G.Tarantino. Da Giovane Europa ai Campi Hobbit

Quando leggo dei libri come questo finisco sempre con la testa zeppa di un turbinio frizzante di pensieri che si muovono in tutte le direzioni. Sto parlando del saggio di Giovanni Tarantino Da Giovane Europa ai Campi Hobbit che ha trovato la luce editoriale grazie a Controcorrente Edizioni.

Uh’indagine analitica, come ci avverte il sottotitolo, su un periodo della nostra recente storia, quello che va dal 1966 al 1986, e sul calderone di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra che lo hanno caratterizzato, segnate a destra (se ancora di destra vogliamo parlare) da due pietre miliari che scombussolarono il sonnacchioso panorama del postfascismo italiano: l’apparizione di Giovane Europa prima e la comparsa di tutte quelle pulsioni, desideri, idee innovative che hanno fatto da brodo soggiacente alla nascita della Nuova Destra e dei Campi Hobbit poi che di quell’esperienza ne sono una, ma non certo unica, delle più evidenti esplicitazioni.

E tra i turbinosi pensieri che hanno affollato la mia mente il più vivido è stato il ricordo di un libro che, proprio per volontà e consiglio di Marco Tarchi (protagonista tra gli altri del saggio di Tarantino) che ne scrisse anche l’introduzione, fu pubblicato nel 1996 in Italia: I Fascisti, il cui titolo inglese risultava assai più esplicito Who were the Fascists?

Quel libro costituì un ulteriore passo verso la comprensione di un fenomeno, il Fascismo, che grazie ai tanti precursori (Gregor, Sternhell, De Felice, Parlato, Buchignani, Neglie e tanti altri) stava uscendo dalle catalogazioni ideologiche e riduzioniste che lo avevano fino ad allora definito come un buco nero, una parentesi mostruosa senza radici, priva di un passato e tantomeno di un futuro.

Il libro di Tarantino s’innesta, ultimo felice approccio demolitore, su questa scia, investigando fatti a noi assai più vicini, quel ventennio appunto che da molti, forse da moltissimi, è visto, sulla sponda del Postfascismo, solo come un gioco a due voci, afone tra l’altro, uno sterile scenario che rimbalzava tra l’argine assonnato e ingessato del MSI e le furie belluine di una destra nera stragista, collusa, violenta, ottusa, alle prese con alleanze sporche con i servizi segreti deviati italioti e della CIA.

Quello che mi colpì de I Fascisti, un libro che raccoglie gli interventi dei molti studiosi riuniti nel convegno di Bergen che si tenne in Norvegia tra il 19 e il 21 giugno 1974, fu l’impianto razionale, oggettivo, condito da una corposa messe di dati, tesi a quantificare la base che sostenne i Fascismi europei, la limpida contestualizzazione e caratterizzazione sociologica e antropologica di quelle masse consistenti di persone che scelsero di appoggiare consapevolmente quei movimenti che si affermarono a cavallo tra le due guerre mondiali.

Quello che mi colpisce nel saggio di Tarantino è la stessa lucida razionalità, l’oggettività con cui i fatti sono descritti e concatenati. Cambia il periodo ma l’impianto rimane lo stesso. Ed è un impianto di qualità, sembra quasi che l’autore si ponga in posizione defilata rispetto a ciò che indaga. Per lui, che li descrive, parlano i fatti.

È questa oggettività, scevra da qualsiasi facile collusione emotiva, che ne costituisce il fascino soggiacente.

Per smontare l’idea che quei vent’anni, per la destra, sono stati solo un desolante deserto costellato da scontri, sangue e inanità, non servono, infatti, né condivisione, né difese ideologiche. Bastano i fatti.

Non servono tante interpretazioni, né rimandi sornioni agli accademici, né tantomeno citazioni reinterpretanti.

Come sono solito sostenere, facile dirlo, difficile praticarlo, è sufficiente un’onestà di base, una visione chiara, uno stile ispirato e semplice, una volontà di documentarsi accedendo alle fonti senza pregiudizialmente scremarle, con il solo desiderio di capire e di far capire, senza a priori dettare ideologicamente le strade che si vogliono battere. Bisogna avere passione temperata da un non eccessivo coinvolgimento. Bisogna amare la materia che si sta studiando senza farsi prendere la mano, come succede a quei biografi che s’innamorano del loro personaggio e lo descrivono agiograficamente, in maniera comica o patetica.

