Polino, la stele partigiana e le solite bugie…

Revisionismo, ormai ossessione dell’ANPI che, anche in Umbria, non perde occasione di denunciare il pericolo di una rivisitazione storica, avente lo scopo di cancellare il ruolo dei partigiani nella guerra di liberazione. Pericolo immaginario, poiché il ruolo dello storico non è fare apologia, bensì quello di ricostruire un evento o un fenomeno, attingendo da più fonti e mantenendo come parametro di ricerca l’ obiettività. Insomma, ristudiare la Resistenza non solo è lecito, ma fa parte del mestiere di storico, perché il passato dell’umanità non può e non deve vedersi imposti veti di segretezza.

Tuttavia, l’atto del celare presupporrebbe una certa discrezione nel tenere lontana l’opinione pubblica da ciò che si vuole nascondere: un esecrabile episodio, una serie di azioni poco nobili, un passato scomodo. Per puro paradosso l’ANPI di Terni ha riportato a galla una brutta vicenda capitata nel 1944 e che ha visto protagonisti alcuni partigiani della Gramsci.

Polino, località Colle Bertone, 11 Settembre 2011. La sezione locale dei partigiani, insieme ai militanti di Patria Socialista e Primi della Strada, inaugura una stele in memoria delle operazioni compiute dalla brigata garibaldina Antonio Gramsci proprio in quelle zone.

Passano alcuni giorni e, il 20 Settembre, le redazioni dei giornali cittadini ricevono un comunicato di fuoco: la segretaria provinciale dell’ANPI denuncia il vilipendio della stele; poi è il turno delle sigle antagoniste, convinte che l’opera di danneggiamento debba ritenersi collegata alla presenza a Terni di Mario Michele Merlino, appena una settimana prima.

L’episodio della stele è subito ripreso dai maggiori partiti della sinistra umbra, con espressioni di solidarietà da tutta la regione e da Roma.

Un evento senza dubbio esplosivo che, come una bomba, scuote ma in particolare smuove la terra, dalla quale riemergono i nomi dimenticati di Roberto Vissani e sua moglie Erinna Candidi, di Caterina Petrucci, di Francesco Conti e di Carlo Orsini.

Carlo Orsini è un nome piuttosto noto a Terni, ovvero quello di un avvocato e consigliere comunale del centro destra. Suo nonno, dal quale Carlo ha ereditato il nome, divenne tristemente famoso per essere stato fucilato da bande slave nell’inverno ’44.

Molta confusione attorno a quel nome e a quella vicenda, confusione che ha spinto diversi ternani a crederlo un infoibato.

Carlo Orsini, infatti, non morì a Basovizza, trovando comunque la morte per mano di elementi legati a Tito che, dopo l’otto settembre, erano evasi dal carcere militare di Spoleto, contribuendo a costituire la brigata Gramsci.

Polino finì per ben due volte nelle attenzioni dei ‘garibaldini’: a gennaio, con la pubblica esecuzione dell’Orsini e del Conti e in aprile, con il duplice stupro e la morte della Petrucci.

Nel dopoguerra, indagini e processi (vanificati dall’amnistia Togliatti) fecero emergere le blande motivazione alla base degli omicidi: al di fuori del Podestà e di Conti (movente politico) fu chiaro che la Petrucci venne assassinata per ragioni veniali, mentre i Vissani furono rilasciati dopo la violenza sessuale condotta sulla donna.

Quei ‘nomi maledetti’ erano conosciuti da decenni, tuttavia man mano relegati nei meandri della memoria da una storiografia mirante ad elogiare l’impegno di alcuni ternani alla lotta contro fascisti e tedeschi.

In più di un articolo su questo sito ho riportato notizia di ricerche che hanno svelato il passato certamente esecrabile dei partigiani comunisti ternani: dalla terribile fine di Jolanda Dobrilla, alla morte e al vilipendio dei cadaveri di Maceo Carloni e Augusto Centofanti, fino agli atti di sottomissione e alle delazioni alla polizia segreta di figuri che, dal ’45 in poi, sono stati capaci di cancellare e dimenticare le proprie colpe.

Naturale che nell’opera di rimozione della memoria indispensabile sia stato il contributo di quelli che Giampaolo Pansa definì ‘gendarmi della memoria’, ovvero intellettuali o enti che in mezzo secolo hanno sapientemente plasmato una storia più digeribile sia sul piano morale che, ovviamente, su quello politico.

Alla base di queste operazioni la consapevolezza dell’importanza di creare una identità che fosse comune, qualcosa cioè nel quale far riconoscere la collettività, sviando qualsiasi tentativo sia di ricostruzione che di opposizione. D’altronde, il potere si fonda sull’obbedienza e sulla ferrea convinzione della base ad una verità.

Di fronte a documenti d’archivio, fonti attendibili e ricerche sempre meno contestabili sul piano del metodo e dell’obiettività, la stele di Colle Bertone ha rappresentato l’ultimo tentativo dell’ultima generazione ancora in vita di ex partigiani di nascondere sotto il tappeto responsabilità che ora è lecito siano conosciute.

Il vilipendio della stele è stato attribuito a «[…]Gli stessi autori che poi tentano di diffondere anche a Terni, in questi giorni, pericolose ideologie neonazifasciste, perché hanno un odio inestinguibile per la democrazia» (TerniMagazine, 21 Settembre 2011). Alle prosopopea dell’ANPI si potrebbe rispondere con un pizzico di humor nero: la stele è stata divelta da un’improvvisa scossa nel terreno, provocata dal veloce capovolgimento di un corpo che, per 67 anni, è rimasto anonimo, sepolto in luogo sconosciuto alle autorità e ai familiari. E’ la salma di Caterina Petrucci, ventiduenne violata nella sua dignità che ora si rivolta nella terra, in un ultimo gesto di sfida verso chi l’ha usata, ammazzata e poi fatta sparire per non affrontare le conseguenze di un comportamento abominevole.

Marco Petrelli

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