Barletta. 5 sorelle d’Italia uccise dal lavoro nero

Matilde Doronzo, 32 anni
Giovanna Sardaro, 30 anni
Antonella Zaza, 36 anni
Tina Ceci, 37 anni
Maria Cinquepalmi, 14 anni

Non è una lista di assunzione, non è un elenco di borse di studio, non è una pergamena con i nomi dei caduti in guerra.

Questi sono i nomi delle operaie di Barletta. Giovani donne con tanti sogni e tante speranze.

Nell’opificio, in cui lavoravano  rigorosamente a nero, avevano riposto le loro speranze.

Durante le ore di lavoro immagino parlassero dei loro sogni, dei loro amori. Discorsi che uniscono durante l’attività  e tra una risata ed un pianto tessevano, cucivano, come le donne di un tempo. Già! Come le nostre nonne, come le nostre madri. Ma loro non hanno avuto il tempo di diventare nonne, a loro è stato negato il futuro di una chioma argentea . A loro è stato negato anche il presente. Un presente che, nel 2011, dovrebbe essere fatto di ragionamenti ed azioni sensate  volte al miglioramento della vita umana e non al suo regredire.

Ma siamo certi che questo sia il progresso? Ma siamo certi che questi siano i tempi moderni?  A me sembra di essere tornata indietro, quando mia madre mi raccontava del suo lavoro da operaia nell’opificio di Messina.

All’epoca come ora, si lavorava negli scantinati con poca luce ed in pessime condizioni ambientali.  Si sognava, si credeva e si lavorava rigorosamente senza contratto, senza diritti, ma con tanti doveri. Quelli erano i tempi del dopoguerra e la fame attanagliava lo stomaco e la mente. Si accettava “la qualsiasi”. E quando qualcuno cercava di ribellarsi veniva rimesso in riga con il ricatto morale.

Non credo che i tempi siano cambiati. Tutto come prima. Eppure ci sono state le battaglie per la civiltà, per la libertà sindacale, per i diritti del lavoro dei  cittadini di questo Paese che, ancora oggi, piange i suoi morti.  Non sono morte  in battaglia, non avranno gli onori della bandiera e forse non verranno ricordate nei libri di storia, ma certamente saranno ricordate nel cuore di ogni donna e di ogni uomo che conosce sulla propria pelle il colore scuro del sacrificio: il lavoro nero.

4 euro l’ora per 14 ore al giorno, questi sono i numeri che vengono accomunati ai loro nomi.

Operaie senza contratto, senza diritti, ma con l’unica e sola colpa: la dignità del lavoro.

Dignitose e volenterose si sono accontentate di un lavoro simile e di una simile retribuzione. C’era il mutuo da pagare, le bollette,  il pane, il ticket sui farmaci. Lavoravano per avere il necessario per sopravvivere. L’essenziale. Si accontentavano. E sono morte.

E’ il settembre del 2011 e le operaie segnalano al datore di lavoro che nella struttura vi è qualcosa  di strano. Sentono degli scricchiolii e non sono le macchine dell’opificio.

E’ qualcosa di ben più grave, ma loro non sanno ben identificare di cosa si tratta. Lo segnalano, ne parlano. E probabilmente anche durante le ore di lavoro, tra un’asola e l’altra rifinita con certosina pazienza, ne avranno parlato tra loro.

Qualcuno ha cercato di rassicurarle adducendo che forse quegli “strani” rumori provenivano dalle case adiacenti. E loro hanno continuato a lavorare. C’era sempre la rata del muto da pagare.

Persino i vigili urbani del comune di Barletta sono andati a verificarne le condizioni qualche giorno prima. La solita rassicurazione: non è nulla di strano. E loro continuavano a imbastire maniche e colli di maglia. C’era sempre la spesa da comprare.

Era il settembre del ’43 e la città di Barletta si sveglia sotto il fuoco, oramai nemico, dei nazisti. Vengono  trucidati cittadini inermi, innocenti. Per questo la città viene insignita della medaglia d’oro al valor militare.

E’ l’ottobre  del 2011 e in un modus operandi differente vengono trucidate  4 operaie, sotto il fuoco nemico dell’indifferenza delle istituzioni che non potevano non sapere in che condizioni queste giovani donne lavoravano.

Non poteva non sapere il Sindaco, Nicola Maffei, ed i suoi uffici; non potevano non sapere gli ispettori dell’ufficio provinciale del lavoro;  non poteva non sapere l’agenzia delle entrate; non poteva non sapere la Guardia di Finanza;  non potevano non sapere i sindacati.

In fondo Barletta non è Las Vegas. E’ una città che conta poco più di 89 mila abitanti. Un piccolo centro dove le chiacchiere girano. E gira anche l’alito di morte.

Tutti hanno sottovalutato il problema. Tutti adesso sono pronti a partecipare all’ultimo saluto.

Matilde, Giovanna, Antonella, Tina, e Maria – figlia del proprietario, di soli 14 anni – sono state uccise tre volte. Una prima volta massacrate nei loro diritti di lavoratrici senza contratto. Una seconda volta con il crollo della palazzina. Una terza volta con l’indifferenza di chi è deputato a tutelare la sicurezza fisica ed anche mentale dei cittadini.

Questo è il momento del risveglio della coscienza civile. E’ ora. Non è più accettabile morire per un diritto. No! Non l’accetto più.

Dalla città della Disfida del 13 febbraio 1503 deve partire la disfida alle ingiustizie sociali.

Da questa città vorrei sentire levarsi un grido di ribellione che contagi tutto lo stivale. Che arrivi fino alle blasonate   orecchie  delle Sorelle d’Italia che, forse, non conoscono l’amaro sapore del sacrificio.

In questo momento il mio pensiero è per mia madre, operaia del primo opificio di Messina, che si è ribellata alle ingiustizie che ogni giorno di sacrosanto lavoro doveva subire. A lei che ha avuto il coraggio e la forza di dire basta  lasciando quel lavoro; a lei ed al suo clamoroso gesto in un periodo, come adesso, in cui il lavoro era ed è  cibo; grazie a tutto questo, non è morta. Grazie a quel gesto che adesso sono qui a scrivere di Matilde, Giovanna, Antonella, Tina, Maria: uniche Sorelle d’Italia che riconosco.

Sabrina de Gaetano

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