Giovanni Tarantino, che nell’introduzione dichiara espressamente di non provenire dagli ambienti che, per curiosità e interesse scientifico, ha deciso di studiare, tutto questo lo fa, senza supponenza alcuna, mettendosi, e questa è la cosa che sommamente mi piace, al servizio del lettore, consegnandogli un vivido quadro da cui trarre linfa.

Non importa se chi legge quei fatti li conosca o meno, le chiavi di lettura sono molteplici, stratificate ed ognuno può trarne godimento ed imparare.

È così che scorrono, in un impetuoso susseguirsi di azioni, iniziative, idee, impegni, analisi, studi, personaggi, i fatti che hanno caratterizzato quegli anni.

A partire dall’affermazione della Giovane Europa di quel Jean Thiriart che introduce con le sue tesi un modo nuovo di sentire: europeismo, comunità, concezione libertaria, sguardo curioso verso movimenti e idee ritenute rivoluzionarie, sovversive, di solo appannaggio della sinistra.

La scoperta, negli anni del sessantotto, che si poteva, al di là delle divisioni posticce, dialogare, in un’unità generazionale, con quelli che altri descrivevano come nemici.

I fatti di Valle Giulia e tutto quello che ne seguì, in termini di azione e reazione soprattutto da parte del partito padrone della destra, è sintomatico di come fossero malvisti e condannati quei tentativi di andare oltre gli steccati. Tentativi che negli anni successivi si condenseranno nella contrapposizione con la nascente, cosiddetta Nuova destra, che solo in parte raccolse l’esperienza di Giovane Europa e che si mise a marciare sul fronte delle idee, alla ricerca di nuove sintesi, al di là della destra e della sinistra, in una direzione che la portò allo scontro frontale, all’espulsione o all’autoallontanamento di tanti giovani d’allora dalle stanche secche delle vuote retoriche del MSI.

Stufi di essere costantemente esclusi dal flusso caldo della vita.

Stanchi di rimanere ancorati a un mondo invecchiato nella difesa delle poche roccaforti territoriali, le sezioni di partito, e delle ancor più miserevoli roccaforti ideologiche, condite da quel nostalgismo muffo che impediva di scoprire e appropriarsi dei nuovi mezzi espressivi, come il cinema, i fumetti, le radio libere, la musica, le riviste underground, i modi di esprimersi.

Un’esperienza come la citatissima La Voce della Fogna, opera del gruppo fiorentino “allargato” che ruotava intorno a Marco Tarchi ne è sintomatico ed evidente esempio, così come lo furono i tre Campi Hobbit che diedero la possibilità, alle carogne fasciste, di riprendersi la vita al di fuori delle fogne e di far scoprire all’esterno cosa stava bollendo in pentola. E molti se ne accorsero, tanto che negli anni successivi la Nuova Destra ruppe gli steccati, cominciò a partorire una serie di convegni cui parteciparono intellettuali e personalità di schieramenti del tutto diversi in una contrapposizione fertile, finalmente di mutuo scambio di esperienze e d’idee.

Abbandonato insomma, senza abiure e senza condanne, lo sterile “mito incapacitante” evoliano che evocava scenari apocalittici di uomini in piedi tra le rovine dell’Occidente, la Nuova Destra salpò dal tranquillo porto identitario per intraprendere un fecondo percorso metapolitico, nel tentativo di fissare, in un continuo divenire, dei capisaldi su cui lavorare incessantemente. Navigazione sui temi dell’ambiente, del comunitarismo, dell’antiutilitarismo, cercando di non farsi imbrigliare in quel mefitico e angusto spazio fatto solo della contrapposizione ormai insignificante tra liberalismo capitalista e lotta di classe.

L’esperimento andò perdendo apparentemente il suo slancio propulsore in quel 1986 anno che pone fine all’indagine del saggio. Da un esperimento metapolitico, con ogni probabilità, non poteva nascere una realizzazione meramente politica ed è quello che mi sembra sia accaduto.

