Fenomenologia d’Er Pelliccia…

Passano gli anni, i secoli, i millenni, ma l’industria del capro espiatorio non conosce crisi o usura del tempo. Una volta erano i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme che, nel giorno del Kippur, caricando un capro di tutti i peccati del popolo di Israele e allontanandolo nel deserto, permettevano così l’espiazione e la liberazione della comunità dalle sue colpe. Oggi i sacerdoti hanno assunto nuove forme: non vestono più con tuniche e turbanti di lino, firmano articoli di giornale e reportage televisivi.

Oggi i sacerdoti sono i media, quegli stessi media che ritualmente (nei momenti in cui la crisi si fa più aspra e l’esigenza di scaricare i sentimenti di violenza più impellente) scelgono a caso una “vittima” da dare in pasto alla pubblica opinione col fine di restituire pace e armonia all’intero gruppo sociale. Siccome poi nei riti i numeri e i simboli sono molto importanti, caso vuole che l’ultimo capro espiatorio prescelto in ordine di tempo si chiami Er Pelliccia (al secolo Fabrizio Filippi, nella foto), e che sia il tredicesimo di un gruppo di arrestati tra i ragazzi che nella manifestazione di sabato 15 ottobre hanno creato disordini e agitazioni, guadagnandosi in tempi da record l’etichetta di “black bloc”.

Venendo ai fatti, Fabrizio Filippi è un ragazzo di 24 anni, studente in psicologia in una università privata a Roma e con una famiglia alle spalle che mai avrebbe potuto pensare che il figlio si facesse prendere dall’esaltazione di una manifestazione lanciando un estintore per aria. Insomma, un ragazzo qualunque: anche se infastidisce dirlo. Un ragazzo che potrebbe tranquillamente essere un mio conoscente, se le circostanze della vita (frequentazioni scolastiche, luogo di nascita o amicizie in comune) lo avessero determinato. Un ragazzo che è perfettamente inserito nella società, che non è stato trovato all’interno di un centro sociale occupato o di fantomatici gruppi anarco-insurrezionalisti (parola questa molto in voga, dal suono inquietante e dall’uso sempre inappropriato), ma nella sua villetta a Bassano Romano, dove stava insieme alla sua famiglia.

Ovviamente, la sola idea che Fabrizio Filippi possa essere un ragazzo in tutto e per tutto simile agli altri non è accettabile. Non è così che funziona in una società come la nostra, abituata a dividere bene e male con l’accetta. E allora ecco partire l’ormai fin troppo conosciuto teatrino del gossip morboso, a cui tutta l’opinione pubblica si presta con un entusiasmo disarmante, incapace di pensare, perché è fuori dalle logiche del rito e del pensiero collettivo, che “avrei potuto esserci io al suo posto”.

La prima cosa, naturalmente, è frugare sul profilo di Facebook – in barba a ogni concetto di privacy – alla ricerca di frasi, commenti o parole che si facciano manifesto della  devianza. Poi si passa al profilo Badoo e ai costumi sessuali, al tentativo di ridicolizzare il personaggio, di renderlo una macchietta. Ed infine eccole lì, le paroline magiche, più potenti di qualunque abracadabra: droga e alcool. Un mix sempre vincente. Il mostro è servito e confezionato con la facilità di un click, perfetto per dimenticare il fallimento completo della manifestazione, per evitare di porsi domande sulle motivazioni che hanno determinato tale fallimento, per ammutolire sul nascere ogni tentativo di discussione volto a ricercare nuovi metodi di confronto e di lotta.

Il mostro giusto al momento giusto, insomma, utile a stemperare gli animi e a lasciare inalterato lo stato delle cose. Questo l’unico risultato del manicheismo imperante, ben supportato dalle classiche e inutili discussioni che dominano i salotti televisivi. Un esempio su tutti quello di Concita de Gregorio, che a Piazza Pulita, su La7, non si pone alcun dubbio né alcun problema nel denunciare “Er Pelliccia” come non rappresentativo della gioventù odierna, perché “porta le mutande fuori dai pantaloni” e a 24 anni frequenta ancora l’università.

Un discorso che ricorda tanto quello di Franca Rame quando, nel 1998, entrò in polemica con gli squatter torinesi protestando senza mezzi termini la convinzione che non fossero veri “anarchici”, ma solo “ignoranti e sbandati”. Ovviamente tempi, luoghi e contestazioni diversissime, e difficilissime da mettere a paragone. Ma l’ipocrisia dei contestatori istituzionalizzati resta sempre uguale, invariata nella sua sicurezza nel definire l’esatto confine che divide il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso, il bene dal male.

Nel frattempo Fabrizio Filippi, ancora in carcere con l’accusa di “resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale”, chiede perdono, si dichiara pentito. «Non sono un simbolo», protesta. «Non sono un black bloc». Che venga ascoltato o  meno, che venga scarcerato o meno, poco importa. Ben presto uscirà dalle cronache e dai giornali, nessuno parlerà più di lui, e dunque smetterà di esistere. Proprio come il capro che, scacciato nel deserto, porta via con sé ogni colpa e ogni peccato, ripristinando la pace.

Susanna Curci

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