Peter Gabriel. New Blood

La batteria esiste in funzione del ritmo, ma il ritmo esiste anche in assenza della batteria. O di qualunque altro strumento a percussione. In teoria è lapalissiano. All’atto pratico molto meno. O per nulla. Le abitudini di ascolto sono degenerate in assuefazione e hanno innescato il classico circolo vizioso delle aspettative che precedono, ingabbiano, immiseriscono il processo del piacere artistico: riducendolo alla soddisfazione rassicurante di una riconferma, anziché all’eccitazione meravigliata di una scoperta. Così, non ci si stanca mai di riascoltare i brani che si conoscono già e viceversa si è sospettosi, o refrattari, nei confronti di quelli che non solo non ci sono già noti, ma che non rientrano nei nostri parametri inconsci. Tra cui primeggiano, appunto, un paio di idee fisse. Uno, la musica è più coinvolgente se si accompagna a un canto. Due, il ritmo è molto più trascinante, e molto più godibile, se è scandito da una batteria in piena evidenza.

Peter Gabriel – il giovanissimo frontman dei Genesis nel loro tempo migliore, il solista di successo di inizio anni Ottanta, il musicista rigoroso di sempre – si era già sottratto al luogo comune l’anno scorso, con quella dichiarazione consapevole e omogenea che è stato Scratch My Back. Niente chitarre né batteria. E al loro posto l’orchestra. Apparentemente delle canzoni, tratte dal repertorio di altri artisti nell’intento deliberato di «provare le emozioni dell’ interprete». Di fatto, delle architetture sonore che rifiutavano di soggiacere ai dogmi fondamentali del pop, ovvero del marketing, in base ai quali bellezza fa rima con immediatezza, e invenzione con seduzione, e musicista con illusionista. Meglio i soldi del pubblico che gli attestati di stima dei critici. Meglio la prestidigitazione, della vera magia. A meno che la vera magia non sia almeno altrettanto spettacolare. Grande stregone, quel Gandalf: fa dei fuochi d’artificio impareggiabili.

Il nuovo album, che qui in Italia uscirà il 25 ottobre, si intitola New Blood ed è la logica prosecuzione di quell’esperienza. Quella che Gabriel aveva sintetizzato nella frase, tanto cauta quanto ambiziosa, «Ho esplorato alcune differenti idee di arrangiamento». Lì lo aveva fatto con dei pezzi che erano stati composti da altri, in un arco assai vasto che andava dall’iniziale Heroes di David Bowie fino alla conclusiva Street Spirit dei Radiohead, transitando via via per composizioni lontanissime nel tempo e nello stile che andavano, per citarne solo alcune, da The Boy in the Bubble di Paul Simon a Flume di Bob Iver, e da Après Moi di Regina Spektor a Philadelphia di Neil Young. Adesso, invece, si concentra sulla propria discografia e ne recupera 14 episodi, che per lo più sono tratti dal quarto album in poi, ovvero dal 1982 in avanti.

E il primo brano di New Blood, appunto, è lo stesso che apriva quella raccolta di cui i più ricordano Shock the Monkey, ma che il suo meglio lo dava altrove. Una scelta, questa di Rhythm of the Heat, che suona provocatoria, considerato il titolo e, soprattutto, la sua struttura originale. Una sfida nella sfida. E che non sia stato semplice venirne a capo, sia nell’insieme che nello specifico, lo riconosce lo stesso Peter Gabriel. Come si legge nel resoconto della conferenza stampa che si è svolta a Londra, pubblicato in Rete da Rockol.it, «Abbiamo lavorato molto per riuscirci: io sono un batterista fallito e per me il ritmo è una cosa delicata. Rhythm of the Heat ad esempio è stata abbastanza difficile da trasformare in un brano sinfonico perché nell’originale c’è un bel groove di batteria. Abbiamo dovuto stravolgere lo schema, portarla di fatto da un’altra parte. Ma alla fine è diventata una delle mie preferite».

Quale sia il risultato, di questa rilettura così ampia da equivalere quasi a una scrittura ex novo, lo si sa già perfettamente. Ciò che si troverà nel disco è stato presentato (sperimentato) in concerto, e del resto i filmati delle esecuzioni dal vivo sono confluiti nel progetto parallelo di un dvd in 3D. Una tecnologia che in questo caso non viene certo utilizzata, e ancora prima approcciata, alla stregua di uno specchietto per le allodole a uso e consumo del pubblico. Lo scopo non è stuzzicare l’occhio con qualcosa d’insolito, ma acuire la sensazione di essere presenti di persona. Non per dimenticare l’insormontabile differenza tra una partecipazione diretta, visto che «l’evento vero e proprio, quello con il pubblico vero, è difficile da rimpiazzare», ma per avvalersi di un miglioramento tecnologico che «dà il senso dello spazio: è come quando il nostro orecchio passa dal mono allo stereo».

È un aspetto che vale la pena di approfondire. Potrebbe infatti sembrare che si tratti sempre di aggiungere qualcosa, cioè un ulteriore strato di impulsi sonori o visivi che si sovrappongono a quelli disponibili in precedenza. In realtà, almeno quando a tirare i fili sono dei veri artisti e non dei venditori di fumo, la disponibilità di un maggior numero di soluzioni si traduce in una più estesa facoltà di selezionare, e dosare, le diverse risorse. Nel succitato articolo di Rockol, che è incentrato sul dvd, non si arriva a inquadrare la questione nei suoi termini teorici, però l’effetto specifico viene colto in pieno: «Quello che colpisce, oltre all’impatto visivo del video, è anche il modo in cui sono stati arrangiati i pezzi della sua carriera solista, compresa la scanzonata Solsbury Hill o la malinconica Blood of Eden. O sarebbe meglio dire spogliati, visto che in molti casi uno spirito alla Italo Calvino sembra aver preso possesso del musicista inglese e portato ad una sottrazione creativa».

Appunto: l’orchestra espande la gamma delle opportunità tra le quali scegliere, consentendo così non solo di accumulare strumenti su strumenti ma anche di ridisegnare le linee melodiche e le coloriture timbriche con pennelli finissimi e con tonalità quanto mai sfumate. È il bello della ricchezza materiale, quando si unisce a una ricchezza interiore: nessuna ostentazione, per chi continua a guardare innanzitutto dentro di sé.

Federico Zamboni

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