Ray Charles. Singular Genius

Quella che si dice un’iniziativa in grande stile: la ripubblicazione di tutti i 106 brani che Ray Charles incise su 45 giri per la ABC, su un arco di tempo che va dal 1960 al 1973. Il titolo è fatalmente celebrativo, Singular Genius: the complete ABC singles, e l’uscita è prevista per il prossimo 15 novembre. E se un certo numero di brani sono celeberrimi, a cominciare da Georgia on my Mind e da Hit the Road, Jack , molti altri lo sono assai meno. E in parecchi casi erano ormai diventati introvabili, se non sul mercato intermittente, e costoso, dei collezionisti. Come sottolinea l’etichetta Concord Records, che è titolare dell’operazione, 30 pezzi non erano mai apparsi su CD e 21 non erano disponibili nemmeno per il download.

Completezza a parte, è un’iniziativa azzeccata. Ray Charles aveva già percorso un bel po’ di cammino, quando nel 1959 lasciò la Atlantic per passare alla ABC. Il fatto stesso che fosse rimasto per circa sette anni nei ranghi dell’etichetta di Ahmet Ertegun, che all’epoca godeva già di un notevole credito ma che era destinata ad affermarsi ancora di più nel decennio successivo, sta lì ad attestare che si trattava di un artista ormai consolidato, sia dal punto di vista creativo che da quello commerciale.

I rapporti erano ottimi. Le prospettive altrettanto. Proprio poco prima che le loro strade si separassero, i «ragazzi della Atlantic» – come li chiama lo stesso Ray Charles nella sua schietta e gustosa autobiografia Brother Ray, in cui lui si racconta al bravissimo David Ritz e quest’ultimo diventa il suo alter ego, trasformando l’esposizione orale in una scrittura tanto asciutta quanto coinvolgente – gli avevano attribuito il soprannome “the Genius”, che da allora in poi lo avrebbe accompagnato per sempre. Anche se, a dire la verità, il primo a ridimensionare un omaggio così altisonante era il diretto interessato, precisando di trovarlo eccessivo. Bravo sì, e alla larga da quella cosa sommamente ipocrita che è la falsa modestia, ma senza sconfinare nelle altezze siderali della genialità vera e propria. Che era invece appannaggio, a suo giudizio, di un fuoriclasse del jazz come il pianista Art Tatum. L’uomo che «aveva detto l’ultima parola su quello che si può ottenere da un pianoforte».

Benché alla Atlantic filasse tutto liscio, però, alla fine degli anni Cinquanta la collaborazione ebbe termine. Nessun contrasto di carattere artistico, e nessuna ruggine sul piano personale. Banalmente (ma nemmeno poi troppo) una proposta contrattuale molto più favorevole, avanzata appunto dalla ABC. Ricorda Ray: «Mi dissero che oltre al cinque per cento dei diritti d’autore – percentuale alta per quei tempi – mi avrebbero dato il 75 per cento del profitto se mi fossi prodotto da solo. E mi garantirono anche la piena proprietà di tutti i master che avrei registrato per loro. Non volevo lasciare la Atlantic – mi aveva trattato benissimo – ma non volevo neanche danneggiarmi. Quello che mi stavano offrendo era un contratto straordinario. Dissi ad Ahmet semplicemente che, se mi avesse fatto la stessa offerta, sarei rimasto. Lui rispose che era un po’ troppo per le sue possibilità e, augurandomi ogni bene, decise di lasciar perdere. Fu un passaggio difficile – adoravo la gente della Atlantic – ma dal punto di vista economico è stata forse la decisione più intelligente della mia vita».

Eppure, giudicando a posteriori, c’è da pensare che l’aspetto economico, con la sua apparente oggettività, sia stato più che altro un’ottima scusa, ai propri occhi e a quelli degli altri, per ottenere innanzitutto un totale controllo creativo. Producendosi da solo, infatti, Ray Charles non si assicurava solo una partecipazione massiccia agli incassi derivanti dalle vendite, il cui futuro ammontare si preannunciava in forte crescita dopo lo straordinario successo conseguito nel 1959 da What’d I Say, ma poteva operare con assoluta libertà su ogni aspetto del proprio lavoro.

Allo stesso tempo, comunque, Ray non era affatto smanioso di imporre ai suoi nuovi discografici delle scelte così lontane dalle loro aspettative da frustrarne le attese. Il suo bisogno di autonomia era indubbio, un po’ come rivincita nei confronti di un’infanzia poverissima e un po’ come dimostrazione che, nel suo caso, la cecità era più una caratteristica che non un handicap, ma si era sedimentato in una miscela stabile di realismo e di ambizione. L’idea, probabilmente, era che alla lunga i conti sarebbero andati a posto. Il saldo tra i sì e i no non avrebbe rivelato nessuna perdita, sul piano dell’integrità e dell’autostima. Qualcosa te lo prendevi subito e qualcos’altro in seguito. Certi traguardi erano a portata di mano e certi altri rimanevano in lontananza. Irraggiungibili, ma solo per il momento. E dopo? Dopo ci penseremo dopo.

«Se fossi rimasto con la Atlantic mi sarei dato al country nel giro di un paio d’anni. Ma sapevo che la ABC mi vedeva come un cantante di rhythm’n’blues, e non volevo scioccarli troppo o troppo in fretta. Allora aspettai fino all’inizio del 1962. Non mi avevano mai rotto le scatole prima, e non avevano motivo di credere che l’avrebbero fatto dopo. Eppure, avrebbero potuto ritenere la mia idea di fare musica country azzardata o assolutamente folle».

Oggi può far sorridere, una cautela del genere. Ma solo se si ignora quale fosse la situazione negli Stati Uniti del tempo, in ambito musicale e non solo. Il mondo dei bianchi e quello dei neri erano ancora ben distinti, nonostante il processo di superamento delle barriere preesistenti fosse ormai avviato. La prassi corrente, che poteva sembrare una semplice consuetudine ma che in realtà degenerava nell’imposizione, era che ciascuna delle due comunità vivesse in universi separati, benché contigui. E in questa separazione, che riecheggiava le chiusure dell’apartheid, era compresa anche la musica. Il country era bianco. Il rhythm’n’blues era nero. E uscire dai recinti era un rischio.

Ray Charles se ne è infischiato, naturalmente. Non c’è bisogno di essere un genio, per avere il fegato di tirare dritti per la propria strada.

Federico Zamboni

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