Hideo Nakata. I segreti della mente

Celebre per Ringu e Dark Water, due horror che hanno trovato fortuna (e conseguenti remake in salsa americana) ben oltre i confini del Giappone, il regista nipponico Hideo Nakata torna a dirigere un film di stampo hollywoodiano dopo la poco fortunata esperienza di The Ring 2. I segreti della mente, titolo fantasiosamente adattato dall’originale e ben più calzante Chatroom, si muove decisamente dai confini di genere  in cui solitamente si muove Nakata, per invece solcare i territori del thriller psicologico che sfocia nel dramma.

Protagonista è William, giovane dell’alta borghesia dal passato fatto di depressione e tentativi di suicidio, figlio di una celebre scrittrice  con la quale non riesce a trovare nessuna forma d’empatia né di dialogo. La frustrazione di William, perennemente collegato alla rete, sfoga nella creazione di una chatroom a cui aderiscono quattro giovani in differente modo  accomunati da difficoltà relazionali, in cerca d’uno spazio utile e protetto adatto a condividere pensieri ed emozioni.

C’è Emily, una ragazza che soffre di carenze affettive genitoriali; Mo, un diciassettenne innamorato della sorellina, appena undicenne, del suo migliore amico, preoccupato che i suoi segreti sentimenti possano essere giudicati pedofili; Eva, una bella ragazza stanca delle amicizie fasulle, che sembra trovare in William qualcuno che la comprenda e la apprezzi per ciò che è; e infine Jim, decisamente il più problematico dei quattro, abbandonato a sette anni dal padre in uno zoo, vive la sua adolescenza facendo massiccio uso di psicofarmaci. William ha costruito la chat non a caso, poiché tutti si presteranno come involontari ingranaggi di un gioco perverso ideato da William per alimentare il suo demone: la fascinazione per la morte, per il suicidio.

Il suo obbiettivo è Jim, che vuol spingere al gesto estremo facendo leva sulla sua fragilità e sui suoi sensi di colpa, rendendo i ragazzi loro malgrado partecipi del lento lavaggio del cervello che si consuma ai danni di un adolescente insicuro, timido e depresso. Quando Emily, Mo e Eva si accorgeranno del vero intento di William, sembra essere tardi per intervenire. Ma c’è un’ultima possibilità: abbandonare il mondo virtuale e conoscersi in quello reale, così da sottrarre Jim dal diabolico piano di William.

Adolescenti problematici e realtà virtuale, disagio relazionale  e depressione giovanile, consuetudini sempre più registrabili nel così detto mondo civilizzato tanto che tutte le arti della narrazione, cinema e letteratura in primis, non si fanno mai sfuggire, negli ultimi tempi, la possibilità di attingere all’infuocata materia. Hideo Nakata non è da meno e trasferisce le inquietudini visive dagli orrori del corpo a quelli della mente, immaginando addirittura un mondo virtuale a immagine e somiglianza della realtà.

L’idea di materializzare i contatti online, immaginando fisicamente le chatroom in cui avvengono le conversazioni tra i protagonisti, è originale e di una certa efficacia visivo-espressiva; la struttura abbastanza complessa di certi dialoghi, non proprio usuali tra adolescenti, è invece una forzatura ad effetto che sembra stridere con la realtà e che può essere motivata solo dalla ricerca di un linguaggio che tenga tesi i fili tra lo spettatore e la messa in scena proposta. Ciò però non avviene, e la corda dell’attenzione si spezza in fretta causa eccessive reiterazioni visive e ridondanze nei dialoghi. Tutto l’impianto soffre dell’idea iniziale, pur originale, di costruire un universo parallelo e dargli forma visiva, tanto che gli stessi personaggi ne soffrono fino a scadere nella monodimensionalità, pur necessaria a volte, ma assolutamente inefficace dal punto di vista narrativo.

Fuori dalla struttura proposta e dal genere, anche l’indagine sulla depressione adolescenziale non convince: è frettolosa e superficiale, non scava nelle psicologie di personaggi sulla carta interessanti. Molti i luoghi comuni, e l’approccio del regista non nasconde alcuni pregiudizi ideologici sulla materia, peraltro non del tutto infondati: «Internet tende ad amplificare sempre di più le emozioni negative come ansia, paura, invidia e rabbia, negli scambi online –  afferma Nakata -,  ed  è ormai dimostrato che questo può condurre a gesti estremi, perfino al suicidio e all’omicidio. I segreti della mente rispecchia questa realtà che tutti conosciamo e condividiamo».

Che la rete e i suoi infiniti mondi virtuali abbiano influenza sugli adolescenti è indubbio, che tutte le giovani menti che soffrono di qualche difficoltà relazionale e comunicativa ritrovino esponenzialmente amplificati questi disagi girovagando per le chat è tutto da dimostrare. Non è infatti sotto le più o meno sottili lenti ideologiche che va indagato il rapporto adolescenza – realtà virtuale, né tanto meno deformato ad uso e consumo del cinema o della letteratura che vuole scioccare a tutti costi. Spesso, peraltro, ottenendo proprio l’effetto contrario, come nel caso in questione.

Solo l’ultimo quarto  del film regala un po’ di pathos, e il finale è tutto sommato prevedibile, altro punto a sfavore di un’opera che, al di là del tema narrato, resta comunque un thriller, con tutte le implicazioni e le aspettative proprie al genere. Su temi simili ben altro spessore conserva il purtroppo misconosciuto Afterschool, diretto da Antonio Campos, film attraverso il quale, anche grazie al particolare taglio autoriale, è possibile interrogarsi molto più concretamente sul rapporto ambiguo tra adolescenti e Internet, e più in generale tra le giovani generazioni di studenti e un mondo dell’informazione in rete che garantisce sicuramente più conoscenze a una larga fascia di persone, ma che nasconde tra le sue pieghe orrori ad uso e consumo di ragazzini troppo spesso facilmente condizionabili e fuori controllo.

Federico Magi

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