Manuela Arcuri. Fenomenologia di una latinense

Come ogni romano – anche laziale – ha avuto contatti, anche indiretti, con Francesco Totti, a Latina non ce n’è uno che non abbia incrociato Manuela Arcuri nella sua vita. Mia sorella, una volta al semaforo davanti alle autolinee nuove, non è riuscita a frenare in tempo perché sovrappensiero ed è andata a tamponare una macchina davanti a lei. Era Manuela – Arcuri – che è scesa dalla macchina e le ha detto: “ma ‘ndo ce l’hai la capoccia?” con un tono quasi da sorella maggiore, senza aggressività. Ha guardato il paraurti e una volta appurato che il danno era minimo, mentre mia sorella s’era precipitata a prendere i moduli del CID nel cruscotto, le ha detto: “lascia perde’, annamosene”.

Io, invece, ho conosciuto soltanto un suo ex. A 18 anni sono andato a vivere in uno dei borghi nati come comunità autonome intorno a Latina. Appena arrivato, i miei coetanei hanno subito voluto che venissi a conoscenza di uno dei miti indigeni: Massimino. Un dj di Latina rispettato e quasi venerato nel borgo per essere il ragazzo di una splendida 16enne che già all’epoca spopolava e che per due volte, da studentessa del Liceo Artistico, aveva vinto il titolo di Miss Scuola. Il suo nome era Manuela Arcuri e tutti erano convinti che avrebbe fatto carriera. “Questa diventa una top model” dicevano mentre la guardavano passare, incantati. Quando arrivava alle feste di compleanno, quelle in discoteca, era tutto un darsi di gomito: “guarda, è arrivata pure l’Arcuri”. Perché dalla sua presenza si misurava, oltre il successo di una festa, anche il prestigio del festeggiato. Il giorno dopo, a scuola o, per chi ci andava, in attesa del treno per andare a Roma all’università, non si faceva che raccontare agli altri che ieri alla festa c’era pure l’Arcuri, con tanto di puntini di sospensione che qualche volta si trasformavano in fantasie. E quindi Massimino per anni è stato nell’Olimpo degli Dei pontini, per diritto acquisito.

Poi tutto è finito, lei è diventata famosa mentre lui è entrato nelle forze dell’ordine e s’è fatto, credo, una famiglia. Credo, perché sono andato via dal borgo – per venire in centro città – e Massimino l’ho rivisto qualche volta e di sfuggita. Ma sono sicuro che ancora oggi, quando passa per il bar del borgo, la gente intorno ai tavoli lo indica al nuovo compagno di tresette: “quello è stato con la Arcuri”. Solo che adesso il vecchiotto seduto al tavolino scuote la testa, perché Massimino non è più un mito. Perché tutti quelli che lo conoscono sono convinti che sia stata colpa sua – di Massimino e non dell’Arcuri – se la loro storia ha avuto fine. Come se quel poraccio di Massimino avesse potuto far qualcosa, come se quello non fosse un amore adolescenziale destinato a finire, come se adesso lui stesso non si fosse rifatto una vita e non fosse felice, anche del solo ricordo.

Latina, al di là della storia gloriosa, è ancora un paese travestito da città, e le leggende sulla Arcuri si sono moltiplicate all’inverosimile. Alcune me le ricordo ancora, altre mi sono passate di mente. A dirvi la verità ho perso il conto, perché la maggior parte sono rendiconti di mitomani. Anche se c’è chi giura che un fondo di verità ci sia sempre. Basta fare una passeggiata per la città per sapere dove c’era la sua prima casa, dove se n’è comprata un’altra che poi ha venduto. E c’è pure chi è pronto a giurare che quella che ha venduto è stata costretta a farlo perché gli altri inquilini del palazzo non sopportavano più i rumori molesti dei festini proibitissimi, di party all’insegna della trasgressione. Sulla sua libertà sessuale, sulla sua voracità, sulla sua grande libertà nessuno ha mai nutrito dubbi, leggende o no. E nonostante sia una città fondata da ultracattolici veneti, dove ancora il centro d’aggregazione giovanile per eccellenza è l’oratorio San Marco, non c’è alcuna forma di bigottismo nel giudicare il fiore più fulgido della città. Manuela, per i latinensi, è Manuela. Un po’ come Pennacchi è Pennacchi. Guai a chi ce li tocca. Per Tiziano Ferro, tanto per fare un esempio, la questione è un po’ differente perché ha il torto di abitare chissà dove in Inghilterra. Ma nessuno, a parte le battute dei giocatori di tresette, si è mai permesso di giudicare la sua scelta sessuale. Un paese, appunto, che difende i suoi gioielli e che, difendendoli, li comprende.

In un periodo storico in cui non si sa più a quale santo votarsi, qualcuno ha creduto che si potesse rispolverare Santa Maria Goretti e il mito della vergine che non si offre al drago, a costo della sua stessa vita. Già Giordano Bruno Guerri, con il suo libro Povera santa e povero assassino, ha indagato sul caso della Santa, cercando di far luce su alcuni degli episodi oscuri della vicenda, ma ha avuto scarso successo rispetto al credo popolare. Così il rifiuto all’invito di Berlusconi da parte di Manuela Arcuri, attrice cresciuta in terra pontina e famosa per la sua bellezza, sembrava quasi rispolverare una serie lunghissima di valori ormai rimossi. Tutti a pensare che magari sarà stata l’aria di palude che ancora si respira.

Strano. Perché tra tutte le bellezze televisive di cui può vantarsi Latina – oltre alla Arcuri ci sono Deborah Salvalaggio ed Elena Santarelli – Manuela è la meno convenzionale, quella che non fa nulla per apparire santa, che parla liberamente della sua sessualità e ha anche il coraggio di violare un tabù per una società machista come quella italiana: raccontare i flop dei suoi bellissimi compagni di avventure. Per questo forse ci siamo più affezionati a lei che alle altre, perché è la meno costruita, la più genuina. Con tutti i pregi e i difetti, l’Arcuri non cerca sconti. Non saprà recitare, non saprà cantare né presentare – a ognuno il suo giudizio – ma ha coraggio e non è uno dei tanti personaggi scontati della televisione. E sono proprio queste rare qualità ad essere bastonate dal Presidente del Consiglio, con epiteti che è meglio non ripetere. Perché Manuela, nonostante tutto, un diritto se l’è tenuto: fare quello che gli piace, con chi gli pare. E in questo quadro, anche i soldi passano in secondo piano.

Graziano Lanzidei

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