Viva l’inflazione… Programmata

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 23 settembre, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

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UN PO’ DI INFLAZIONE CI SALVERÀ
miro renzaglia

Inflazione. Basta il nome per far rizzare i capelli sulla testa di chiunque. Anche di chi non sa nemmeno lontanamente cosa sia. Cosa volete? Sentirsi ripetere per decenni: “Il conto è salato? Eh! ma non lo sa? C’è l’inflazione”, “I sacrifici sono necessari, sennò arriva l’inflazione”, produce i suoi guasti. E che sarà mai ‘st’inflazione? E che è: il bau bau, l’omo nero, l’orco delle nostre infanzie riveduto e corretto per età adulte di, però, uguale ignoranza?

Dicasi inflazione la quantità di denaro emesso in eccedenza al valore e per l’acquisto di tutti i beni e servizi prodotti da una nazione ed effettivamente disponibili sul mercato. Quel surplus – dicono avvedutissimi economisti – causa il rialzo dei prezzi e la perdita di valore della moneta. Tutto giusto, per carità: solo che gli effetti sensibili cominciano ad avvertirsi quando l’inflazione arriva a definirsi “galoppante”, ovvero sopra la soglia del 5%. Al di sotto di questa soglia, diciamo fra il 2 e 4 per cento, è detta “strisciante” e con esiti sui prezzi quasi nulli. Inoltre, entro questa soglia, è anche fisiologica: emettere un po’ di moneta in più è necessario per non cadere nell’effetto opposto della deflazione quando, cioè, la moneta in circolazione è insufficiente per l’acquisto delle merci e dei servizi prodotti e disponibili. Con esiti per l’economia di produzione e consumo disastrosi.

Stabilito ciò, non  abbiamo stabilito ancora nulla. Perché, per esempio, negli anni 70 abbiamo vissuto in Italia più stagioni con un’inflazione costantemente a due cifre (“iperinflazione”), fino al 17%. I prezzi delle merci, come previsto dagli scienziati di economia, crescevano, è vero. Ma se il dato fosse inoppugnabile, allora con l’entrata in vigore dell’euro e con il ferreo controllo dell’inflazione costantemente al di sotto del 5%, i prezzi non avrebbero dovuto salire o salire di pochissimo. Purtroppo, non è così: dati statistici alla mano, i prezzi al consumo nella zona euro sono saliti in dieci anni del 40%. Dunque, come la mettiamo?

La mettiamo che tutto o quasi tutto quello che sappiamo dell’inflazione è falso.  O, almeno, non tutto quello che ci vogliono far sapere è vero. Per esempio, quando l’emerito presidente della Banca centrale europea, monsieur Jean-Claude Trichet, per giustificare il rialzo dei tassi di interesse, che autonomamente decide per conto di tutti, prospetta il rischio dell’inflazione, dice una sonora e flagrante bugia. Basta mettere a confronto i dati statistici dell’inflazione nell’ultimo decennio con gli indici dei tassi di interesse dello stesso periodo per accorgersi che a un più dei primi non corrisponde affatto un meno dei secondi. E viceversa. Sempre per esempio, nel 2008, con un tasso d’interesse del 4,25%, si registrava un indice di inflazione del 3,6%, mentre oggi, che il tasso d’interesse è sceso all’1,50%, l’indice di inflazione è attestato intorno al 2,5%. La ricetta di Trichet, come si vede, non solo non funziona ma è falsa.

E c’è chi comincia a pensare che l’inflazione non sia poi quella malvagità di cui va nota. L’ex Presidente della commissione Ue, Jacques Delors, nel corso della presentazione del suo libro Investir dans social (Ed. Odile Jacob, 2009) se ne è uscito candido candido, così: «Un po’ d’inflazione controllata in questa fase sarebbe più che utile». Ribadendo il medesimo concetto nel corso di un’intervista. A chi gli chiedeva ragione di questo suo convincimento, Delors rispondeva: «Siccome i deficit di tutti i Paesi aumentano, mi chiedo come si potrà tornare indietro. Da economista, dico che in periodi così difficili, un po’ d’inflazione controllata potrebbe essere utile».

Eh, sì, signori! perché bisogna sapere che c’è una categoria precisa che con «un po’ di inflazione controllata» di sicuro ci guadagnerebbe: i debitori. Ed un’altra che di sicuro ci rimetterebbe: i creditori. Va da sé, infatti, che una perdita di valore del capitale (questa è la definizione di inflazione in termini monetari) riduce i costi di restituzione del credito ricevuto. Ora, se così è e se – come sappiamo bene – i più grandi debitori sono gli Stati e i più grandi creditori sono le banche e altri noti istituti filantropici come il Fmi, risulta del tutto chiaro perché la Bce veda come il fumo negli occhi la possibilità che cresca l’inflazione.

C’è, è vero, l’appendice negativa che a perdere valore siano anche il potere d’acquisto dei salari e i risparmi individuali e delle famiglie. Ma proprio per questo, Delors parla di “inflazione controllata” e programmata negli indici e nei tempi. Se io so che fra un anno il potere d’acquisto del mio stipendio e dei miei risparmi sarà inferiore mettiamo di un 5% rispetto ad oggi, comprerò ora, o rinvierò al termine della spinta inflattiva programmata, l’acquisto di quel che voglio comprare (e senza contare che anche nelle condizioni attuali i prezzi, come abbiamo detto sopra, sono aumentati del 40%). Inoltre, con la possibilità che lo Stato riesca a saldare con più agilità il debito pubblico, ho buone speranze di non subire il salasso fiscale che attualmente subiamo proprio per la nostra condizione di Stato indebitato.

Ezra Pound diceva: «Inflazione è una parola che serve da spauracchio per allontanare la gente da qualsiasi espansione monetaria. Quando una nazione non ha o non può ottenere la quantità di derrate occorrente al suo popolo, è una nazione povera. Quando quelle derrate esistono e il popolo non può procurarsele con il lavoro onesto, lo Stato è marcio. Quando un banchiere o un professore afferma che un paese non può fare questo o quello perché manca il denaro, afferma una menzogna vile e stupida quanto sarebbe dire che non si possono costruire le strade perché mancano i chilometri».

Come dite: Pound era un economista dilettante? Può darsi, ma io personalmente trovo più assennati e interessanti certi dilettantismi che le bugie lampanti di banchieri come Trichet. Anche perché i primi sono gratis e le seconde, invece, le paghiamo care. Le paghiamo tutti.

miro renzaglia

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