Sputtanare i politici gay? E’ omofobia

Riceviamo in data odierna, 20 settembre, le seguenti richieste di rettifica dall’Associazione Equality Italia e dal suo Presidente Aurelio Mancuso in merito all’articolo di Susanna Curci che segue, pubblicato ieri. Mi scuso personalmente, anche a nome dell’Autrice, per aver alimentato un fastidioso equivoco.

miro renzaglia

 

Nell’affermare con fermezza che la nostra rete per tutti i diritti civili non ha alcun ruolo in questa vicenda, siamo dispiaciuti che ci si associ ad una iniziativa a noi estranea. In coerenza con la mission di rete trasversale, Equality Italia lavora per difendere e rafforzare le libertà di tutte le persone, Ogni citazione giornalistica o di commento che coinvolga Equality Italia, sarà eventualmente affidata ai nostri legali, per le valutazioni del caso Ribadiamo la nostra volontà di proseguire un percorso che unisce, trasversalmente, tutte le persone interessate alla promozione dei diritti civili di tutte e di tutti.

Comitato Nazionale di Coordinamento
Equality Italia

Mi stupisco che Susanna Curci scriva tutta una serie di inesattezze e giudizi, ognuno sia assume le proprio responsabilità. Il sottoscritto alcuni mesi fa aveva lanciato su FB l’idea dell’outing. Molti commenti positivi, nessun impegno a darmi una mano. Quindi, un nulla di fatto. Ora si è fatto avanti questo gruppo di anonimi, che niente a che fare con il sottoscritto, e di cui non conosco le intenzioni. Per cui chiedo di ratificare le supposizioni della scrivente. Per quanto riguarda, invece, i giudizi politici dell’articolo, ritengo davvero penoso dover constatare quanto siano provinciali e moralistici i commenti di tante menti lucide, e di come ci si spertichi a difendere la privacy di orribili omofobi che ogni giorno procurano dolore, paura a milioni di persone, senza provare un po’ di vergogna. L’outing è una pratica politica presente nei paesi occidentali da molti anni, si può essere d’accordo o meno, ma utilizzare argomenti speciosi, davvero è disarmante. Ribadisco che pur non conoscendo quello che accadrà, in linea teorica sono d’accordo con l’outing, e per quanto riguarda alcune citazioni di leader del movimento, bisognerebbe prima informarsi bene, si scoprirà che dai palchi dei pride, nel corso degli anni, più volte chi oggi si straccia le vesti, urlava a sproposito nomi e cognomi di gay velati, e nemmeno omofobi.

Aurelio Mancuso

 

Qual è la differenza tra un gruppo di hacker che, al sicuro dietro i propri computer, espongono alla pubblica gogna dieci nomi di politici rei di nascondere la propria omosessualità e

un gruppo di bulli di quartiere che, ben celati sotto i propri passamontagna, picchiano senza alcun riguardo un ragazzo etichettandolo come “frocio”? La risposta logica dovrebbe essere “nessuna”, perché la gravità dell’atto commesso non modifica in alcun modo l’intenzione, che in entrambi i casi si rivela essere quella di colpire delle persone in modo mirato unicamente in base al loro orientamento sessuale. Però una differenza c’è, ed è profonda: nel primo caso, infatti, gli hacker sono difesi (se non proprio “mandati”) da un’associazione che si batte per i diritti civili in Italia, e che addirittura protesta l’atto come “giusta risposta” alla mancata approvazione alla Camera del ddl cosiddetto “antiomofobia”.

Venendo ai fatti, l’idea, sponsorizzata da Aurelio Mancuso e da tutta la rete di Equality Italia, trova sostegno nella convinzione che il ddl “antiomofobia” sia stato bocciato da politici omofobi e con la precisa intenzione di contrastare la lotta all’omofobia in Italia (opinione, già questa, assolutamente discutibile), e dalla altrettanto radicata convinzione che un politico omosessuale non possa permettersi di votare contro gli interessi della comunità lgbt. Anche supponendo che entrambe le questioni possano essere considerate universalmente condivisibili (e non è così), cosa dire del metodo scelto per metterle in evidenza?