Quell’esperienza è rimasta minoritaria, si è eclissata, ha continuato a vivere nelle riviste di Marco Tarchi Trasgressioni e Diorama letterario che, come dice Franco Cardini nella prefazione, rimane“ bella, battagliera, spartana fino alla povertà” ma voce volutamente non intruppata, libera, fuori dal coro, con l’unico desiderio di continuare a sondare i possibili esiti di nuove esperienze intellettuali e metapolitiche.

Sarei ingiusto e in errore se traessi un giudizio negativo di quell’esperienza.

La vera forza di quelle idee era proprio quella di non essere intruppate in un angusto progetto politico ma di ingravidare il mondo come un poderoso fiume carsico che si inabissa e che sparendo in migliaia di rivoli sommersi irrora e dà nutrimento ad un’intera epoca.

Forse è questa la vera vittoria di quelle idee.

A conferma di quanto dico basta, leggendo il sapido saggio di Giovanni Tarantino, appuntarsi i nomi che di quella stagione furono i protagonista, passando in rassegna solo alcuni tra i più noti.

Da Marco Tarchi a Franco Cardini a Luigi De Anna oggi professori universitari. Da Stenio Solinas, a Federico Zamboni oggi giornalisti. Dalle esperienze editoriali come Arianna di Edoardo Zarelli a Umberto Croppi e a una pletora di persone che ancora oggi calcano le scene della vita politica. Da Monica Centanni, ad Alessandro Di Pietro, a Maurizio Cabona.

Una generazione di persone che ha saputo produrre idee, che non si è fossilizzata su posizioni cristallizzate, che ha saputo, ognuna nel suo ambito professionale o umano, innervare, anche l’oggi, di entusiasmo, di originalità, di volontà di ricerca, anche e soprattutto nella contrapposizione.

La vittoria di quest’esperienza alla fine sta proprio nella dissoluzione di quel principio filosofale che macerandosi e non condensandosi in un unico politico ha generato quell’oro del Millesimo mattino che continua a innervare, seppur sotto spoglie diverse, la società tutta.

Questo va riconosciuto ai protagonisti di quella breve stagione, come va riconosciuta a Giovanni Tarantino la capacità di aver riprodotto, con rigore ma in modo scintillante, quel vulcanico periodo fatto di tante aspettative, pulsioni, umori che ancora pulsano vitali nelle vene dell’oggi.

Il compito non era facile, i tanti fatti, i molti volti, le innumerevoli idee che a velocità supersonica si accavallarono in quegli anni, potevano generare una caoticità che avrebbe reso il disegno del saggio nebuloso e frammentario, mentre l’abile penna dell’autore, evidentemente sorretta da una mente limpida e lineare, ha saputo tracciare un racconto denso di accadimenti che appaiono chiari, concatenati, logici, razionali.

A impreziosire il saggio poi una prefazione di Franco Cardini, in cui orgogliosamente rivendica il suo amore che fu per Che Guevara proposto a fianco di Josè Antonio, e una postfazione di Luigi De Anna in cui dichiara, dissentendo da lui, che “noi non fummo mai di sinistra” che testimonia come una ricerca disinteressata e libera possa avere esiti emozionali diversi pur nella contiguità di pensiero e che costituì proprio il motore potente di quella stagione di passioni.

Insomma io, abbonato a Diorama letterario da più di trent’anni e fedele lettore di Trasgressioni fin dalla nascita, mi sono sentito a casa con il libro di Tarantino che però mi ha offerto, ultima ciliegina sulla torta, la consapevolezza che quei semi gettati producono ancora curiosità, interesse in coloro che, liberi da ossessioni ideologiche, vi si accostano, trovandovi il buone che c’è.

Un unico microscopico e insignificante appunto è rilevare un piccolo errore, forse un refuso, alla pag 59 dove alla quinta riga leggo «… e nei legionari della Croce di Ferro i propri modelli» che presumibilmente dovrebbe suonare «…e nei legionari della Guardia di Ferro i propri modelli».

Un piccolo errore che potrà essere emendato nelle prossime edizioni che mi auguro fortemente arriveranno come questo saggio merita.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 24 settembre 2011

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