Votate, votate, votate. Ma per chi e perché?

Il sedicente capo dell’opposizione della mia città, all’indomani dell’incontro con alcuni lavoratori, tra le migliaia, che rischiano o già hanno perso il posto di lavoro in questo territorio, ha scritto un comunicato: duemilanovecentottantuno battute. Millecentottantuno dedicate – si fa per dire – a un’illuminata, strategica, onirica proposta: il Sindaco attivi un tavolo (peraltro in precario italiano). E poi milleottocento battute di critica all’amministrazione perché non fa quello che dovrebbe fare secondo lui, seguendo il più trito copione delle argomentazioni ripetuto svogliatamente. Una cosa stitica e asfittica che non cerca il bene dei lavoratori in ansia e nemmeno suscita l’indignazione dei pochi contrari al regime cittadino. La politica fatta come in catena di montaggio, coi pezzi prestabiliti assemblati alla stessa maniera facendo sempre la stessa identica operazione.

Veramente io non ne posso più. La massima attività comunicativa dei politici è sparare banalità e ammiccare, come se fossimo tutti scimmie.

Diciamolo chiaramente allora: siamo scimmie. Nelle ultime elezioni nazionali abbiamo votato con una legge elettorale che non considera gli elettori esseri pensanti ma solo primati in grado di eseguire operazioni semplici: Tu fai la croce, poi a chi deve andare a sedersi ci penso io (che sono una scimmia a cui è capitato in sorte di essere più figlio di mignotta di te). E a noi è andata benissimo così. Persino dopo che Calderoli (no, dico, Calderoli) l’aveva definita una porcata (votata da lui stesso, intendiamoci), ci siamo divertiti a chiamarla “porcellum” tenendocela.

Ma, per dirla tutta, non va meglio nelle elezioni che prevedano indicazione della preferenza: andatevi a vedere il bel rimpasto fatto dal Comune di Latina distribuendo assessorati a gente che non era stata eletta e ficcando nella giunta addirittura  persone che nemmeno si erano presentate alle elezioni. Uno schifo. Senza vergogna.

La colpa però, insisto e ormai ne sono certo, è di chi vota. Faccio un appello: chi non sa come votare, faccia un favore a tutti e resti a casa. Scegliere chi deve governare è una cosa molto seria e far passare quest’azione come un dovere morale è un’operazione suicida e irrazionale. Votare nella totale inconsapevolezza è come fare l’autista dello scuolabus sotto l’effetto dell’eroina.

Io non vorrei mai essere giudicato in un processo (spero di non averne mai) da un astronauta o da un fioraio ma solo da un giudice competente. Perché la decisione sulla classe dirigente che deve occuparsi di amministrare e sviluppare il paese deve essere affidata a totali, volontariamente, incompetenti?

In quest’epoca di televoto ci hanno convinto che per esprimere la nostra opinione (su stronzate varie) dobbiamo pure pagare. E noi lo facciamo, contenti e beati. Ma mentre se paghiamo per far restare una sconosciuta – pure vagamente troia – dentro un reality (oppure per decidere se il bellimbusto di casa Savoia è più bravo a ballare o a cantare o a chiedere il risarcimento a favore di quelle simpatiche canaglie che lo hanno preceduto) diamo un contributo alla tragedia culturale del paese, quando gratuitamente andiamo ad esercitare il nostro diritto di voto decidiamo anche che ne sarà delle nostre tasse, del nostro tenore di vita, del rispetto della legge, della convivenza civile. E la maggioranza non è eticamente in grado di farlo. Mi dispiace ma è così, bisogna farsene una ragione. Non è una questione di togliere un diritto. La questione è permettere di esercitarlo a chi è in grado di farlo. O meglio, forse, che ciascuno decida responsabilmente di votare solo quando ha gli elementi per farlo. E gli elementi devono essere oggettivi. Non quello che si ritiene sia meglio per sentito dire o perché il candidato sembra in buona fede ma solo quello che in maniera razionale e comprovata risulta tendere alla costruzione del bene comune. Non di una parte dunque. Di tutti.

Pur avendo ogni cittadino, giustamente, il diritto di votare, votare non è un dovere. Votare è, appunto, un diritto. Il dovere morale è votare bene. Cioè in favore del bene comune, non tuo personale. Va da sé escludere l’opzione più praticata, cioè votare a cazzo in base a opinioni personali sul candidato. Se non hai competenza, solide basi di giudizio, senso del bene comune e razionalità, lascia perdere. Fai il tuo dovere civile e morale in maniera più concreta e utile se ti astieni. Tant’è. Non c’è buona fede che tenga. Se tu credi che l’Idraulico Liquido si possa bere come digestivo sei un idiota. Se lo fai bere ai tuoi ospiti sei un idiota criminale. Il fatto che in buona fede hai ammazzato quelli che avevi invitato a cena non ti eviterà la galera (a meno di perizie psichiatriche etc.).