Il metodo si inserisce appieno in quel contesto politico tutto italiano (e soprattutto bipartisan) che porta da tempo al tentativo di far prevalere le proprie convinzioni politiche attraverso l’annientamento dell’altro dal punto di vista personale, poiché non si riesce a farlo sul piano politico. Il cosiddetto “metodo Boffo” non è stato altro che un nobile precedente nell’uso della stampa come arma per colpire l’avversario politico di turno, ma ha avuto di certo un risvolto meno schizofrenico.

Se è vero infatti che l’obiettivo nascosto dietro la minaccia di pubblicare una lista di dieci nomi di politici gay non dichiarati che hanno votato contro il ddl antiomofobia è quello di smascherare l’ipocrisia di chi (nonostante il proprio comportamento nel privato) non esita a sfruttare i sentimenti omofobi della popolazione per beneficiare della protezione dei più o meno grandi gruppi di potere, è vero a maggior ragione che la stessa idea di usare l’outing come arma non è altro che un mezzo per stimolare quegli stessi sentimenti, per rimestare in quello stesso bacino di ipocrisia.

Un segnale evidente del problema è di certo la spaccatura profonda che si è venuta a creare in tutta la comunità omosessuale. Se da un lato, infatti, c’è chi paragona Mancuso ad Assange e chi si lascia trasportare in grossolane lotterie nel tentativo di indovinare i nomi dei malcapitati sulla lista, dall’altro c’è già chi prende nettamente le distanze, condannando questo metodo di lotta nel modo più assoluto. Incisive in questo senso e del tutto apprezzabili le parole di Imma Battaglia, leader di Digayproject: «Non condivido l’outing, né dal punto di vista umano e né da quello politico. E, poi, come stabiliamo chi è omofobo? Chi vota contro la legge sull’omofobia è omofobo? Io non sono d’accordo. L’outing è un gesto aggressivo e violento, che invade incredibilmente la vita delle persone e sposta l’ago dell’attenzione da quello che è un problema politico».

A rendere la questione ancora più spinosa, poi, si inserisce il problema dell’anonimato. Al di là del senso stesso di questa iniziativa, infatti, non si può evitare di porsi serie domande su quale possa essere la forza di un’azione portata avanti da persone che non hanno il coraggio di mettere in gioco la propria faccia e la propria persona per sostenerla. Il fatto che si rischi di entrare  nell’ambito della vera e propria calunnia, inoltre, trasforma la questione in un principio di responsabilità. Perché gli interessati non dovrebbero poter avere il diritto di difendersi dalle accuse? Perché nascondersi dietro lo schermo di un pc? Ma, sopra ogni altra cosa, è davvero possibile che non ci si accorga di quanto possa essere omofobo (oltre che controproducente) ridurre l’orientamento sessuale ad una “accusa” dalla quale difendersi?

Il dettaglio che più d’ogni altro infastidisce, ad ogni modo, sta nel fatto che, sia che la “minaccia” si concretizzi il 23 settembre nella pubblicazione della famigerata lista, sia che non si concretizzi mai, ugualmente la propaganda sarà stata dannosa. Raramente come in questo periodo abbiamo avuto modo di assistere ad un proliferare di commenti violenti, rancorosi, desiderosi di quella vendetta che troppo spesso oggi viene mascherata dietro la parola “giustizia”.

Esponenti della comunità omosessuale l’un contro l’altro armati, esponenti della comunità etero ugualmente pronti a prendere posizione, a schierarsi con un gruppo o con l’altro, a insultare chi la pensa diversamente. Comunque andrà a finire questa vicenda, gli omofobi di tutta Italia ringrazieranno: come al solito, “l’ago dell’attenzione” pubblica è già stato spostato, e noi siamo ancora una volta stati costretti a seguirlo. Ma prima o poi ci stancheremo.

Susanna Curci

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