Antonio Pennacchi. Palude

Dopo che nel 2010 ha vinto il Premio Strega con Canale Mussolini e che è diventato un autore famoso nella scena letteraria italiana, a Pennacchi gli tocca in sorte quello che è successo a molti. Dalle lodi sperticate qualcuno sta passando al naso arricciato. Il mondo degli autori è un po’ così, almeno a me sembra.

Fino a quando uno è un marginale, un outsider uscito fuori dal cilindro magico dell’anonimato, è apprezzato, esaltato, blandito. Quando diventa, alla fine, giustamente famoso per il frutto originale e personalissimo del suo lavoro, i soloni della critica e qualche lettore un po’ supponente cominciano a storcere la bocca e a dire che Pennacchi non è più quello di una volta, che il personaggio ha fagocitato la persona e lo scrittore, che il successo gli ha dato alla testa e che lui in pubblico tende a dare di se stesso uno spettacolo caricaturale del suo modo di essere.

Quando uno comincia a vendere i suoi libri, chissà perché, diventa improvvisamente autore commerciale e pertanto vile. A me, lettore indefesso, interessano assai poco questi atteggiamenti da scopritori della prima ora del genio che lo abbandonano infastiditi quando in molti cominciano a leggerlo. Sarà anche perché io non sono nato talent scout e prima di farmi piacere una cosa aspetto guardingo e vengo sopravanzato da stuoli di novelli scopritori. Sta di fatto che Pennacchi, fortunatamente, qui lo affermo con un po’ d’orgoglio sciovinista, scrive per raccontare ai suoi lettori le sue storie e se i suoi lettori lo ripagano leggendolo non vedo che male ci sia. Ne venda a milioni dei suoi libri.

Quello che a me interessa sapere oggi è se, dopo aver raggiunto fama nazionale, non stia pensando di far tradurre i suoi romanzi per tentare l’affermazione planetaria. Una curiosità ingenua perché io non riesco a immaginare (voi ci riuscite?) una scrittura come la sua trasposta ad esempio in inglese o in francese.

Ma al di là di questa balzana curiosità, resta oggi il percorso che tocca anche a lui da famoso: la ripubblicazione dei suoi romanzi precedenti alla prestigiosa vittoria nello Strega. Dopo Mammut, suo primo romanzo dato alle stampe, oggi è la volta di Palude che, riveduto e corretto, ma non di tanto, è uscito da Baldini Castoldi Dalai editore.

In me lettore, questa volta disattento e svogliato, c’è un po’ di rimpianto, perché il romanzo, pubblicato nel 1995 da Donzelli e sparito dalla circolazione, era in realtà disponibile nella biblioteca del mio paese e su Internet ne circola una versione on-line che avrei potuto leggere. Ma non amando né la lettura in biblioteca, né le fotocopie truffaldine, né, orrore degli orrori, la lettura digitale, ho aspettato questa edizione ultima per togliermi il piacere di leggerlo. Da qui però nasce una scoperta. La lettura a posteriori del libro mi ha permesso di apprezzare nella sua globalità l’autore.

Leggendo Palude si capisce un po’ di più Canale Mussolini, così come leggendo Mammut si comprende meglio Palude, così come leggendo il Fasciocomunista si può apprezzare Fascio e Martello, inserendoli in uno scenario compatto e allo stesso tempo variegato. Per non parlar poi dei racconti.

In Palude si narrano la storia e le gesta di Bonfiglio Ferrari così soprannominato perché da giovane giocava a pallone e si buttava, parando, in ogni pozzanghera disponibile nei dintorni della porta. Un eroe popolare, di scarsa scolarizzazione, che non ha mai letto un libro in vita sua, operaio metallurgico, leader sindacale che nasce e vive, a Littoria dove sempre sono incarnate le storie che Pennacchi racconta.

Ma le gesta di Palude sono lo spunto per dare vita ad un racconto che ha come protagonista corale ancora una volta l’Agro Pontino e Littoria. Quello che si rintraccia in Palude, ancora di più che in Canale Mussolini, è lo spirito che informa tutti i luoghi da cui zampilla  il senso della mitologia di Pennacchi. È il racconto di una Nazione nel suo senso più esteso e completo. Microscopica, se volete, ma Nazione. Pennacchi ricuce insieme tutti i pezzi perduti che si sono andati disperdendo del senso della nazione, quello di un corpus omogeneo che, come un brodo primordiale, dà senso e vita a tutti i suoi partecipanti.