Voglio essere molto chiaro: anche i più incalliti attivisti politici possono avere tutta la buona fede possibile, combattere per ciò in cui credono ed essere sicuri che le loro scelte e il loro voto diano un’irrinunciabile contributo alla costruzione del bene comune. Ma essi possono essere comunque mal informati, possono mancare di elementi importanti per giudicare i risultati finali e, in buona sostanza, credere di partecipare al bene comune ma in realtà andare dalla parte opposta. Questo succede per esempio nei casi in cui un volto noto, cantante, attore, sportivo, sposa una campagna e spinge in una direzione esercitando una grande influenza. In molti casi sa solo quello che gli hanno riferito, non ha verificato e tutti gli dicono bravo ma i risultati sono assolutamente scarsi.

C’è bisogno di consapevolezza, razionalità, studio, capacità di analisi. Come in tutte le attività di grande responsabilità. Altrimenti c’è l’astensione. Un’onesta partecipazione alla vita della comunità senza dare il proprio contributo a fare danni irreparabili.

Avere un diritto è una cosa. Esercitare bene quel diritto è tutt’altra. E questo non dipende dal grado di istruzione o dalla possibilità economica che hanno le persone: ricordo che don Roberto Sardelli ha fatto di bambini poveracci e baraccati i principali interlocutori dell’amministrazione romana durante le battaglie per la casa.

Io sono per l’uguaglianza. E per la democrazia. Ma mentre l’uguaglianza per me è la base fondamentale di tutto, la base del diritto, della convivenza, dell’essere uomo, la democrazia è solo lo strumento, ancorché il migliore forse, per raggiungerla. Un importante strumento di selezione della classe dirigente soprattutto, che deve portare a quella uguaglianza nella costruzione del bene comune. Dunque, la selezione non può essere fatta a coppola di minchia ma con attenzione, senso di responsabilità, preparazione, razionalità, conoscenza dei dati. E giustificate, ponderate scelte di voto.

Parlando con lo stomaco (in cui com’è noto risiedono tutti i sentimenti) la democrazia ci renderebbe migliori e ci aiuterebbe nel raggiungimento della felicità se noi non fossimo scimmie. Invece lo siamo, ancora e purtroppo. Ci rapportiamo tra noi e ci rappresentiamo (e ci facciamo rappresentare) non in base alla ricerca della verità, dell’uguaglianza, della giustizia, del bene migliore possibile per la collettività ma in base alla ricerca del consenso. Ci piace fare branco e avere opinioni omologate. Non usiamo razionalità ma subiamo l’influsso delle emozioni. E questo tradotto in azioni democratiche, nella vita politica, significa essere privati, non arricchiti, di autonomia. Basti vedere le coalizioni appiccicaticce e prive di progettualità e di sguardo al bene comune che si susseguono dal dopoguerra in Italia. E anche nella mia città.

Mentre tutti i votanti hanno un medesimo potere decisionale, non è assolutamente vero che questo potere sia della medesima qualità. Chi vota per migliorare non può essere uguale a chi, per mille motivi, vota per peggiorare. Votare in base al proprio credo religioso o alla propria ideologia ignorando l’evidenza della realtà, ignorando soprattutto cosa sarebbe bene per la collettività è esiziale. E qui purtroppo la verità è che se abbiamo politiche che uccidono le famiglie, che annullano lo sviluppo e la ricerca, che fanno tracollare l’economia, che incentivano l’omofobia e contemporaneamente l’eterofobia è perché votano stupidi, ignoranti e teste a missile. Gli stessi che si candidano, tuttavia. Ma non tutti. Solo quelli che prendono i voti.

Non basta proprio sapere che un candidato è per un sistema di sviluppo (teorico) e un altro per uno opposto. Queste sono notizie di massima, di base. La concretezza della valutazione poi si dovrebbe fondare sui singoli specifici indirizzi che uno – che vuole il mio voto – prende: va in direzione dello stare bene tutti o di favorire solo alcuni? Si circonda di persone di chiara, cristallina onestà o di macchinatori degli affari propri?

C’è un’etica della politica che passa per l’etica del voto. Rinnovo il mio appello: se devi votare un candidato perché è proprietario della tua squadra del cuore, stai a casa a giocare alla Playstation. Non c’è nulla di male, anzi fai un grande gesto di costruzione del bene comune. Se devi votare per uno che dice di ispirarsi all’America dei Kennedy e poi approfitta del “porcellum” per mettere in lista gli amichetti suoi e i figlioletti degli amichetti, stai a casa. Non è che siccome dice di essere dalla tua parte poi lo sarà davvero. Guarda bene, guarda oltre.

Francesco Moriconi

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