Free Hugs. Una manifestazione di Umanità

Perché una catena venga spezzata basta semplicemente che anche un solo anello sia aperto. È necessario partire da questa piccola verità per riuscire a vedere il mondo – e di conseguenza le nostre azioni che quotidianamente formano e determinano la realtà che ci circonda – da una diversa prospettiva.

La profonda crisi (economica, ambientale, sociale, di sistema) che il nostro pianeta sta attraversando è anche e soprattutto una crisi che coinvolge l’individuo: un individuo che ha perso la cognizione del suo passato, che non ha riferimenti né prospettive per il futuro, che – bloccato dalla paura generata dall’incapacità di colmare questi vuoti – non è in grado di vivere nel qui e ora.

L’unico dato realmente positivo di questo periodo storico, dominato dall’incertezza e da una suadente quanto fasulla sensazione di fallimento, sta nella consapevolezza che proprio da una crisi di tale portata può nascere e farsi strada la necessità del cambiamento. I movimenti che hanno messo in crisi i regimi nel nord Africa e le manifestazioni degli “indignati” che dall’Europa sono arrivate fino a Wall Street non sono certo frutto del caso. Si tratta, al contrario, del perfetto connubio tra la protesta dichiarata di questa esigenza e il bisogno altrettanto grande di chi porta le redini di questo sistema impazzito di incanalare il malcontento entro schemi conosciuti e facilmente manipolabili. «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», recitava una celebre  frase del Gattopardo: la nostra abilità nel non sottovalutarla è in questo caso di fondamentale importanza per evitare di cadere vittime di facili strumentalizzazioni.

Dunque, si diceva: perché una catena venga spezzata basta semplicemente che anche un solo anello sia aperto. Se è vero che la catena che piano piano si stringe sempre più attorno al nostro collo è questo sistema sociale, economico e istituzionale, è altrettanto indubbio che l’anello da aprire, restando in metafora, siamo noi. Dunque perché continuiamo a ostinarci nella convinzione che il cambiamento debba provenire dall’esterno? Come possiamo pretendere pace, libertà, uguaglianza nei diritti su larga scala se poi nel nostro piccolo siamo i primi a cadere nel tranello della competitività, dell’egoismo, del giudizio affrettato, della discriminazione?

È proprio per questa ragione che ho deciso di boicottare la manifestazione del 15 ottobre (che infatti, a guardarla da fuori, si è svolta esattamente – e come tutti i fenomeni mediatici – seguendo un copione già scritto) e di partecipare il 16, al contrario, alla prima Giornata Nazionale degli Abbracci, organizzata in seno al progetto “Umani in divenire”. Un’idea, quella degli “abbracci liberi”, che viene da lontano. Già a partire dagli anni ’70 mimi di strada (più propriamente denominati “hug busker”) posti al lato del marciapiede, con le braccia aperte in posizione di accoglienza, invitavano i passanti a donare abbracci. Tra gli slogan esibiti sui cartelli che ponevano ai loro piedi figuravano: “Give Hugs”, “Free Hugs”, “Mr. Hug”, “Monsieur Calin”, “Hug Busker”. Negli ultimi quarant’anni questa forma espressiva ha continuato a vivere ai margini della società, nelle iniziative di persone solitarie, mimi, artisti di strada: certamente al di fuori del paillettato mondo della televisione, che purtroppo per molti è diventato ben presto un vero e proprio sostituto della realtà. Soltanto nel 2006 l’iniziativa è divenuta popolare attraverso la diffusione su youtube  dell’impresa di Juan Mann, un ragazzo australiano che ha avuto l’intuizione di farsi riprendere in video mentre per le strade di Sydney donava abbracci ai passanti, coinvolgendoli in un gioco che si è trasformato ben presto in una manifestazione di gioia, di compassione, di umanità.

Ma qual è lo scopo di scendere in strada e abbracciare uno sconosciuto? In che modo questo genere di azione può determinare un cambiamento dentro di noi, tale da manifestarsi nella realtà esteriore? Sono domande lecite, e che è anzi necessario porsi per far sì che l’azione sia retta da una piena consapevolezza. «Lo scopo – spiega Pietro Tamburella, padre del progetto “Umani in divenire” – è quello di far cadere le barriere delle diversità culturali, religiose e sociali di una nazione che ha più che mai bisogno di ritrovare per prima cosa la propria umanità. L’abbraccio diretto e inaspettato  è un canale potentissimo per unire la gente e far scorrere attraverso il sentire ciò che nessuna parola al mondo sarà mai capace di esprimere. È un linguaggio universale che attraverso le emozioni può aprire in un solo istante molte porte al bambino assopito dentro di noi». Dunque, prima di ogni altra cosa, lo scopo è quello di eliminare le categorie, le etichette, le facili definizioni, e riscoprire le persone. Solo iniziando ad avere rispetto dell’altro in quanto individuo, solo riconoscendo nell’altro gli stessi limiti e le stesse potenzialità che riconosciamo in noi stessi è possibile provare compassione, sentire nell’altro il nostro stesso desiderio, che è sempre e solo un desiderio di felicità.

Quello dell’abbraccio è un gesto antichissimo, che è nato insieme all’umanità, e ha una valenza simbolica di una forza eccezionale. Nel momento in cui si decide di abbracciare qualcuno non solo lo si accetta, ma in qualche modo si decide anche di donargli una parte di sé: di andargli incontro, di prendersi cura di lui. Dunque quello dell’abbraccio è un gesto di responsabilità: responsabilità che implica, dal suo significato etimologico, la capacità di dare una risposta. Ed è proprio nella risposta che l’atto, portato a compimento, rivela tutta la sua forza. L’abbraccio non può e non potrà mai essere un gesto univoco: nel momento in cui lo si riceve, non si può fare a meno di donare a propria volta. È l’immagine stessa dell’incontro, dello scambio: e dunque della crescita.

Il 16 ottobre ho partecipato alla Giornata Nazionale degli Abbracci, ed era la prima volta che prendevo parte ad una simile iniziativa. Quello che so è che non ho visto celerini col manganello, né black bloc; non ho visto bandiere né partiti. Non ho visto leader arringa-popolo, fumogeni, lacrimogeni o bombe carta: né destra, né sinistra, né centro. Ho visto che tutte le persone che mi hanno abbracciata sorridevano.

Una volta Gandhi disse, con un’espressione spesso usata a sproposito, «sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo». Io penso che sia questo lo scopo, questo il significato. Ed è per questo che tra una piazza che si trasforma in scontro ed una che si fa luogo d’incontro io sceglierò sempre e senza esitazione alcuna la seconda.

Susanna Curci

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