Articolo 18, addio. Lui ti licenzia…

Si abbia almeno il coraggio di dirlo a chiare lettere: la crisi la faremo pagare ai lavoratori. Non basta l’aumento dell’Iva al 21%, non basta la riforma delle pensioni che rinvia di qualche altro annetto l’agognato riposo, non basta la rinuncia alla patrimoniale che andrebbe a toccare la casta dei ricchi…  No, non basta tutto questo. C’era da ritoccare un pernicioso articoletto, il 18 per la precisione, dello Statuto dei Lavoratori per esaudire i desideri di Sua Maestà il Denaro. E così si farà. Ma sì, l’articolo 18, quello che disciplinava la materia della reintegrazione del licenziato, qualora la causa fosse stata ritenuta illecita dalla Magistratura del Lavoro.  Quello che metteva un po’ di equi paletti fra le determinazioni del padrone e la “giusta causa” del licenziamento. “Giusta causa” che non prevede a tutt’oggi, fra i motivi del licenziamento, quelli “economici” dell’impresa. Ad oggi, appunto. Dal maggio 2012, invece, il padrone potrà farlo. Nella “Lettera di intenti” presentata da Silvio Berlusconi ai leader europei, di pochi giorni fa, infatti, si preannuncia il provvedimento.

Cosa vuol dire in soldoni questa novità lo ha spiegato quel galantuomo del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi:  «Tutte le istituzioni ritengono che ci sia un rattrappimento delle imprese, soprattutto in tempi incerti, dovuto alla difficoltà di risolvere il rapporto di lavoro se le cose vanno male». Capita l’antifona? “Se le cose vanno male”, a prescindere dalla causa per cui le cose vanno male, l’azienda, per non rattrappirsi, può procedere al licenziamento di chi vuole, senza possibile ricorso avverso al provvedimento. E fino qui, per quanto mostruoso, il discorso ha una sua logica che così può essere riassunta: per salvare il profitto del capitale, si riduce la forza lavoro.

Le allucinazioni cominciano con le spiegazioni che il Ministro dà a giustificazioni del mostro. Leggete: «Il nostro obiettivo, in ogni caso, non sono i licenziamenti facili, ma creare le condizioni per la crescita delle imprese e dell’occupazione». Avete letto bene? Si introduce la pratica dei “licenziamenti  per motivi economici” (non chiamateli “facili” per carità, che il Ministro se ne avrebbe a male) per favorire la crescita (sic!) delle imprese e, udite udite, dell’occupazione. E da quando in qua un’azienda si sviluppa riducendo la sua forza lavoro? E a chi verrebbe in mente che licenziando un lavoratore altri dieci (ma anche solo due) sarebbero assunti al posto suo?

Oddio! A leggere meglio le parole del Ministro, un senso potrebbero averlo. Questo senso: licenzio un lavoratore a tempo indeterminato e ne assumo due interinali che costano anche meno del primo per stipendio, assicurazione e previdenza. E’ una trovata ingegnosa che fa del lavoratore un puro numero o, se volete, una mera sommatoria di contabilità economica. Qualcosa di simile a quello che succede nei supermercati dove paghi due al prezzo di uno. Solo che gli uomini non sono (o, almeno: non sono ancora) fustini di detersivo. Quelli (gli uomini) a differenza dei detersivi, hanno aspettative di vita sociale che non sono (o non sono ancora) biodegradabili. Creare un esercito di nuovi disoccupati in piena età lavorativa, e di occupati sottopagati e senza prospettive di certezza di continuità di lavoro, significa destabilizzare l’intero tessuto connettivo della società. Con costi di stabilità sociali imprevedibili. Oppure, prevedibilissimi. Tant’è che lo stesso Ministro Sacconi ne paventa gli esiti: «Sarebbe assurdo se a 10 anni dal Patto per l’Italia e dalla morte di Marco Biagi dovessimo registrare lo stesso clima esasperato e non invece la possibilità di un confronto sereno». Aggiungendo per sovrapprezzo: «Oggi vedo una sequenza dalla violenza verbale, alla violenza spontanea alla violenza organizzata che, mi auguro, non arrivi ancora una volta anche all’omicidio come è accaduto l’ultima volta dieci anni fa con il povero Marco Biagi, nel contesto di una discussione per molti aspetti simile a quella di oggi». Parole che non si sa bene se siano di esorcizzazione o di augurio. Non sarebbe la prima volta, infatti, che di fronte ad uno sfacelo economico, politico e sociale il terrorismo o azioni comunque violente fino all’assassinio svolgano il turpe compito di ricompattare coesioni altrimenti perse.

Del resto, non si capisce intorno a cosa altro sperano di potersi ricompattare i nuovi (manco tanto) menestrelli del potere purchessia. Quale parola d’ordine, quale progetto può servire allo scopo quando nemmeno il ritornello ipnotico di una futuribile “ripresa economica” dipende da loro, delegata ormai da tempo ai superiori intendimenti (e interessi) dell’aristocrazia finanziaria mondiale che della ripresa economica delle nazioni se ne è sempre fregata e continuerà a fregarsene. Ovvio che, stavolta, chi dovesse cadere nella trappola delle lotte armate per rispondere alle nefandezze del sistema non avrebbe nemmeno l’attenuante dell’ingenuità o dell’utopia rivoluzionaria: troppo recenti sono i fallimenti di chi si illuse che una raffica di mitra potesse raddrizzare il mondo. Le scorciatoie, come è noto, conducono quasi sempre in vicoli ciechi.

miro renzaglia

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