E Di Pietro diventò socialista…

L’ultima inaspettata battuta di Antonio Di Pietro su Bettino Craxi, volta a rivalutarne la figura su un piano squisitamente politico, merita un approfondimento. Naturalmente, può trattarsi di una confessione sincera o di mero tatticismo politico, ma quand’anche si trattasse soltanto di una “manovra” sarebbe comunque un dato interessante. Cominciamo con il fatto. Alla festa dell’Italia dei Valori, giovedì 22 settembre, Di Pietro afferma: «Adesso dirò qualcosa che vi stupirà… Le idee politiche di Craxi? Erano giuste! Sigonella? Fu giusto comportarsi così! Ed era giusta l’idea di combattere la Russia ma al tempo stesso dimostrare che si può stare nel capitalismo in modo critico». Il leader dell’Idv chiarisce che non cambia il suo giudizio negativo sulla scelta di finanziare il PSI in modo illegale (“criminale”), ma non lascia spazio a dubbi riguardo al giudizio politico: «Le sue scelte politiche io le considero importanti». Fa anzi capire che, negli anni ottanta, guardava con simpatia proprio alla “terza via” indicata da Craxi. Fatto sorprendente, se si considera che con la propria azione l’ex magistrato ha quasi cancellato il PSI e, da vent’anni, stigmatizza Craxi come un delinquente comune, un ladrone, un latitante.

Non ho mai amato il manicheismo, il voler mettere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra, perché amo prima di tutto la “verità”. E la verità storica non è semplice, né tantomeno semplicistica. Il manicheismo è per l’appunto la dottrina delle menti semplici, che non amano pensare, avere dubbi, rivedere i giudizi. Oppure la dottrina dei demagoghi, dei politici di professione, che devono conquistare le menti semplici. La verità è invece cosa per filosofi. Perciò, se negli anni ottanta ero semplicemente socialista, negli anni novanta – quando Craxi è caduto in disgrazia – seguendo un percorso inverso a quello di tanti compagni, né ho preso le difese. Sono, in un certo senso, diventato un “craxiano postumo”. In un momento in cui era tutt’altro che conveniente sul piano personale, in un articolo di fondo, sono anche arrivato provocatoriamente a chiedere che venisse dedicata una via al leader socialista scomparso (“Mantova dedichi una via a Bettino”, La Voce di Mantova, 29 dicembre 2006). A giustificazione, dicevo le stesse cose che dice ora Di Pietro. A fronte degli errori di gestione partitica, che nessuno intende negare, vanno messe sul piatto della bilancia anche le idee politiche e le decisioni coraggiose di Craxi, in politica interna ed estera.

Ma veniamo al nocciolo della questione: perché ora Di Pietro rivaluta la figura di Craxi? Partiamo dall’ipotesi che si tratti di una esternazione sincera. Innanzitutto, va ricordato che negli anni ottanta Craxi godeva di simpatie anche al di fuori del PSI, per esempio nell’area missina. A suscitare ammirazione e speranze era il Craxi del “socialismo tricolore”, che combatteva l’URSS, ma al contempo rifiutava il ruolo di marionetta degli USA (vedi Sigonella), che voleva una riforma presidenziale e una politica decisionista, che portava l’Italia a diventare la quinta potenza economica mondiale e scalpitava per ottenere un ruolo corrispondente sul teatro internazionale, anche attraverso il superamento di Yalta, che si batteva per la causa palestinese arrivando a giustificare sul piano teorico (ma non pragmatico) il terrorismo dell’OLP, che sdoganava Almirante per rompere l’accerchiamento di DC e PCI. Ebbene, voci ricorrenti riconducono Di Pietro proprio all’area missina, nel periodo in cui era ancora un poliziotto. Se fosse vero, questo potrebbe spiegare la recente esternazione, nonché la deferenza mostrata durante l’interrogatorio di Craxi, al processo Cusani. Mentre ben altro trattamento fu riservato ad Arnaldo Forlani.

Queste voci ricorrenti sono state messe in moto soprattutto da Ignazio La Russa, durante una vibrante discussione con l’ex magistrato alla trasmissione di Santoro. Molti ricorderanno il ministro dire in TV: «Lo sanno tutti che Di Pietro da giovane votava MSI». In una intervista rilasciata a Il Giornale alcuni giorni dopo, La Russa ha poi confermato quanto detto, precisando che è stato lo stesso Di Pietro a confessarglielo. Ovviamente, poiché non ci sono prove inoppugnabili del fatto, a parte la rivelazione del ministro, continuiamo a rubricare le simpatie politiche giovanili di Di Pietro come mera ipotesi.

Consideriamo quindi anche l’ipotesi che si tratti di tatticismo. Fermo restando che tattica e strategia sono sempre meno districabili in politica, può darsi che Di Pietro stia cercando una ricollocazione stabile per il suo partito, all’interno del centrosinistra. L’Italia dei valori è – ideologicamente parlando – un’anomalia, un partito d’emergenza. Un partito che si fonda statutariamente sul concetto di legalità è un “non partito”. Questo perché l’onestà e il rispetto della legge sono categorie pre-politiche, che riguardano tutti i cittadini e non solo i rappresentanti del popolo. In linea di principio, tutti sono chiamati al rispetto della legge. Non si vuole negare che, data la situazione attuale del paese, che pare profondamente inquinato dalla corruzione e dalle mafie, oggi acquisti senso anche un “partito degli onesti”. Sennonché, recentemente è apparso sulla scena un altro partito ancora più onesto (per dirla con Nenni, c’è sempre uno più puro che ti epura) e che i sondaggi danno fra il 3,5% e il 6%: è il Movimento 5 stelle lanciato da Beppe Grillo. Senza contare il “partito degli onesti” invocato da Alfano, su cui caliamo un velo pietoso. Urge perciò una caratterizzazione più ideologica.

L’altra anomalia dell’Idv è che, dovendosi in qualche modo collocare in Europa, ha scelto di iscriversi all’ALDE – il gruppo liberale e liberista. Ma come fa un partito che sottoscrive il liberismo economico a fare battaglie referendarie per l’acqua pubblica, a stare al fianco degli operai della Fiom, a formare a Napoli una coalizione con i comunisti di Ferrero, a schierarsi insomma invariabilmente, senza se e senza ma, in difesa dei lavoratori e contro il capitale? È chiaro che Di Pietro ha accentuato le posizioni “di sinistra” (anche in materia di bioetica) per mettere in difficoltà il sempre indeciso PD. Ma, così facendo, ha attirato tra le proprie fila anche una massa critica di elettori che non hanno nulla da spartire con l’ALDE.

Il tutto si colloca nell’ambito di una terza anomalia che riguarda la sinistra italiana, nel suo complesso. L’Italia è l’unico grande paese europeo a non avere socialisti in Parlamento. Nessuno dei tre principali partiti del centrosinistra che formano il progetto di coalizione per le prossime elezioni è iscritto al PSE. Che Di Pietro stia pensando di colmare questo vuoto ideologico cambiando collocazione al proprio partito? Sincera o opportunistica che sia, se questa è l’idea di Di Pietro, va seguita con attenzione. La bancarotta del comunismo, nel 1989, e del capitalismo liberista, vent’anni più tardi, dimostra che la strada maestra è proprio la ricerca di una “terza via”. Craxi aveva dunque le idee giuste, ma – in seguito alle note vicende giudiziarie – il  “socialismo tricolore” non ha più la reputazione per occupare da protagonista la scena politica. Per una sorta di nemesi, proprio chi gliel’ha tolta, potrebbe ora restituirgliela.

Riccardo Campa

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