alternanza di cultura classica e parolaccia da strada. Già nel ’63 il suo nome entra nella collana poetica dell’editore Seghers inaugurata dal surrealista Paul Eluard e in cui Brassens si troverà in compagnia di Hugo, Verlaine e Aragon, tutti da lui musicati. All’inizio degli anni ’80 Garcia Marquez lo definirà «il più grande poeta francese vivente». Eppure, per l’immaginario resterà per sempre l’autore di una ballata come Il gorilla: «Piangeva il giudice come un vitello / negli intervalli gridava mamma / gridava mamma come quel tale / cui il giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po’ originale / aveva fatto tagliare il collo / Attenti al gorilla!».

Luciano Lanna

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