Io, se fossi Vasco…

L’articolo che segue è stato publicato venerdì sorso, 6 settembre, sul settimanale Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

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DENTRO E FUORI
CIOÈ, VASCO

L’esempio della comunità politica non è edificante. Supponiamo per assurdo che un “leader” di fazione, nel 2004, venisse colpito da un fatto ischemico grave. E che il suo partito lo prelevasse, lo nascondesse, lo proteggesse, ne minimizzasse la patologia e lo ripresentasse come nuovo molti mesi dopo. Solo che nuovo, il poveretto, non era, per cui da ben sette anni è costretto ad arrangiarsi tra diti medi, pernacchie e parolacce. Almeno Cernenko e Andropov potevano mostrare un diverso contegno…

La sovietizzazione del patetico celodurismo leghista aiuta a introdurre una questione dirimente su certi comportamenti obbligati all’interno dei sistemi culturali. Quello di Vasco Rossi è divenuto dannatamente anomalo. E sta provocando fastidio. Perché lo star-system non fa eccezione. Ai suoi esordi, Vasco stesso si sorprese nel ritrovarsi all’interno di un sistema e delle sue norme: ciascuna parte, fissa o mobile, a formare un unico apparato; metodi e regole interne a funzionare in perfetta sincronia; elementi strutturali a formare una rete tenuta insieme da nodi più o meno forti; elementi funzionali uniti nel perseguire obiettivi comuni, primo fra tutti la conservazione del sistema medesimo. Le parti mobili, aveva notato quel giovane, stranissimo cantautore, venivano attivate all’interno dei meccanismi dello spettacolo. Il nuovo venuto vi accedeva portando con sé un segno di riconoscenza. Il che non toglieva che il talento individuale contasse, e molto. Ma il sistema in cui Vasco Rossi era subentrato, appariva chiuso come tutti i sistemi.

Una notizia recente sembra avvalorare, tanto questa tesi quanto i conseguenti meccanismi di espulsione. Si è venuti a sapere che il direttore della rivista Satisfaction avrebbe licenziato Vasco dal suo ruolo di editore perché contrario alla «… linea comunicativa che Vasco Rossi ha adottato da quando ha cominciato a mettere i suoi clippini su facebook. Non mi sta più bene. L’ho licenziato ed è la prima volta che un direttore licenzia il suo editore, di solito avviene il contrario». Contento lui… E contento, forse, anche il professor Veronesi, al quale Serino (che è anche un comune in provincia di Avellino) avrebbe chiesto di finanziare la sua testata, forse perché le idee sui tumori del medico italiano gli saranno apparse più corrette.

Allora, per tutta sincerità, Vasco Rossi sta diventando un problemone non soltanto perché si è affrancato da quel sistema di comunicazione integrata entro il quale una star è obbligata a dimorare fino alle proprie esequie ma soprattutto perché l’uomo di Zocca, finché c’è, finché ce la fa, quel sistema dimostra di dominarlo anche dal di fuori. E non ci stanno gregari in grado di imbarazzare il protagonista indiscusso dell’universo musicale italiano degli ultimi vent’anni. Non c’è modo di tacerlo. Con le sue recenti esternazioni, con la sua scelta di informare in modo immediato i critici, gli amici e gli ammiratori, Vasco Rossi ha deciso di saltare ogni possibile mediazione (da medium, appunto) con ciò disarticolando il funzionamento di un meccanismo comunicazionale rigidamente codificato. Il medesimo che, ad esempio, obbligò Umberto Bossi a sottomettersi al prometeismo leghista in nome di un pugno di voti. Perché un ammalato non vince, non vende, non serve.

Seguendo le comuni concezioni gestionali della società dello spettacolo, Vasco avrebbe dovuto affidarsi a scarni comunicati clinici, semmai edulcorati da una tonalità progressivamente ottimistica. Poi avrebbe dovuto chiamare una giornalista e una troupe di fotografi compiacenti per farsi riprendere in vestaglia, chitarra a tracolla, sorridente e annunciante il suo prossimo rientro sulle scene. Una strategia a tempi brevi, a cui sarebbero seguiti successivi aggiornamenti, a seconda dell’evoluzione medica. Invece non ha fatto nulla di questo. Anzi, si è presto rotto le palle di assecondare voci di corridoio e di redazione che lo davano, a seconda dei ghiribizzi editoriali, per morto o per risorto. E allora ha ripreso il pieno governo della sua mente e delle sue idee. Libero libero. D’altronde è solo lui, libero libero. Se lo può permettere e lo fa, ritrovando di colpo la sua bellissima attitudine ultronea, quella che lo ha reso celebre, amatissimo, fratello. E bravo. Già, perché l’interpretazione blaschiana dello spirito del tempo non viene giù per caso dagli appennini emiliani. Quando si parla di “riflusso” si dice il vero.

Eppure, se questo riferimento lo si approfondisse, si andrebbe ben oltre. Vasco Rossi si può ancor oggi permettere quel che vuole perché è stata la prima e unica rock-star postmoderna italiana. Pur escludendo che nel 1979 egli si fosse andato a leggere La Condition postmoderne di Jean-François Lyotard, non c’è dubbio che Vasco abbia sublimamente incarnato le fulminanti considerazioni del filosofo francese. Del resto, l’annunciata morte del grande racconto ottocentesco poteva profanamente essere applicata anche alla breve storia della musica leggera italiana, di cui Io se fossi Dio di Giorgio Gaber rappresenterà l’epitaffio finale. Sarà stato un caso che quella versione apocalittica e metafisica della partecipazione fosse datata 1980?

Quando Vasco assurge agli onori della rivolta musicale, con lui si annuncia un tempo nuovo, ma non quello della comune trasgressione, bensì quello della parola. Con lui l’autorialità si riscatta da una crisi irreversibile; con lui si annuncia quel net che ancora non esiste. Vasco sarà infatti il primo a intuire il valore simbolico della rete, la sua logica di pura connessione. Sarà cioè il primo musicista italiano a comprendere in che misura la sua legittimazione nell’ambito dello star-system fosse dovuta a un collettivo di competenze e di culture. E proprio quella sua intelligente accettazione, operata in tempi non sospetti, di una pluralità di criteri e di modelli, ce lo regala oggi nelle vesti di archetipo invincibile. Pur nella sofferenza, pur nella solitudine e malgrado il nostro sincero, disinteressato affetto.

Giuliano Compagno

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