Shane Meadows. This is England

L’Inghilterra dei primi anni Ottanta, quella in cui imperversava la “Lady di ferro”, Margaret Thatcher, al di là delle lodi che ogni tanto ripropone qualche nostalgico dell’ ultraliberismo sfrenato – fuori tempo massimo e oltremodo miope,  constatate le cause dell’attuale crisi economica – fu certamente un tempo buio e desolato, dati storici alla mano, soprattutto per quelle giovani generazioni che si sono trovate a vivere il disagio dell’assenza di lavoro e le crescenti spinte nazionaliste innescate dal conflitto con l’Argentina nelle Falkland.  E proprio nel 1983, anno nel quale la Thatcher esaurì il suo primo mandato, è ambientato This is England, lungometraggio fortemente autobiografico diretto e sceneggiato dal quasi quarantenne regista inglese Shane Meadows.

La storia del dodicenne Shaun, in effetti, non è dissimile da quella di Meadows, aderente fin da giovanissimo a un gruppo skinhead e per sua stessa ammissione tentato dal fascino perverso del cieco nazionalismo, del razzismo, dell’intolleranza sovente generata dall’insofferenza o dalla frustrazione, da una vaga ma sempre forte necessità di ribellione che l’adolescenza, soprattutto nelle realtà più inquiete e marginali, porta con sé. Siamo nel luglio del 1983 dunque, in piena estate, e Shaun vive con sua madre, ha perso il padre da poco nella guerra delle Falkland ed è spesso vittima dei bulli della scuola.

Ma la vita cambia, di lì a poco, e cambia in fretta, perché Shaun incontra un gruppo di ragazzi skinheads che lo prendono in simpatia, lo accolgono tra loro e lo trasformano esteticamente in un giovane skin, con tanto di testa rasata a zero. Il ragazzino è finalmente felice, si sente accolto, parte di una comunità più ampia che gli riconosce una dignità altrove sconosciuta. Non solo, trova anche una ragazza che gli piace e che corrisponde il suo  interesse, naturalmente più grande di lui.

Tutto sembra andare alla perfezione, nonostante la mamma abbia obbiettato, ma nemmeno troppo, sulla sua nuova acconciatura, finché un giorno a dividere il gruppo arriva Combo, tornato dopo 3 anni di galera a riprendere le redini di una banda che non sembra più volerlo seguire in una spirale d’odio e nazionalismo estremo. Shaun però si lascia suggestionare, o più probabilmente Combo riesce a far leva sull’intimo del ragazzino, sollecitando un senso di rivalsa nei confronti di un governo che gli aveva di fatto ucciso il padre mandandolo in guerra, e che facilitava l’integrazione multietnica a danno delle giovani generazioni di inglesi.

I deliri di Combo sono rivolti soprattutto nei riguardi dei pakistani, ma in un finale tragico e doloroso anche nei confronti di chi, ai suoi occhi, ha una vita più fortunata della sua. Di fronte all’evidenza dell’orrore, il piccolo Shaun passerà in un lampo dall’infanzia all’adolescenza, prendendo per la prima volta in mano le redini  della sua ancora giovanissima vita. 

This is England, presentato con successo e giustamente premiato al Festival di Roma del 2006, è arrivato solo da pochi giorni nelle nostre sale confermando ancora una volta quali strambi criteri di distribuzione ha, non da oggi, il nostro bel paese nei confronti di certe opere cinematografiche. È una pellicola dura e toccante, quella in questione, ben diretta e soprattutto ben scritta, orientata da un’estetica che richiama sicuramente Ken Loach e il suo naturalismo, la sua asciuttezza contenutistica e il suo rigore stilistico.

A differenza di Loach, decisamente più ideologico, Shaun, nonostante l’evidente pathos autobiografico, riesce nella difficile impresa di non lanciarsi in facili  giudizi morali né di risultare del tutto relativista o eccessivamente distante dai personaggi sulla ribalta. Non cade nemmeno nella tentazione di fare sociologia spicciola o in quella di marcare ideologicamente le specificità antropologiche del contesto narrato, ma al contrario si concentra sulla storia e sui suoi motivi profondi, centrando l’attenzione sul percorso iniziatico, sul tempo di formazione di un protagonista la cui rabbia si fa paradigma di un disagio intimo e personale comunque estendibile a un’intera generazione.

E qui c’è il pregio maggiore di This is England, opera forte nei contenuti e a tratti nella forma, che riesce a non stonare e a non essere mai pericolosamente sovraccarica, grazie al talento autoriale del regista e all’ottima performance degli attori. Su tutti il piccolo Thomas Turgoose, all’epoca della produzione appena tredicenne, che incuriosito da una storia sugli skinheads si presentò all’audizione senza dire nulla ai genitori.  Il film, peraltro, è dedicato alla memoria della madre di Turgoose, morta di cancro prima della fine delle riprese.

Notevole anche la prova di Stephen Graham, nei panni di Combo, perfetta incarnazione del male a cui Meadows però regala un’anima che, per quanto dominata dal lato oscuro, tradisce momenti di confusa sensibilità. Ma non c’è indulgenza, a ben guardare, è solo una limpida quanto fuggevole radiografia dell’umana complessità, è uno sguardo ravvicinato, quello del regista britannico, su quella che è stata la sua generazione, la sua gioventù, la sua adolescenza inquieta. E come poteva non essere un tempo complesso e difficile da vivere, quello dell’era thatcheriana, della disoccupazione alle stelle, degli scioperi ad oltranza, dei prigionieri politici, della guerra con l’Argentina, della legge contro l’omosessualità (la famosa legge n.28), del razzismo travestito da patriottismo.

Questo è lo sfondo su cui muovono i personaggi di Meadows, questa è l’Inghilterra che ha scelto di raccontarci; un tempo andato ma nemmeno troppo, filtrato dal suo sguardo di tredicenne ribelle.

Federico Magi

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