È così che in Palude si registrano le descrizioni dei luoghi. La Nazione è anche limite geografico, delimitato, definito, è un riferimento territoriale. Ma lo spazio delimitato dalla terra nazionale nulla sarebbe se non fosse collocata nel tempo della Nazione. È così che si assiste a un vorticoso racconto storico del passato che passa ancora una volta per le bonifiche e per l’edificazione della città perno di tutta la narrazione: Littoria. E passa attraverso i numi tutelari che l’hanno resa possibile il Duce e Cencelli, vero artefice di entrambe le realizzazioni.

La Storia poi sarebbe inane per la Nazione se non fosse materia viva per il presente ed è così che i fantasmi dei due ancora vengono visti tra l’Appia e la litoranea alle prese con opere non realizzate o tesi a soddisfare desideri incompiuti. È su questo substrato che prendono respiro le storie dei vivi, in particolare del protagonista che, tra le tante, subisce un trapianto di cuore ed è costretto anche a modificare la sua anima.

E agli uomini si affiancano gli animali, perché anche loro fanno parte della Nazione tutta, come è dimostrato dalla storia del gattino che sbuca all’improvviso dal camion riportato alla luce sotto la fontana con la palla.

E a tutto questo si aggiungono, come un condimento fondamentale, i miti cittadini, i racconti della gente che popola le pagine dei racconti di Pennacchi. Miti cittadini che in qualche modo deformano la verità storica ma che la codificano nell’atemporale della Nazione.

Come quando raccontano di aver visto il Duce a cavallo della sua Guzzi 500- Falcone Sport che fu prodotta nel 1950 e che dunque non poteva essere la sua moto che infatti era una Gilera 500.

È lo stesso Pennacchi che ci avverte: «Ma io che ci posso fare se la gente lo vede e lo sente – in Agro Pontino – su un Guzzi 500? È il Guzzi che fa tòmm tòmm tòmm, in folle. Il Gilera fa tèinta tèinta tèinta».

La Storia al servizio della Nazione non può che farsi mito e così è tramandata di bocca in bocca. E fanno parte integrante della Nazione anche quelle caricature umane che diventano personaggi stilizzati, com’è il Federale che con il suo “Ecco, è vero”, un tormentone quasi televisivo, rappresenta con bonaria ironia l’uomo tutto di un pezzo e un po’ simpaticamente cialtrone tipico di tutti i luoghi, i borghi, i paesi.

Insomma tutto in Palude è corale riconoscimento della Nazione, che è terra e radici, che è tempo che non trascorre, come nel Mito, e che passa dal passato, al presente, al futuro in un eterno fermo immagine che ne costituisce la forza. I morti, uniti ai vivi e ai nascituri in una continuità irrorata dalla linfa vitale dei racconti che saldano il tutto. Una sorta di Via dei canti alla Chatwin, in cui è una sottile nenia, musicata o meno, a tessera la trama entro cui tutto immobile si muove.

Se non fosse blasfemo, direi che la lettura di Palude, letto come una puntata della saga di Pennacchi, mi ha ricordato il Mondo Piccolo di Guareschi.

È vero, i due sono assolutamente diversi, nella scrittura, assolutamente minimale e asciutta in Guareschi, ridondante ed eccessiva in Pennacchi e nel modo di costruire il loro particolare universo, ristretto al reale in Guareschi, dilatato all’onirico, e al soprannaturale in Pennacchi.

Ma una cosa li accomuna: la capacità di aver fatto decantare un intero mondo ristretto e circoscritto ma dilatabile e replicabile all’infinito nell’essenza che rappresenta.

In Pennacchi poi si assiste a una vera e propria Epifania della Nazione che, se troverà una lingua estera adatta potrà, tanto per tornare alla mia curiosità iniziale, travalicare i confini di tutti gli stati. Perché Pennacchi col suo cantar Pontino racconta cose che “non furono mai ma che sono sempre”. È per questo che Palude fa di Pennacchi uno dei “nostri”, qualunque cosa quel “nostri” possa significare.

Pennacchi è fascio, è comunista, è sindacalista, è scrittore, è storico. È, non è stato. È tutto questo allo stesso tempo, tante persone che non si sono succedute nel corso della vita ma che palpitano ancora tutte insieme nella sua unicità individuale, in quell’immobile divenire che fa della Agro Pontino il centro di gravità permanente della sua narrazione e che fa di lui stesso un cantore radicato e universale.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 22 ottobre 2011

 

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